Troppe mani sulla sanità

L’andazzo era inaccettabile ben prima della pandemia. Ma dopo la durissima prova del Covid 19 sarebbe da irresponsabili non porre rimedio alla follia che va avanti da decenni nella colpevole indifferenza dei governi e dei parlamenti di turno: è arrivato il momento di liberare la sanità dalle interferenze della politica. Drasticamente e senza indugio. Sono passati quasi quarant’anni da quando Enrico Berlinguer denunciò in una famosa intervista a Eugenio Scalfari su Repubblica la sfacciata invasione dei partiti nei gangli fondamentali del Paese che stava corrodendo la vita civile. La lottizzazione delle forze allora di governo, diceva il segretario del Pci, penetrava dappertutto senza incontrare resistenza. Anche negli ospedali, passati poco prima alle Regioni.

Correva l’anno 1981 e da allora, purtroppo, non molto è cambiato. Soprattutto nella sanità pubblica i partiti continuano a occupare i posti di potere, a decidere chi dirige gli ospedali, a influenzare le nomine dei primari. Con una sola differenza: la lottizzazione è in mano a potentati locali spesso legati a interessi economici o personali che nulla hanno a che fare con le esigenze della collettività. E opera di conseguenza. Ecco la faccia peggiore del regionalismo sanitario, che non ha risparmiato neppure qualche erede di chi in quel 1981 metteva in guardia contro il pericolo di una degenerazione che si è puntualmente verificata.

Da decenni ormai le inchieste giudiziarie scuotono la sanità pubblica. Squarciando talvolta il velo sul rapporto perverso fra decisori politici e affari privati che in Lombardia, Regione più colpita dal coronavirus dove il personale sanitario sta lottando con sacrificio e coraggio ai limiti delle possibilità umane contro l’epidemia, ha fatto purtroppo decisamente scuola. La condanna definitiva a 5 anni e dieci mesi per corruzione inflitta a Roberto Formigoni, già potentissimo presidente della Regione, è l’emblema del modo in cui un blocco di potere politico affaristico per decenni ha gestito la ricca sanità lombarda. Senza soluzione di continuità e con segni precedenti anche alla triste stagione di Tangentopoli: basterebbe ricordare come per una singolare coincidenza proprio quella stagione sia stata inaugurata da Mario Chiesa al Pio Albergo Trivulzio, ospedale oggi al centro del caso eclatante della raffica di decessi di anziani ricoverati rivelato da Gad Lerner su Repubblica. E su cui sta giustamente indagando la magistratura.

Tuttavia neppure fatti clamorosi come quelli addebitabili in tutti questi anni alla gestione partitica, correntizia e personalistica della sanità in Lombardia hanno indotto la politica nazionale a cambiare strada. Troppo grandi gli interessi, troppo forti le pressioni esterne. La sanità pubblica fa girare tanti soldi, che alimentano enormi affari. Gestire Asl e ospedali significa anche controllare appalti lucrosi, per non dire poi delle convenzioni con strutture private profumatamente retribuite dal pubblico. Alcune di eccellenza e quindi irrinunciabili, ma altre “convenzionate” soprattutto in coerenza dei rapporti fra l’imprenditore privato e la politica.

In tal modo si sono costruite grandi ricchezze private all’ombra della politica. E chissà se non sia proprio questo il motivo per cui, quando sono iniziati i tagli alla sanità, la scure si sia accanita più sulle strutture pubbliche anziché su quelle private in convenzione. Dal 2009 al 2017 è stato chiuso quasi il 19 per cento degli ospedali pubblici, riducendo di circa il 14 per cento i relativi posti letto; le cliniche private accreditate hanno subito invece tagli molto più lievi, dell’ordine del 9 per cento. E questo senza ottenere miglioramenti significativi nella capacità di reazione a gravi emergenze. Mentre il divario di efficienza fra Nord e Sud diventava baratro. Con il risultato che un diritto fondamentale per la Costituzione, e quindi dovrebbe essere identico per tutti i cittadini italiani, è abissalmente diverso per i lombardi e i calabresi.

