Il bluff di Renzi e Berlusconi

Matteo Renzi e Silvio Berlusconi non si arrendono. Vogliono entrambi tornare a Palazzo Chigi dalla porta principale. Il giovane enfant prodige della politica italiana, l’ex primo cittadino di Firenze, ed il vecchio, scafato, ex premier meneghino, si preparano alla contesa elettorale. Il fiorentino spera di avere recuperato in credibilità dopo la debacle del voto referendario del 4 dicembre dello scorso anno da lui ossessivamente voluto; il milanese di Arcore, constatata l’estrema debolezza del rottamatore, come l’araba fenice, si ripropone per la guida di un Paese stanco che, per la verità, non crede più ai miracoli. Silvio Berlusconi ha fallito su tutta la linea. Aveva promesso la rivoluzione liberale ed ha clamorosamente toppato. Matteo Renzi, alle elezioni, in specie quelle europee, si è caratterizzato per portare avanti programmi di centro sinistra (secondo lui), ma in modo del tutto evidente ha tradito il suo elettorato attuando politiche di centrodestra. Ha cercato di imbrogliare le carte, proponendo soluzioni che hanno favorito imprenditori privi di scrupoli, con l’abolizione dell’art. 18 e l’introduzione di un discusso jobs act. Provvedimenti che non hanno risolto i problemi occupazionali in particolare del mondo giovanile. La prima operazione non era riuscita a Berlusconi (epico lo scontro tra la Cgil di Sergio Cofferati nel 2003 e l’allora capo del governo di centrodestra) è invece riuscita al fiorentino. Anche l’introduzione dei contratti di lavoro a tutele crescenti è indicativamente un legge di area centrodestra. C’è poco da dire. C’è poco da contestare. Almeno lo avesse legato a precisi obblighi da parte delle imprese di condizionarli a nuove assunzioni, magari di giovani sotto i 29 anni. Invece niente. Avesse almeno introdotto delle norme che costringessero ogni azienda che ha usufruito (usufruisce, usufruirà) di pubbliche agevolazioni di restituire il maltolto. No, questa idea sensata il buon Renzi non l’ha avuta. E così le aziende succhiano, come sanguisughe, pubblico denaro, ricattando lo Stato, le Regioni, le pubbliche amministrazioni e appena possono chiudono bottega a vanno all’estero, dove le condizioni contrattuali sono, per esse, estremamente più vantaggiose in termini di minori tasse oltreché di minori salari per i lavoratori. Fanno ciò che a loro conviene di più. Logico. A parte il fatto che né Berlusconi né, tantomeno, Renzi hanno mai e poi mai, al di là delle rispettive assicurazioni per il popolo beota, intrapreso una seria lotta di contrasto contro l’enorme evasione fiscale (valutata da alcuni centri di ricerca sui 120 miliardi di euro l’anno, pari a sei sette manovre finanziarie corpose). Ecco cosa scrive, a tal proposito, Sergio Rizzo su la Repubblica: dall'Unità (1861) a oggi abbiamo avuto ben 80 condoni. Il Paese ha deciso che la lealtà nel pagare le tasse non è un valore. Esattori in tilt: incassano solo l'1,13% delle somme da riscuotere contro il 17% Ocse. L’inchiesta del vice direttore de la Repubblica:

Coprire le spese sanitarie della nazione per un anno intero. Oppure mettere in sicurezza tutto il patrimonio edilizio italiano. O ancora, tagliare almeno un quinto delle tasse. Lasciamo alla fantasia ciò che si potrebbe fare con più di cento miliardi. Quei soldi appartengono solo alla sfera dell'immaginario. Secondo i calcoli della commissione governativa sull'economia sommersa sono i denari che ogni dodici mesi sfuggono al fisco. Sottratti alla collettività da un esercito di evasori: quel che è più grave, senza colpo ferire. Perché qui lottare contro i furbetti è come svuotare il mare con il colabrodo. In Italia si riscuote appena l'1,13 per cento del carico fiscale affidato all'esattore, contro una media Ocse del 17,1 per cento. Anno dopo anno, infatti, il maltolto aumenta: 107,6 miliardi nel 2012, 109,7 nel 2013, 111,7 nel 2014.

