Pregi ma anche difetti dello smart working

Lavoro. Dopo il Covid 19 tutto cambia per molti di noi: un corposo bagaglio di vantaggi, sicuramente, ma anche meno evidenti del mero riuscire a conciliare al meglio attività di lavoro e famigliari. (...) Le aziende che adottano il lavoro agile devono dotarsi anche di strumenti diversi per la valutazione del personale, non potendone misurare impegno e dedizione osservandoli. Uno di questi strumenti, non di certo recentissimo è il management by objectives, ovvero la valutazione del personale sulla base di risultati prefissati e misurabili. L'intervista al prof. Antonio Chirumbolo del dipartimento di Psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione dell'Università La Sapienza di Roma di Giuditta Mosca su Business Insider.

Non si vive di solo smart working

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Smart working essendo in cassa integrazione

Marco (nome di fantasia) e' in smart working da fine febbraio, quando è esplosa l’emergenza coronavirus. Da metà aprile è anche in cassa integrazione all’80%: vuol dire che 8 ore la settimana gliele paga l’Inps (4 euro netti l’ora, all’incirca). In sostanza dovrebbe lavorare quattro giorni la settimana (o poco più di sei ore al giorno), ma la sua mole di lavoro non è mai calata. In realtà non è cambiato nulla rispetto a prima se non che il suo stipendio è diminuito e che una parte gliela stanno versano tutti i contribuenti italiani: le riunioni in videoconference si tengono anche nelle ore in cassa; le email continuano ad arrivare ed esigono risposte. Per capire come comportarsi correttamente, Marco ha chiesto alla sua azienda cosa si può e cosa non si può fare in cassa integrazione: “Non dovreste lavorare, ma se state portando avanti un progetto valutate voi. Regolatevi come meglio credete”. Il commento di Giuliano Balestreri su Businessinsider.

La cassa integrazione al tempo dello smart working

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L'isolamento fa schifo

La barba più famosa del design italiano è reclusa ad Angera, luogo sommamente manzoniano, caro al cardinal Borromeo, mentre la Lombardia va a fuoco. La barba più famosa del design italiano, che si travestì da Napoleone a una certa Triennale, ora progetta pacificamente in teleconferenza.

All’inizio era interessante, c’era entusiasmo per questa nuova modalità, le riunioni in cinquanta persone. E io sono fortunato, ho il giardino, c’è il lago”, dice Michele De Lucchi, sfollato sul lago Maggiore, “dove peraltro abito da trent’anni. Mi sembra che ci sian state varie fasi in questo lockdown: prima l’interesse, poi l’assuefazione, adesso hai voglia a raccontarti che lo smart working è bello e interessante. Lo smart working, diciamolo chiaramente, è una schifezza”. “Io all’isolamento non ci credo per niente” dice il ribelle poi fattosi creatore dell’Italia anni Novanta (dalla lampada Tolomeo agli uffici postali). “L’isolamento è un’idiozia totale, per gli uomini, per la società, per la cultura, per l’educazione, per la vita in generale. L’arte di vivere, quella cosa che noi italiani abbiamo inventato e vendiamo in tutto il mondo, è fatta semmai di capacità di stare insieme: le piazze, i mercati, le chiacchiere al caffè, gli anziani seduti a veder passare la gente”. Ma non mi dica che lei, De Lucchi, forza tranquilla del design patrio, con quel barbone da saggio trasgredisce al lockdown facendosi inseguire dai droni. Non trasgredisce. “Certamente rispetto l’emergenza, ma l’isolamento non è la formula con la quale vivere. Non migliora la condizione umana, che è quella dell’uomo sociale, l’homo sapiens anzi deve ancora fare molto per stare più e meglio insieme. Nonostante i duecentomila anni di tentativi. Dobbiamo fare ancora molto, per stare insieme, e non certo per stare isolati”.

Innocenti evasioni: “Ogni tanto facevo una passeggiatina nel bosco, per andare al mio studio, qui in paese, ma il sindaco mi ha sgridato, e ha ragione, dice che devo dare l’esempio”. Così, clausura. “Uno dei miei quattro figli è qui e lo mandiamo a fare la spesa al supermercato, tutto bardato, coi guanti e la mascherina. I supermercati “certo che cambieranno. Tutto cambierà. Ma non nel senso che avremo carrelli lunghi cinque metri per non toccarci l’uno con l’altro. Piuttosto avremo merci più consapevoli, più rispettose, da comprare”, dice De Lucchi. Per esempio meno carne, “ché questi virus sono tutti di derivazione animale; e l’uso e consumo di carne animale sono fuori controllo. Talmente grandi e dispendiosi gli allevamenti in termini di risorse naturali”. De Lucchi ha avuto in passato “un momento di assoluto veganesimo”.

E ora?

