Governo improbabile se non impossibile

Chi è causa del suo mal pianga se stesso, dice un vecchio adagio.  E sembra proprio così. Il partito del rottamatore non sa più che pesci prendere. Adesso viene affidato al grigio funzionario Maurizio Martina, il quale ben poco riuscirà a fare. I buoi sono scappati dalle stalle e nessun demiurgo riuscirà nelle prossimi settimane-mesi ad invertire la rotta. I guai del partito democratico vengono da lontano ed i protagonisti che hanno determinato il crollo dei consensi sono piuttosto noti. Si pensi a quel che è accaduto quando il presidente della Repubblica Napolitano ha sbalzato dal cadreghino Berlusconi sostituendolo con Mario Monti. Il Paese sarebbe dovuto andare immediatamente al voto anticipato e così il partito democratico, allora guidato da Pierluigi Bersani, avrebbe conquistato Palazzo Chigi senza colpo ferire, vista la condizione comatosa dell’ansimante governo di Centrodestra. E invece … Quindi, primo colpevole della crisi dem è proprio Giorgio Napolitano, con le sue trovate mirabolanti. Fiaccato anche l’esecutivo Monti, che, si vuole ricordare agli smemorati, ha goduto dell’approvazione di quasi tutti i partiti rappresentati a Montecitorio e a Palazzo Madama, eccezion fatta per la Lega  Nord, da Salvini ribattezzata Lega.  Ad un mese da un esito elettorale infausto i partiti tradizionali si trovano a dover decidere che fare. Bocciati Forza Italia e Partito democratico, grazie ad una legge elettorale che sembrava costruita per non consentire a nessuno di prevalere. E così è stato. Non è che lorsignori facciano ammenda e dichiarino che occorrerebbe davvero cambiare registro e puntare su una nuova legge elettorale sul modello transalpino, a doppio turno, che consentirebbe di avere davvero un vincitore in grado di costituire un esecutivo stabile per l’intera legislatura e in tal modo portare avanti un progetto di governo efficace. Invece … Il Pd si arrocca dietro formule incomprensibili del tipo “il nostro  l’elettorato ci ha mandato all’opposizione. E noi un contrasto duro al governo che verrà faremo”. Posizione comprensibile, ma ambigua. Sì, perché quando un elettore ti da il voto, lo fa con la convinzione che tu possa governare e dare le giuste risposte a chi cerca lavoro, a chi non ce la fa ad arrivare a fine mese. E così via. Quindi come partito non puoi, non ti devi rifugiare nell’Aventino, minacciando tuoni e fulmini, sapendo che i vincitori della tornata elettorale, a tuo modo di vedere, non saranno in grado di formare nessun esecutivo e i cittadini, disillusi, torneranno a votare per te. Il problema è che il Paese nel mentre rischia il collasso. Questi sono ragionamenti inaccettabili. Fate, piuttosto, delle proposte. Sul piano delle necessarie riforme che l’Italia attende da decenni, in primo luogo una riforma costituzionale incisiva che non corra il rischio di venire bocciata dall’elettorato. Secondo una nuova legge elettorale sul modello francese che possa consentire, lo abbiamo ribadito numerose volte, a chi prevale anche se di un solo voto, di governare. L’Italia non è la Germania, che si può permettere sei mesi dalle elezioni senza un governo. E nemmeno il Belgio né la Spagna. Si ricordi che Rajoy non ha una maggioranza e se governa lo fa per la non opposizione in primis del partito socialista. In Spagna c’è un governo di minoranza. La Lega di Salvini, per poter andare a Palazzo Chigi ha bisogno di una cinquantina di transfughi dagli altri partiti. Potete pensare che decine di parlamentari Pd possano ingrossare le fila del centrodestra a trazione berluscon-salviniana? Assai improbabile. D’altro canto, il buon Luigi Di Maio, per poter contare su una maggioranza stabile avrebbe necessità, addirittura, di un centinaio di “parlamentari responsabili”, da pescare nelle file sia del partito democratico molto renzianizzato oppure in quello di Forza Italia. Entrambe le ipotesi sono destinate a naufragare nel giro di poche ore. Soluzioni intermedie non sono praticabili. Mattarella ha bel nodo da sciogliere. Una maggioranza Pd-Centrodestra, ove si formasse, consentirebbe ai Cinquestelle di gridare allo scippo antidemocratico di Palazzo Chigi, perché l’elettorato italiano ha scelto il M5S come primo partito. Per converso un esecutivo targato M5S-Pd vedrebbe sulle barricate il Centrodestra che, nell’insieme, ha avuto oltre il 37% dei consensi e non può, ragionevolmente, essere escluso dalla possibilità che il presidente della Repubblica affidi loro il compito di formare un esecutivo stabile. In definitiva, Sergio Mattarella ha un compito assai arduo da portare a compimento. Qualsiasi soluzione che i partiti gli proporranno ha grosse carenze. Comportarsi come il suo predecessore al Colle, ossia affidare ad un Mario Monti l’incarico di formare un governo in grado di portare fuori il Paese dalle difficoltà in cui si trova inabissato da più di dieci anni, non è pensabile, non è immaginabile. Entro qualche giorno dovrà essere presentato il documento di programmazione economica e finanziaria, che conterrà le linee guida sui cui il prossimo esecutivo dovrà indicare cosa si propone di fare. Ci sarà menzionato il reddito di cittadinanza? Ci sarà il capitolo flat tax, la tassa piatta? E chi andrà all’appuntamento per il Consiglio europeo di fine giugno dove si parlerà di Brexit, migranti e nuova governance dell’Europa? Sarebbe assurdo che l’Italia si presentasse con un premier dimezzato. Quel premier, allo stato dell’arte, per adesso è Paolo Gentiloni. I Cinquestelle ed il Centrodestra saranno d’accordo? Non crediamo proprio, visto l ‘esito elettorale del 4 marzo. I problemi sul tappeto sono tanti (da non trascurare le proposte che i partiti, tutti i partiti, devono fare a proposito del debito pubblico-monstre che il nuovo esecutivo eredita dai governi che si sono succeduti negli anni e che ogni giorno lievita di milioni di euro. Ad oggi ha superato la soglia di 2.313,000.000 di euro. Forse quest’ultimo è il nodo  più problematico da sciogliere. E sì, perché senza risorse si possono fare solamente le riforme a costo zero. Ossia, poche.

Marco Ilapi, 4 aprile 2018