E sia pure in diminuzione i dati provvisori del 2015, contenuti nella nota di aggiornamento al Def, non fanno presagire un cambio sostanziale di rotta come ha anticipato qualche giorno fa il nostro Roberto Petrini. Il calo risulterebbe infatti di 3,9 miliardi e non c'è ancora una valutazione esatta del mancato introito Irpef dei lavoratori dipendenti irregolari, pari nel 2014 a 5,1 miliardi. Ben che vada, si tornerebbe quindi ai livelli del 2012. Una situazione tale da far dire ieri al presidente dell'Istat Giorgio Alleva che la lotta all'evasione "è strategica". Ovvio. Il problema è come farla. Perché il sostegno al conseguimento del risultato è corale, come fa capire una relazione del sostituto procuratore di Pistoia Fabio Di Vizio, uno dei più esperti magistrati del ramo evasione, riciclaggio & affini. Quelle 50 pagine piene di numeri e tabelle scritte in occasione di un suo intervento alla bolognese InsolvenzFest, organizzata ogni anno dall'Osservatorio sulla crisi d'impresa, tracciano lo scenario di un Paese che in tutte le sue componenti ha coscientemente deciso che la lealtà fiscale non fa parte dei valori della convivenza civile. È bastato mettere in fila circostanze, fatti e dati per nulla riservati, rintracciabili negli atti e nei documenti ufficiali. A patto, naturalmente, di saperli e volerli leggere.

Si scoprirebbe, per dirne una, che la propensione a evadere l'Irpef da parte del lavoro autonomo ha raggiunto nel 2014 un impressionante 59,4 per cento. Significa che entrano nelle casse pubbliche solo quattro euro su dieci delle imposte sul reddito dovute da chi esercita un'attività non dipendente. Il 3,5 per cento non viene versato, ma il 55,9 per cento neppure dichiarato. Trenta miliardi e 736 milioni evaporati ogni anno, ma la cosa davvero preoccupante è che in cinque anni l'aumento di questa evasione, dicono i dati della commissione presieduta da Enrico Giovannini, ha superato il 50 per cento. Nel 2010 la calcolatrice si era fermata a 20 miliardi e 149 milioni.

Per non parlare dell'Iva. Qualche giorno fa da Bruxelles è arrivata la brutta notizia che l'Italia è il Paese europeo che detiene il record dell'evasione di questa imposta. Ma purtroppo non è una notizia nuova, perché è così da sempre. Il differenziale fra l'Iva dovuta e quella effettivamente pagata sfiora il 30 per cento: 29,7, esattamente. Altri 40,1 miliardi sfumati. Cinque anni prima erano 37,4. È colpa della crisi, deduzione ovvia. Ma fino a un certo punto. Perché la crisi da sola non spiega il fatto che l'Italia rappresenti quasi un quarto dell'evasione Iva dell'Unione europea, contro il 15,3 per cento della Francia e il 3,9 per cento della Spagna, che dalla stessa crisi non sono state certo risparmiate.

Se a quelli delle imposte dei lavoratori autonomi e dell'Iva si aggiungono i buchi sui redditi d'impresa, dell'Irap e dei contributi previdenziali, arriviamo appunto ai 111,7 miliardi cui sopra. Una cifra enorme. Che in più si riferisce per oltre due terzi alle tasse non pagate dai fantasmi: cioè da coloro che per il fisco nemmeno esistono. In media, 75 miliardi e mezzo l'anno. Somma pari al 15 per cento di tutte le entrate tributarie.

Basterebbe questo per mettere in dubbio la tesi di chi assolve l'infedeltà fiscale considerandola alla stregua della legittima difesa contro uno Stato ingordo. E assolvendola, per giunta, dai vertici dello Stato stesso. "L'evasione di chi paga il 50 per cento dei tributi non l'ho inventata io. È una verità che esiste. Un diritto naturale che è nel cuore degli uomini": sono le parole memorabili pronunciate da Silvio Berlusconi ai microfoni di Radio Anch'io il 18 febbraio 2004. Ripetute più volte dal Cavaliere prima, durante e dopo le sue permanenze a palazzo Chigi. Senza che in tutti quegli anni la pressione fiscale sia calata e gli evasori si siano dati una regolata.