Sono un onnivoro che mangia carne con moderazione”, e come mai questo trascorso? “Perché i grandi temi vanno affrontati con esagerazione, era una lezione che insegnavano gli architetti radicali. L’esagerazione non è un male da combattere, ma un modo per entrare nelle viscere dei problemi. Anch’io ogni tanto esaspero un po’ i temi…”. Come quando si presentò vestito da Napoleone alla Triennale di Milano del 1973, per sfottere il ruolo “imperiale” dell’architettura nella nostra società. Improvvisando una performance. “Ascoltatemi! Ascoltatemi! Io sono un designer in generale e in generale un designer. Io dono al mondo la bellezza delle cose utili! Io sono pagato perché voi possiate vivere nel bello, nel comodo, nel soffice, nel funzionale, nel colorato, nell’allegro!”. E poi però subito dopo fonda Cavart, movimento ecologista che va a occupare le cave dei colli Euganei con grandi happening, e lì Ettore Sottsass curioso si materializza per conoscerlo. “Sai che la rivista Terrazzo lui l’aveva creata per Barbara Radice, gli piaceva quest’idea di un terrazzo come luogo per stare insieme all’aperto, e allo stesso tempo il materiale composito di cui è fatto il seminato alla veneziana. Era un grande creatore di riviste, Ettore”.

Fine della digressione autocelebrativa di questa pagina. Però De Lucchi è un precursore del corona; la barba, per esempio, nel paese oggi senza barbieri, lui già non se la tagliava. Quel barbone sapienziale nato per distinguersi dal fratello gemello Ottorino (amore e odio, sempre vestiti uguali, scuole insieme). “Eravamo sempre indicati come i gemelli, ed eravamo come una persona sola” scrive nel suo libricino autobiografico “I miei orribili e meravigliosi clienti”. “Andavamo a scuola insieme, nella stessa classe, a letto nella stessa camera. E questo barbone non lo tagliavo dagli anni Novanta, da quando sono nati i miei figli, temevo che poi non mi riconoscessero”. E sai cosa? Proprio adesso invece ho cominciato a tagliarmela, me la sono pareggiata un po’ la settimana scorsa”.

Che poi arriva l’estate. Ha visto l’estate che ci aspetta? Le spiagge in cui suderemo raccolti tra cubi di plexiglas?

Ah, sì, un’idiozia meravigliosa. Sarebbe piaciuta molto agli architetti radicali, sembra un Monumento Continuo”, uno insomma di quei progetti di meravigliosa provocazione, che Superstudio e gli altri del radical design facevano negli anni Sessanta e Settanta (insieme a “Italia vostra”, con Pisa con tutti i monumenti sbilenchi, Venezia con autostrade sotterranee e finti canali di Plexiglas). Chissà cosa direbbero di questo lockdown Adolfo Natalini, il fondatore del Superstudio mancato pochi mesi fa, e Sottsass, derivazione radicale anche lui (entrambi maestri di De Lucchi): “Però Ettore nei primi anni Ottanta aveva messo su la Memphis”, cioè il collettivo di architettura colorata-progressiva che ha prodotto molto design allegro poi leggendario. In quegli anni, con le crisi petrolifere e la stagnazione e tutto, come reazione aveva avuto quella di immaginarsi un mondo felice e sfavillante in contrasto con quello cupo in cui si viveva. Un’altra cosa a cui sto pensando molto in questi giorni è che all’inizio di questo secolo l’epidemia di Spagnola arrivò subito dopo la Prima guerra mondiale: però subito dopo la doppia tragedia nasce l’Art Déco, che è un movimento, uno stile, un codice figurativo così forte, così riconoscibile, sia nell’industria che nell’arte che nel design. Quindi magari nascerà qualcosa anche adesso”.

De Lucchi ha inciso anche nel distanziamento sociale italiano: quando riprogettò le Poste a fine anni Novanta ridisegnandole completamente dal logo fino agli uffici. “All’epoca gli uffici postali erano blindati, con un’aria ansiogena, vetri spessi, timori di rapine ma soprattutto di contatto diretto col pubblico. Le malattie. Così abbiamo lavorato per sconfiggere questa paura”.

E avete tolto la famigerata paratia di vetro, lo sportello, quel simbolo di identità impiegatizia. Adesso tornerà, contro i germi? Pare di no, perché comunque “avevamo introdotto il piano di scambio, un piano molto lungo in cui sia il cliente che il dipendente si dovevano sporgere molto, avevamo tenuto conto della lunghezza delle braccia sia dell’uno che dell’altro. E’ poi quel metro e mezzodue di distanza che oggi raccomandano di tenere”.

E le lezioni come procedono? De Lucchi insegna Design degli interni al Politecnico di Milano. “Interessanti. Ma poi subentra la frustrazione di parlare a un monitor”. Anche qua, ribellione, ma con juicio. “Agli studenti do da fare degli allestimenti, tematici, di anno in anno. C’è stato il tema dell’eros, quello della miseria. Li spingo ad affrontarli nel modo più radicale. Un anno avevo una ventina di studenti cinesi e avevo dato il tema della ribellione; per poco non mi linciano, per loro era una cosa solo da condannare. Una cosa immorale. Ma la ribellione è fondamentale! Memphis era una ribellione. Anche oggi, insistere a pensare che l’architettura sia un modo per tenere insieme le persone e non per isolarle e dividerle, è una ribellione!”, dice De Lucchi, con quella barba effettivamente un po’ accorciata che sfarfalla nella videochiamata, un po’ Fra Cristoforo e un po’ anarchico: comunque trasgressivo, coi tempi che corrono.

Il Foglio – 17 aprile 2020

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