In un momento così drammatico lo scandalo del Pio Albergo Trivulzio con l’incredibile sequenza di leggerezze frutto delle direttive di un management di nomina politica palesemente inadeguato, sbriciola ogni residuo alibi per giustificare tale assurdo sistema. Se la lottizzazione è comunque deprecabile, nella sanità può avere risvolti criminali perché c’è in ballo la vita delle persone. Come il primario non dev’essere giudicato per quello che vota alle elezioni ma per le capacità, così non si può nominare il direttore di una Asl o di un ospedale sulla base della fedeltà a un capocorrente bensì solo delle competenze. Nel primo caso farà l’interesse di chi l’ha messo lì, anche se contrasta con quello generale; nel secondo caso esclusivamente quello della collettività. Questo è lo scopo che si prefigge dal 1948 l’articolo 32 della Costituzione, tradito da quarant’anni.

E per rispettarlo c’è solo un modo: sottrarre per legge alla politica il potere di nominare i vertici delle strutture sanitarie, affidando le competenze a organismi tecnici indipendenti e selezionati con pratiche trasparenti e verificabili. Se non ora, quando?

Sergio Rizzo – la Repubblica – 14 aprile 2020

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Farmaci e mascherine, ora la dogana sequestra tutto

È successo con una partita di medicine. Un farmaco specialissimo, impiegato per sedare i ricoverati nelle terapie intensive che respirano grazie ai macchinari, prodotto da una grande azienda multinazionale con una filiale in Lombardia. Si chiama Propofol, e la partita in questione era destinata al Messico: il commissario all’emergenza sanitaria l’ha fatta sequestrare dai carabinieri del Nas, con la motivazione che quei farmaci servono come il pane agli ospedali italiani impegnati nella battaglia contro il Covid-19.

La guerra, perché per tutti ormai la sfida al coronavirus è evento bellico, ha le proprie regole d’ingaggio. Anche (e forse soprattutto, in questo caso) sotto il profilo commerciale. E una delle regole è, appunto, il controllo alle frontiere e il sequestro delle merci. Così sabato 28 marzo il commissario Domenico Arcuri ha firmato un’ordinanza dai contenuti clamorosi: se non fosse giustificata, appunto, da quello che è ormai considerato un clima di guerra. Dice che le dogane devono provvedere a far entrare in Italia tutti i dispositivi di protezione individuale, a cominciare proprio dalle mascherine e per finire ai respiratori, che siano esplicitamente destinati alle strutture statali e agli ospedali pubblici o privati accreditati inseriti nelle reti regionali per l’emergenza. Oltre ai «soggetti che esercitano servizi pubblici essenziali». E allo sdoganamento di quei prodotti si dovrà provvedere velocemente, senza il pagamento di imposte doganali e dell’Iva. I dispositivi che invece arrivano dall’estero non per le strutture pubbliche ma per il mercato privato dovranno essere segnalati al commissario «affinché disponga, ove lo ritenga, la requisizione della merce».

L’istruzione impartita all’Agenzia delle dogane e dei monopoli ora diretta da Marcelo Minenna è senza precedenti. C’è scritto che si tratta di una misura giustificata dalla necessità «di assicurare il funzionamento del servizio sanitario nazionale» che continua a lamentare carenze negli approvvigionamenti. Ma l’operazione mira anche a colpire le manovre commerciali che hanno mandato in orbita, per esempio, i prezzi delle mascherine.

Con l’emergenza Covid-19 sono diventate pressoché introvabili. Un servizio delle Iene ha documentato situazioni ben oltre i limiti della decenza: con mascherine vendute non al mercato nero, bensì da una farmacia al centro di Milano, al prezzo astronomico di 60 euro l’una.

L’ordinanza firmata dal commissario Arcuri impone di fermare materiale sanitario diretto all’estero e di far entrare senza imposte quello in arrivo.

Sergio Rizzo – la Repubblica – 30 marzo 2020

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Riforma degli appalti. Contrordine compagni si torna alla burocrazia

Sorpresa: d’ora in poi chi verrà incaricato di progettare un’opera pubblica avrà l’obbligo di prendere in considerazione anche l’ "opzione zero". Cioè quella di non realizzarla. Ecco una delle meravigliose perle che ci regalerà il "Regolamento di esecuzione, attuazione e integrazione" del codice degli appalti approvato tre anni e mezzo fa dal governo di Matteo Renzi, e che il governo di Giuseppe Conte due si appresta ora a partorire.

