Dove porta il declino del M5S

Venezia devastata diventa una tragica metafora del declino italiano nella sua evidente accelerazione. È un pensiero che hanno fatto in tanti nel corso della giornata, man mano che arrivavano le immagini della città sommersa e si ascoltavano le solite parole vuote. L’unico punto certo è che il Mose, la diga mobile che ha divorato 6 miliardi di euro ed è ancora in attesa di collaudo dopo anni, rappresenta il secondo tassello della stessa metafora, mentre il cortocircuito sull’Ilva di Taranto è il terzo. Tutti e tre stanno a simboleggiare l’inerzia, l’inefficienza e la retorica di un Paese in cui le classi dirigenti hanno smarrito, e certo non da oggi, il senso del bene comune e delle responsabilità istituzionali.

La sensazione è che il tessuto civile si stia sfaldando. Si approfondisce la frattura politica tra il governo, il Parlamento e un’opinione pubblica sconcertata, in particolare nel Nord produttivo. Nel 2013 e poi ancora nel 2018 il malessere già esistente prese la forma della marea che arrivò a fare dei Cinque Stelle il partito di maggioranza relativa, mentre cresceva la nuova Lega non più secessionista ma "sovranista".

Oggi che il movimento ha fallito in modo clamoroso ma non imprevedibile la prova del governo, la deriva spinge a destra. Si sconta fino in fondo l’errore della scorsa estate, quando si è preferito mettere insieme un esecutivo trasformista privo di nerbo e di sostanza politica invece di tentare la battaglia elettorale contro un Salvini in quel momento debilitato dai suoi passi falsi.

Due mesi dopo i sondaggi indicano la triade Salvini, Meloni, Berlusconi intorno al 50 per cento, una percentuale mai vista, figlia del mediocre governo dell’altra triade: Pd-5S-LeU.

I sondaggi dicono anche altro, in particolare fotografano le incognite nell’area della maggioranza. Con un interrogativo cruciale: fino a che punto il collasso dei Cinque Stelle trascina con sé il Partito democratico? Rispondere alla domanda è essenziale per capire quanto può durare ancora il governo Conte 2 — la cui agonia peraltro è evidente — e quale destino avrà la legislatura. Ebbene, i sondaggi più recenti, con poche differenze, indicano da un lato il precipizio del movimento di Di Maio e dall’altro una resistenza non scontata da parte del Pd. Si poteva immaginare che pagassero entrambi la semi-paralisi dell’esecutivo, invece il partito di Zingaretti per ora tiene e addirittura guadagna qualcosa.

S’intende, sullo sfondo c’è il successo virtuale del destra-centro, tuttavia il Pd si attesta tra il 19 e il 21 per cento, mentre i 5S sprofondano verso il 17-16, forse meno. Significa che il centrosinistra sta recuperando qualche voto ai "grillini", perlomeno una parte dei consensi ceduti negli ultimi anni.

Il dato non è trascurabile. Vuol dire che il Pd, se gli riesce di rovesciare sull’alleato le contraddizioni, è incoraggiato a far valere la sua maggiore solidità senza piegare le ginocchia di fronte al partner (come pure è accaduto). Ma significa anche che i 5S sono a un passaggio decisivo: l’idea di cambiare alleanze per governare fino al termine della legislatura si è rivelata un’illusione. Il movimento sta scomparendo nel Paese come la neve al sole, al punto di rinunciare alla lista per le regionali. Questo è il fattore destabilizzante per eccellenza: nessun governo può durare a lungo in tale squilibrio.

Stefano Folli –la Repubblica – 14 novembre 2019

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L'insano e contagioso desiderio di cambiare la Costituzione

Hanno cominciato giocando con i numeri: finiranno, prima o poi, per dare i numeri. E' la sindrome del riformatore, che ha già dannato Berlusconi e Renzi. L'ambizione di scrivere daccapo le regole del gioco, di meritare un posto fra i padri della patria, consegnando ai posteri una Costituzione tutta nuova. Il primo ci provò nel 2005, inoculando 55 articoli nel vecchio corpo della nostra Carta. Il secondo ci provò nel 2016, con un'iniezione di 47 articoli. Poi l'uno e l'atro affogarono sotto una marea di "no", espressi dagli italiani nei successivi referendum.

