Calino i costi della politica, almeno

Con la nuova legge elettorale, il famigerato Rosatellum, ormai da quasi tutti rinnegato e, conseguentemente, figlio di nessuno, la propaganda la si fa sui talk show televisivi. I candidati, per di più, non sono più espressione dei collegi in cui si presentano. Il caso di Maria Elena Boschi, da Arezzo viene catapultata in Alto Adige, per far sorridere la Micaela Biancofiore che l’aspetta al varco per un confronto che promette scintille. Ma i casi sono tanti. In Emilia Romagna si confronteranno Piero Fassino che nasce a Torino nel 1949, da una famiglia partigiana (il padre Eugenio fu comandante della 41esima brigata Garibaldi durante la resistenza). Si iscrive alla FGCI nel ‘68 e diventa segretario della Federazione torinese del PCI nel 1983, per poi seguire tutte le evoluzioni del partito fino all’elezione a segretario nazionale dei DS nel 2001. Due volte ministro, è stato sindaco di Torino dal 2011 al 2016 e si scontrerà con Pier Luigi Bersani, che nasce in provincia di Piacenza nel 1951 da famiglia di artigiani di impronta cattolica, ma lui sceglie da subito il PCI, diventando consigliere regionale a 29 anni. Fa il Presidente della sua regione dal 1993 al 1996, poi il ministro in cinque governi e il segretario del PD dal 2009 al 2013. Andrea Orlando, che è di La Spezia, va bene che è un ministro importante in carica, ma che ci sta a fare in Emilia Romagna? I candidati han da essere locali, a parte qualche eccezione. Il territorio deve esprimere, magari con le primarie, oggi abiurate anche da chi le ha, a suo tempo, inventate, proprio il Pd. Cos’hanno combinato i rais dei diversi partit?i
Beatrice Lorenzin, romana, ha un seggio blindato a Modena alla Camera, per la gioia dei modenesi. A Parma, il Pd ha candidato Lucia Annibali, lei che è di Pesaro, nella città marchigiana hanno spedito Marco Minniti, calabrese. Valeria Fedeli, originaria di Treviglio, una vita da sindacalista, è a Pisa. Pier Carlo Padoan, di Roma, a Siena. L’ex ministro Cesare Damiano, di Cuneo, nel collegio di Terni, il romanissimo Roberto Giachetti a Prato. Il 22% dei candidati di Pd e alleati è «fuori sede». Il centrodestra ha fatto di peggio: 27% al Senato, 28,5% alla Camera. Uno su tre. L’ex sottosegretario Guido Crosetto dalla sua Cuneo si ritrova a Bergamo; Isabella Rauti, l’ex moglie di Gianni Alemanno, figlia dello storico leader del Msi Pino, da Roma l’hanno mandata a Mantova. E che dire di Ylenja Lucaselli? Lei ha fatto una triplo carpiato, cambiando schieramento e territorio: pugliese, nel 2010 sosteneva Nichi Vendola di Sel, e adesso è al fianco di Giorgia Meloni, a Modena. In Forza Italia Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama, siciliano, è finito a San Remo per la Camera; Vittorio Sgarbi ad Acerra: per lui sarebbe stato naturale cercare l’elezione nella sua Ferrara o in Sicilia dove è assessore regionale. Discorso simile per il leader Udc Lorenzo Cesa, nato vicino a Guidonia ma candidato a Nola;  l’ex ministro Gaetano Quagliariello, di Napoli e docente universitario a Roma, è stato catapultato a L’Aquila per Noi con l’Italia. 
L’escamotage del Rosatellum non ha sortito gli aspetti auspicati. Il 5 marzo con molte probabilità il risultato elettorale non premierà nessun partito partecipante alla competizione. L’abbiamo sostenuto in altre occasioni. A parte l’errore macroscopico di approvare una legge così importante per il Paese ricorrendo con sistematicità al voto di fiducia, rinunciando a miglioramenti della stessa, sembrerebbe che l’obiettivo sia stato perseguito con sagacia. Detto con un sottile velo di ironia. Ma se la situazione sarebbe stata assorbita con due forze grosso modo equivalenti (uno dei due avrebbe vinto), sicuramente l’obiettivo della governabilità non lo si sarebbe mai e poi mai potuto raggiungere con tre raggruppamenti che equamente si suddividono il malloppo elettorale. Di più e meglio: il partito che certamente farà un vero e proprio exploit, secondo quasi i pronostici dei sondaggisti, sarà il Movimento 5 Stelle. Osteggiato da tutti gli altri partiti. Non curandosi del piccolo particolare che se gli elettori italiani premieranno i pentastellati ogni responsabilità non può che ricadere sulle spalle del partito democratico guidato da Renzi, su Forza Italia di Silvio Berlusconi, sulla Lega di Matteo Salvini e anche su Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Se lorsignori, reucci della politica nostrana da un oltre un ventennio, avessero contribuito a realizzare delle politiche che fossero negli interessi degli italiani. Che da anni chiedono una forte diminuzione dei costi della politica, l’eliminazione di fatti corruttivi, introducendo delle norme che cacciassero in via definitiva tutti i politici corrotti. In altri Paesi così si fa. Se…se…se… Ma con il senno dei poi son piene le fosse. Gli elettori sono abbondantemente disillusi e voteranno contro chi li ha ridotti in braghe di tela. Lo dimostra la scarsa partecipazione alle urne in una delle regioni tradizionalmente rosse, giusto l’Emilia Romagna, dove a votare alle amministrative si è recato il 37% degli aventi diritto. Renzi rifletta. Se auspica un cappotto alla rovescia (modello Sicilia del 2001, con un 61 a 0 per Forza Italia), beh, contento lui… Nella formazione delle liste del partito democratico sembra sia stata premiata soltanto la fedeltà e per farlo si è agito con arbitrio e violenza. Premiando quasi ovunque amici e amiche. Un deputato di area lettiana come Marco Meloni è stato escluso dalle liste. Certo che anche Bersani aveva fatto qualche scherzo, inserendo nelle liste molti personaggi a lui vicini, ma Renzi ha fatto “cappotto”. E chi ne risentirà sarà il partito. Il suo partito. L’opposizione vene confinata in una ridotta. Si pensi che all’ex presidente Cuperlo è stat proposta la candidatura contro Bersani. Un fratricidio. Per fortuna che contro Vasco Errani correrà il democristianissimo Pierferdinando Casini! Insomma, il Pd è alle comiche finali. In Emilia si svolgerà quindi il duello all’Ok Corral tra il sabaudo Piero Fassino e proprio Pier Luigi Bersani. Questo evento, in certa maniera, epico, sarà il vero termometro dello stato di salute dello schieramento progressista italiano, che non a caso pare assai poco di moda tra le scelte degli elettori. Che puntano sui Cinquestelle. Renzi ha le sue colpe, non ha cercato di porre un argine alla continua emorragia di consensi del partito di cui è stato confermato segretario a furor di popolo nela scorsa primavera, ma ha anche dato un contributo determinante con le sue scelte a spaccare il Pci-Pds-Pd. E’difficile, molto difficile, affermare che il fiorentino sia l’unico responsabile di questo stato di cose. Di questo non proprio inopinato tracollo. Le urne però sono ormai vicine, i numeri parleranno chiaro. Matteo Renzi ha sbandierato per mesi il risultato elettorale del maggio del 2014 (le europee, che lo avevano gratificato di un eccezionale 40,8%)), ma oggi deve prendere atto che la forza elettorale del suo Pd è praticamente dimezzata. Errori ne sono stati commessi e a risentirne è il popolo che negli anni si è sentito defraudato per delle politiche del Pd di tipo centrista, anzi più destrorsa. Operazione che tra l’altro non è riuscita e che ha premiato i partiti del centro destra, grazie anche alle posizioni che Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia hanno assunto sl tema del controllo dei flussi migratori. Confronti di programma (si fa per dire) si sono tenuti prevaletemente sulle tv. A questo punto i signori politici mollino il malloppo, si auto riducano le prebende, come han fatto i grillini, che giustamente se ne vantano e potrebbero convincere l’elettorato a votare in massa per loro. Si tenga conto che tra le altre proposte hanno detto che vogliono impedire in via definitiva il vizio di cambiar casacca senza pagare il fio. Si ripete, ogni politico ha diritto di mutare parere sulle linee del partito, però quando sono oltre 600, diconsi seicento, che durante una legislatura, questa, saltano il fosso, come si può dar torto a Luigi Maio che propone di modificare l’art. 67 della Costituzione? Sicuramente lo vogliono gli elettori e questo il buon Di Maio lo sa. Ecco cosa racconta in proposito il Fatto Quotidiano sui voltagabbana:

“C’è chi ha cambiato partito, lanciando o seguendo scissioni. Chi si è difeso nel nome della Costituzione. O ancora chi, tra Montecitorio e Palazzo Madama, non si è fatto troppi scrupoli a girovagare tra i gruppi, nel segno del trasformismo di depretisiana memoria. Aspettando la (nuova) legge elettorale, dimenticata dopo i mesi in cui tutti invocavano urne anticipate e poi “congelata” dal Congresso Pd, c’è soltanto una certezza: la libertà di mandato non sarà certo messa in discussione. Così, nel Parlamento dei nominati (per “merito” del Porcellum), è record per i cambi di gruppo: ben 450, nella XVII legislatura, come riporta Openpolis: 195 al Senato, 255 alla camera, con 312 parlamentari coinvolti. L’ultimo episodio? Mario Mauro, tornato da Berlusconi. Ma in buona compagnia. Il recordman indiscusso è Luigi Compagna, con ben sei cambi, ora con i Conservatori e Riformisti: “La statistica è ingenerosa. E ammetto di aver peccato votando la fiducia al governo Renzi, ma solo 4 volte”, replica ironico. E ancora: “L’elettorato? Sono libero di sconfessarlo, nel nome della Costituzione”. Certo, i cambi attraversano tutto l’arco politico. “Io sono per tutelare la democrazia e la Costituzione”, si difende l’ex M5S Serenella Fucksia. Ma c’è anche chi nega di essersi mai mosso, come Claudio Fava (ex Sel, ora Articolo 1 – Mdp): “Ha presente il sistema tolemaico? Sono sempre stato allo stesso posto, sono rimasto a sinistra e all’opposizione. Bene, sono gli altri che si spostano…”. Insomma, quando è troppo, è troppo. Qualche pasticcio lo sta combinando pure Silvio Berlusconi, in specie quando sussurra .ai dissidenti del Cinquestelle che possono, se lo desiderano, accasarsi nei pressi di Arcore, a Forza Italia. Lui accoglie tutti. Lo ha fatto, nel lontano 2010, con Antonio Razzi, Domenico Scilipoti, Catia Polidori e tanti altri transfughi dalle file finiane a quelle berlusconiane. Ma quello del salto sul carro del vincitore o salto della quaglia è uno sport in cui eccellono tanti nostri compatrioti. Che tristezza! E noi paghiano…

Marco Ilapi, 1 marzo 2018