Sul fatto che in Italia l'imposizione fiscale sia per tutti troppo pesante, davvero non ci piove. La stessa Corte dei conti certifica un dato mostruoso che era stato già calcolato da Confartigianato: su un'impresa di medie dimensioni grava un carico fiscale complessivo del 64,8 per cento, superiore di quasi 25 punti alla media europea (40,6). Né le cose vanno meglio per il cuneo fiscale, che con il 49 per cento oltrepassa di dieci punti il valore medio continentale (39). E se la pressione del fisco, che statisticamente si è aggirata negli anni più recenti intorno al 43 per cento (decimale più, decimale meno), risulta inferiore a quella di Danimarca, Francia, Belgio, Finlandia e Austria, non si può non considerare che a sostenerla è una platea di contribuenti in proporzione nettamente più ridotta. Per non parlare della qualità dei servizi offerti con quel costo ai cittadini italiani. Ma ciò non può giustificare affatto quanti si sottraggono ai propri obblighi verso la collettività. Né, a maggior ragione, giustificare chi li giustifica.

Certo, qualcuno potrebbe tirare in ballo questioni che sconfinano nell'indole degli italiani. Come la storica avversione per le tasse, oggetto persino di proverbi popolari. Ma se quel sentimento esiste, va detto pure che è stato sempre coccolato dalla politica, fin dai tempi antichi. Con i condoni. Il primo è del 118 dopo Cristo. Autore l'imperatore di origini iberiche Adriano, che rinunciò a riscuotere le tasse ancora non pagate dai cittadini dell'impero nei 16 anni precedenti: 900 milioni di sesterzi. Ricorda Di Vizio che dall'unità d'Italia a oggi si possono contare 80 (ottanta) condoni fiscali sotto varie forme. Anche la rottamazione delle cartelle esattoriali, a modo suo, può rientrare in questa fattispecie.

E per avere un'idea del rapporto fra gli italiani e il fisco basti dire che ne 2016 erano 21 milioni i residenti con una pendenza aperta a Equitalia: che in ogni caso, per il 54 per cento di loro, non superava i mille euro. Il fatto è che all'evasione contribuisce un sistema pubblico obeso e inefficiente che affoga nelle follie burocratiche. Cervellotico e strampalato al punto da imporre a chi vuol pagare le tasse rateizzandole un interesse di dilazione pari al 4,50 per cento, cioè addirittura più alto rispetto a quello di mora a carico di chi le imposte non le paga affatto: 3,50. E questo semplicemente perché quei tassi sono fissati da due leggi diverse, che nessuno ha mai pensato di rendere coerenti l'una con l'altra. Troppa fatica.

Succede così, sottolinea Di Vizio nel suo studio, che in un Paese nel quale l'economia sommersa vale il 21,1 per cento del prodotto interno lordo e l'evasione fiscale incide per il 24 per cento sul gettito potenziale, siano necessarie mediamente 269 ore l'anno per adempiere a tutti gli obblighi fiscali, contro le 173 della media europea. Mentre il sistema di riscossione fa acqua da tutte le parti. Inaccettabile il balletto che avviene fra l'accertamento e la riscossione. Dal 2000 al 2016 gli enti creditori hanno affidato a Equitalia 1.135 miliardi di euro da riscuotere: una cifra pari alla metà dell'attuale debito pubblico. Di questi, una parte è stata annullata dagli stessi creditori e una piccola fetta riscossa negli anni, con un residuo contabile che oggi ammonta a 817 miliardi. Ma 147,4 riguardano soggetti falliti, 85 i morti, 95 i presunti nullatenenti, 348 posizioni per cui si è già tentato invano il recupero, 26,2 sono oggetto di rateizzazioni e 32,7 non sono riscuotibili a causa di norme favorevoli ai debitori. Di quella enorme massa, grazie anche al contributo dei ricorsi tributari che hanno visto nel 2016 l'amministrazione soccombente in terzo grado nel 62 per cento dei casi, restano così aggredibili 51,9 miliardi, con una previsione di concreto realizzo che si riduce a 29 miliardi. Nella migliore delle ipotesi potrebbe rientrare il 3,5 per cento. Da chiarire come ciò si possa conciliare con i roboanti risultati nella lotta all'evasione (una ventina di miliardi introitati, secondo Maria Elena Boschi).