Ora la nuova maggioranza sta per ricadere ella stessa tentazione. Senza diro, anzi facendo mostra del c e infatti la riforma sta per decollare dai banchi del Senato: tombola! ontrario. Senza un progetto napoleonico, piuttosto con una pioggerella di piccoli interventi, di microriforme che parrebbero slegate l'una dall'altra, una virgola di qua, una comma di là. Ma è la somma che fa il totale, diceva il buon Totò. Se scrivo una legge costituzionale di 30 articoli, o se ne scriv 30 d'un articolo ciascuno, avrò raggiunto lo stesso risultato. Probabilmente pessimo, come insegna l'esperienza.  nella XVIII legislatura: il taglio dei parlamentari. Da 945 a 600, 345 in meno. Ma è un numero anche l'età per deporre la sceda nel'urna elettorale: 18 anni alla Camera, 25 al Senato. Enrico Letta ha proposto d'estendere il diritto di voto ai sedicenni, Beppe Grillo vorrebbe privarne gli ottantenni. Nel dubbio, s'avanza una legge di revisione costituzionale per consentire il voto in Senato ai diciotenni: nel luglio scorso prima approvazione a Montecitorio (tutti d'accordo, con appena 5 contrari e 7 asenuti), da ottobre se ne occupa Palazzo Madama. E perché non abbassare pure l'età per diventare senatori? Adesso servono 40 anni suonati, potrebbero bastarne 25. D'accordo anche su questo numero, e infatti la riforma sta per decollare dai banchi del Senato: tombola!

Ma il gioco, in realtà, non é affatto concluso. Perché il taglio de parlamentari di tira dietro altre riforme "di cornice", già concordate dalla maggioranza giallorossa durante il battesimo del governo Conte 2. In primo luogo una modificaall'articolo 83 della Costituzione, abbassando da 3 a 2 i delegati regionali che concorrono ad eleggere il Capo dello Stato, altrimenti le Regioni peserebbero troppo, con un terzo dei parlamentari in meno rispetto al passato. In secondo luogo, una modifica all'articoo 57, rendendo pluriregionale - anziché regionale -  la base elettiva del Senato. Anche in questo caso, lo scopo è di evitare distorsion, giacché nele Regioni più piccole le minoranze non riuscirebbero ad esprimere alcun senatore.

Dopo di che s'aggiungono le riforme più formose. Il referendum prpositivo, per esempio:già licenziato in prima battuta dalla Camera a febbraio, è una bandiera del Movimento 5 Stelle. O la sfiducia costruttiva, cara al partito democratico: se ne discuterà a dicembre. Senza dire della giustizia, dove bolle in pentola l'idea di separare le carriere di giudici e pm, nonché di sorteggiare i membri del Csm: altre due revisioni costituzional, e non di poco conto. Coe la riforma del Titolo V (che elenca le competenze regionali), annunciata dai 5 Stelle a settembre, durante la convention di Napoli. O come l'idea d'includere l'ambiente nella Costituzione, avanzata da Conte a New York, in settembre. Anche se la Carta cita già l'ambiente, nell'articolo 117 e nell'articolo 9. Sarebbe meglio leggerla, prima di smontarla come un Logo.

Insomma, c'è il rischio di fare indigestione. Va bene che l'appetito vien mangiando, ma in questo caso converrebbe mettersi un po' a dieta. A contare i progetti di revisione costituzionale fin qui depositati in Parlamento, s'arriva a un numero a tre cifre: 173. Fra questi, s'incontrano interventi poderosi, dal presidenzialismo al superamento del bicameralismo paritario. Ma anche proposte più naif, come il riconoscimento delle radici giudaico-cristiane o una specifica garanzia costituzionale per gli avvocati. E queste eccentriche proposte vengono, in molti casi, dai parlamentari della nuova maggioranza. So è aperto, dunque, il vaso di Pandora. E a dinfenderci no basterà un ombrello.

