Renzi è il Macron italiano? Ma per carità…

Non raccontiamoci storie. Emmanuel Macron ha vinto le presidenziali francesi unicamente perché come antagonista per l’Eliseo aveva una Le Pen. Non Jean Marie che, giova ricordarlo, nel 2001 ha rischiato di vincere contro Jacques Chirac. Da valutare la scarsa partecipazione alle urne dei cittadini d’Oltralpe, l’incidente occorso al favorito Francois Fillon e l’ostracismo ormai dilagante verso uomini che si palesano dietro il simbolo di un partito, che si richiami al socialismo mitterrandiano o al centrismo di Chirac, poco importa. I francesi sono stanchi e hanno dato il loro voto a questo giovanotto pieno di belle speranze che promette di traghettare la Republique, a fianco della cancelliera Merkel, verso una nuova Europa, di cui ancora non si intravede la dimensione federale a cui sembra, con parecchia riluttanza, tendere. L’Italia insegue il suo Macron. Ma da noi non c’è speranza che possa emergere. L’ex premier aveva tracciato un percorso lineare che, purtroppo per lui ed i suoi estimatori, si è interrotto il 4 dicembre dello scorso anno con uno spettacolare “no” al suo referendum confermativo sulla proposta di riforma costituzionale. Un “no” che ancora brucia. E tanto. Se poi mettiamo in conto la costituzione di un governo fantoccio, senza personalità (che, poi, secondo parecchi osservatori, sarebbe la caratteristica più positiva dell’esecutivo Gentiloni-Boschi, stante la struttura piuttosto eccentrica del vecchio governo guidato dal toscano Renzi) e che è la fotocopia sbiadita dell’esecutivo Renzi non bisogna dimenticarlo, ebbene l’Italia rincorre ancora un sogno. Matteo Renzi aveva promesso la rottamazione della vecchia classe dirigente de suo partito. Il Pd. C’è riuscito ma a un prezzo salatissimo. Operazione che, invece, in Francia è stata potata a compimento da Emmanuel Macron. Non ci credeva nessuno. Forse neanche lo stesso Macron. Probabilmente la gentil consorte, sì. Un uomo venuto dal nulla è riuscito nella titanica impresa di scompaginare il partito socialista di Hollande, con cui non aveva nulla da spartire, rendere inoffensivo il movimento di Marine Le Pen e proclamandosi filo-europeo. Il che ha riempito di entusiasmo la vecchia (politicamente parlando) cancelliera tedesca Angela Merkel).  Cosa che in Italia non è immaginabile. Pensate solamente alle ultime stilettate di Matteo Renzi (prima di cedere lo scettro del comando al povero Gentiloni) contro Juncker e contro Bruxelles. Il neo presidente della Francia mai si è sognato di attaccare l’Unine Eurpea. Ha soltanto promesso che questa Europa deve cambiare passo. Se non vuole morire. Ci sono troppi temi da porre n discussione e, sicuramente, lui lo farà. Perché ha a cuore gli interessi dei francesi E questo i suoi elettori lo hanno afferrato. Matteo Renzi, a parte qualche urlaccio scomposto che hanno fatto irretire sia Angela Merkel che Jean Claude Juncker, quando avrebbe potuto (semestre di presidenza italiana in Ue) se ne è stato silente, oggi è troppo tardi per rivendicare un ruolo più incisivo per il nostro Paese. Gentiloni e Padoan ne stanno facendo le spese. Considerate anche questo altro particolare: la spending review. Un grande clamore alla vigilia del suo insediamento a Palazzo Chigi, nomine a raffica di commissari ad hoc i quali hanno predisposto il loro programmi di tagli di spesa che sono stati rifiutati dal Palazzo. Nessuno, neanche i fans più sfegatati di Renzi, possono affermare il contrario. Le proposte sono state predisposte da vari Enrico Bondi (nominato da Mario Monti), Dino Piero Giarda e Mario Canzio, Francesco Giavazzi e Carlo Cottareli (nominato da Enrico Letta),  Roberto Perotti (nominato dallo stesso Renzi). E da anni che si fanno buoni proponimenti per interventi risolutivi su voci di spesa che, molto onestamente, se proprio lo si vuole, si attuano e basta. Pensate a quel che ha fatto il governo Monti-Fornero a proposito della modifica, mica tanto graduale, del sistema pensionistico. In pochi giorni, e voilà, sono state cambiate le carte in tavola, con sacrifici pazzeschi per milioni di lavoratori. Pensate anche ai provvedimenti a vantaggio delle banche Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca.  Carlo Cottarelli, cacciato dall’allora premier ebbe a scrivere qualche considerazione piuttosto critica nei riguardi dei governanti d ieri e di oggi:

«È una situazione paradossale in cui la revisione della spesa (futura) viene utilizzata per facilitare l’introduzione di nuove spese. Naturalmente possono sussistere mille buoni motivi per alcune nuove spese (anche se, con riferimento all’ultima applicazione di questo nuovo approccio, la spesa per pensioni in Italia mi sembra già abbastanza elevata e la riforma delle pensioni era volta a contenerne la crescita). Se il Parlamento legittimamente decide di introdurre nuove spese dovrebbe contestualmente coprirle con tagli di spesa non lineare di pari entità, individuandoli per esempio tra le proposte di revisione della spesa già presentate dal Commissario in passato. Mi sembra che usare presunti tagli lineari – in apparenza molto diluiti sull’intera amministrazione – per la copertura di nuove spese riduce il costo politico inevitabilmente legato all’individuazione di coperture vere, concrete, selettive. Inoltre con questo atteggiamento si finge di dimenticare che mentre una revisione selettiva della spesa ha l’obiettivo di aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione a parità di prestazioni, i tagli lineari possono produrre per alcuni servizi una inevitabile riduzione delle prestazioni.

In fondo a tutte queste considerazioni di metodo, a mio avviso ne resta una cruciale, nel merito: se si utilizzano risorse provenienti da risparmi sulla spesa per aumentare la spesa stessa, il risparmio non potrà essere utilizzato per ridurre la tassazione su lavoro. Condizione, a mio giudizio, essenziale per una ripresa dell’occupazione in Italia. »

(La revisione della spesa come strumento di... nuove spese, Carlo Cottarelli, Il blog del commissario, 30 luglio 2014).

Oggi Cottarelli è rientrato nei ranghi del Fondo Monetario Internazionale. Segno, questo, che in Italia ci sono personalità di spicco che potrebbero contribuire ad affrontare i nodi del malgoverno italico, ma che sovente vengono posti ai margini, come  stato il caso di Cottarelli e di Perotti. Uomini indipendenti che si rendono disponibili, mettendosi al servizio del bene pubblico, scendendo su un campo minato qual è quello del controllo della spesa dello Stato, da decenni fuori controllo, con la loro professionalità da tutti riconosciuta, meno che dai nostri “baldi” governanti. L’Italia è davvero sventurata. Avrebbe bisogno di un novello Giulio Einaudi al Quirinale, di un Donato Menichella e Guido Carli a Bankitalia, di un Guido Rossi alla Consob, di un Alcide De Gasperi a Palazzo Chigi, invece si è rassegnata ad essere governata da personaggi di secondo livello come Giorgio Napolitano (oggi Sergio Mattarella) al Quirinale, Matteo Renzi (oggi Paolo Gentiloni) a Palazzo Chigi, Ignazio Visco a Bankitalia e Giuseppe Vegas alla Consob. Com’è triste l’Italia! Alle porte italiche nessun Emmanuel Macron, insomma.

 

Marco Ilapi, 15 giugno 2017