E veniamo ai controlli. Di Vizio segnala che nel 2016 gli accertamenti dell'Agenzia delle entrate sono calati del 33,8 per cento, passando da 301.996 a 199.990. Logico, perciò, che gli introiti siano diminuiti del 17,2 per cento, da 7,4 a 6,1 miliardi. Al netto, va precisato, della cosiddetta "voluntary disclosure". Qui sta il bello. Perché dietro a quelle due paroline inglesi apparentemente misteriose si nasconde la spiegazione di dove sparisce una bella fetta dei soldi rubati al Paese. Ma questa è un'altra storia
>>. Tra le altre cose ci sarebbe da fare una qualche considerazione su chi paga le imposte. Sono i lavoratori dipendenti ed i pensionati. Il recupero dell’evasione o dell’elusione è affidato alla guardia di finanza che più di tanto non riesce a conseguire. Infatti i 23 miliardi di recupero sul 2016 è più sulla carta che altro. Tant’è che la Corte dei Conti ha sostenuto che “i risultati finanziari del 2016 mettono in luce una notevole flessione rispetto a quanto conseguito negli anni precedenti, essendo gli introiti diminuiti del 17,2 per cento rispetto al 2015 e del 20,3 per cento rispetto al 2014”.

A chi dare credito? All’esecutivo che te la racconta o ai giornali ed ai tecnici che smontano la favoletta del ministro Maria Elena Boschi e dello stesso Matteo Renzi? Nel periodo berlusconiano la musica era, pressappoco, la medesima. Per non accennare ai fenomeni corruttivi. L’ammontare del costo della corruzione è piuttosto arduo, ma forse non si è davvero lontano dai 60 miliardi di euro l’anno che la World Bank ha determinato nel 2004 a seguito di una ricerca firmata dall’economista Daniel Kaufmann sulla base di stime. Ossia  ogni anno l’ammontare delle tangenti pagate nel mondo supera i 1000 miliardi di dollari americani. Una stima calcolata come il 3% del Pil mondiale. Siccome il Pil italiano è x, si ricava che il costo della corruzione è y.

Di questi problemi non parlano agli elettori né Silvio Berlusconi né Matteo Renzi.  L’argomento è affrontato dai Cinquestelle. Che così raccattano ulteriori consensi. Alla faccia dei due ex premier. Loro si limitano a fare promesse che sanno bene di non poter mantenere perché la coperta è troppo corta. O si riduce sensibilmente il macigno del debito pubblico o c’è poco da fare. L’Italia è destinata a rimanere il fanalino di coda dai Paesi quanto a livello di crescita economica. Certo che con i bonus bebè, con i bonus a Tizio, Caio e Sempronio non è che si possano fare passi in avanti. Questo è certo. Se poi si rinuncia a fare battaglie importanti e decisive con un’Unione Europea che platealmente non funziona, anche minacciando veti sul bilancio comunitario, beh, l’uscita dal tunnel della crisi non è davvero alle viste. Dispiace, ma nel futuro prossimo di questo sciagurato Paese non si intravedono volte stellate, ma ombre caliginose sempre più fitte. Chiunque vinca alle elezioni di primavera. Il fatto che il partito maggioritario sia quello degli astenuti (non va a votare o, se va vota scheda bianca o annulla il voto) la dice lunga sulla difficilissima situazione. Avrà un bel problema Mattarella nell’affidare l’incarico della formazione del nuovo governo a un Di Maio, ad un Berlusconi (o Tajani) o Renzi. Probabili nuove elezioni nella seconda parte del 2018. E questo aspettando Mario Draghi…

Marco Ilapi , 2 dicembre 2017