Michele Ainis - L'Espresso n.45 - 3 novebre 2019

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Mettiamo una tassa sulle riforme elettorali

Quando quest’anno in Israele hanno votato già due volte (in aprile e in settembre). E magari fra un paio di mesi voteranno ancora, dato che nessuna coalizione ha i numeri per controllare la Knesset, il loro Parlamento. Invece in Spagna si voterà a novembre: le seconde elezioni in 7 mesi e le quarte in  4 anni, dopo una diaspora continua fra i partiti di sinistra. Loro usano così: quando la politica non riesce ad offrire soluzioni, cambiano in corsa il Parlamento. Noi italiani, viceversa, cambiamo la legge elettorale. Sicché ne prospettiamo l’ennesima riforma, pur avendola modificata già sei volte (nel 1948, nel 1953, nel 1993, nel 2005, nel 2016, nel 2017) durante l’età repubblicana. A differenza della Francia, che mantiene la stessa legge elettorale dal 1958. Della Germania, la cui normativa risale al 1956. Senza dire degli inglesi, che nel Seicento brevettarono il loro sistema uninominale a un turno (first past the post), e da allora in poi non l’hanno mai cambiato. In questa forma, di nevrosi si riflette un tratto del nostro costume nazionale. Siamo la patria del diritto, con il record planetario di avvocati (242 mila) in rapporto alla popolazione, con 50 mila leggi statali e regionali sul groppone, con 3,6 milioni di processi civili pendenti nei nostri tribunali.  Dunque ogni problema ha una sua regola, anche se di solito è proprio la regola il problema. Da qui riforme napoleoniche che della Costituzione (Berlusconi nel 2005, Renzi nel 2016), all’insegna d’un motto sempreverde: governabilità.  Come se  l’incapacità d’esprimere un’azione di governo fosse colpa delle norme, non delle persone. Da qui, inoltre, il cantiere perennemente all’opera sulla riforma elettorale. Non che la scelta di questo o quel sistema diventi un abito buono per tutte le stagioni. Le leggi dipendono dai tempi, dai cicli della storia. Però dovrebbero ospitare un nucleo unificante, nel quale si rispecchia l’unità di ciascun popolo, delle sue tradizioni, della sua cultura. O perfino del clima, come diceva Montesquieu. Sennonché, alle nostre latitudini, la legge elettorale rimbalza tra i due poli (maggioritario e proporzionale) come una pallina da ping pong, senza che nessuno riesca mai a fermarla. Così, durante la metà dell’Ottocento l’Italia divenne Stato attraverso un maggioritario uninominale a doppio turno. Sostituito nel 1882 da un proporzionale, poi nel 1891 di nuovo dal maggioritario, poi nel 1919 di nuovo dal proporzionale, poi nel 1923 dal supermaggioritario che elesse l’Assemblea costituente, e via via, fino al maggioritario che ci ha condotto ai lidi della seconda Repubblica. E ora? Abbiamo un maggiorproporzionale, mettiamola così. Si  hiama Rosatellum, povero figlio: due terzi dei parlamentari eletti con un proporzionale, un terzo con i collegi uninominali. Sommando perciò ai difetti del primo sistema (la frantumazione del quadro politico) quelli del secondo (scarsa rappresentatività). Che adesso i nostri statisti vorrebbero correggere, per la terza volta in 4 anni. Ma non per ricondurlo alla coerenza, non per l’esprit del géométrie vagheggiato da Pascal. Né perché sia alle viste un cambio di stagione, una curva della storia che reclama nuove istituzioni. No, l’ultima trovata è figlia di calcoli politici, di tornaconti di partito. Come del resto la penultima, o anche la terz’ultima, quando Berlusconi sposò il Porcellum per tirare uno sgambetto a Prodi, che invece nel 200 vinse le elezioni. Se avesse conservato il Mattarellum, avrebbe vinto lui. L’eccessi furberia prta male, ma i politici italiani non hanno mai imparato la lezione. Così, a sinistra progettano un proporzionale puro per sterilizzare l’ascesa di Salvini, oltre che per garantire un posto al sole al partitino di Renzi. Mentre Salvini, di converso, pretende un maggioritario puro, indicendo il sesto referendum elettorale degli ultimi trent’anni (li abbiamo celebrati nel 1991, nel 1993, nel 1995, nel 1999, nel 2000, nel 2009). C’è allora un’unica richiesta da spedire ai signori del Palazzo: fate come vi pare, ma inserite nella nuova legge una codicillo, una clausola di salvaguardia. Chi in futuro vorrà cambiarla ancora, deve versare una tassa al nostro erario. Stai a vedere che finalmente risaniamo il bilancio dello Stato.

Michele Ainis – L‘Espresso n. 40 – 29  settembre 2019

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