Un nuovo delirio della burocrazia che si stende su 273 articoli, 53 in più rispetto al codice di cui sopra, che ne conta appena (si fa per dire) 220. E rende chiaro, una volta per tutte, perché in questo Paese non c’è commissario o decreto "sbloccacantieri" che tenga, e ogni promessa di semplificazione finisca per arenarsi in un immenso pantano di articoli, commi, lettere e timbri. Con il risultato di ottenere una splendida paralisi.

Spuntano così, nel monumentale regolamento che porta a 493 le norme necessarie a gestire i contratti pubblici, prescrizioni stupefacenti che fanno slalom fra sigle stravaganti. Alcune, come l’ "opzione zero", che dev’essere prevista nel DocFAP (il Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali) da non confondere con il DIP (Documento di Indirizzo alla Progettazione), sono chiaramente lo specchio dell’ostilità per le opere pubbliche dell’attuale partito di maggioranza relativa (parlamentare, s’intende). Basta dire che il regolamento rende obbligatoria anche la famosa analisi costi benefici, quella che ha scatenato un putiferio politico sulla Torino- Lione innescando la crisi del governo Conte uno. Procedura che, naturalmente, andrà "effettuata secondo la disciplina applicabile a ogni tipologia d’intervento". E già immaginiamo stuoli di geometri alle prese con il rompicapo dell’analisi costi-benefici per la rotonda tra via Roma e via Garibaldi, mentre tecnici comunali con i cervelli che friggono per un sovrappasso pedonale sulla Tiburtina scartabellano nei manuali (ancora da scrivere) sulle "discipline applicabili alle tipologie d’intervento".

Altre disposizioni contenute nella voluminosa bozza di 204 pagine del regolamento sono invece il marchio inconfondibile dell’ottusità dilagante nella pubblica amministrazione. Qualche esempio? I progettisti, insieme ai disegni, devono produrre perfino "l’elenco delle normative di riferimento": cioè sono loro a dover dire all’amministrazione in base a quali leggi, regolamenti e circolari fanno quel che fanno. Leggi, regolamenti e circolari che le stessa amministrazioni hanno scritto e tengono nei cassetti. In più sono sempre i progettisti a dover fornire le "indicazioni per la prosecuzione dell’iter progettuale". Con i funzionari pubblici che intanto, presumiamo, si girano i pollici.

E il bando per un concorso di progettazione deve specificare, udite udite, se la "decisione della commissione giudicatrice" è "vincolante o meno". Abbiamo capito bene? Si fa una gara pubblica per scegliere un progetto ma poi il rispetto del verdetto della giuria può essere facoltativo? Proprio così. Per la serie: abbiamo scherzato.

Come per i collaudi. L’articolo 171 del regolamento prevede al comma 2 che il collaudatore di un’opera pubblica debba essere laureato in ingegneria o architettura? Il minimo sindacale, ovvio. Chi altrimenti può certificare se un ponte sta in piedi? Ma il comma 4 dice che se il collaudatore è un dipendente pubblico può essere anche soltanto diplomato, oppure laureato in legge o economia. Una furbata che serve evidentemente a mantenere in vita l’attuale sistema dei collaudi, di cui beneficiano molti funzionari dello Stato. Dice tutto la storia del Mose, opera ancora non completata ma per cui sono stati già distribuiti in passato 130 incarichi di collaudo, compresi quelli all’epoca assegnati a dirigenti apicali dell’Anas e a ben 36 alti funzionari del ministero vigilante delle Infrastrutture. Molti dei quali lautamente retribuiti dalla ditta vigilata per collaudare soltanto le carte. Per inciso, fra quei 130 incarichi ce n’era anche uno assegnato a un diplomato geometra. Niente di nuovo sotto il sole, con tutto il rispetto per i geometri. Purtroppo si potrebbe andare avanti, tanto vasto è il campionario. Ma più delle assurdità di cui i 273 articoli del regolamento sono pieni zeppi, pesa la filosofia che c’è dietro. Questa è una controriforma degli appalti che riporta indietro l’orologio all’epoca dei governo Berlusconi, demolendo l’impostazione data appena tre anni fa. Allora un ruolo centrale era affidato all’autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, che aveva il compito di stabilire le linee guida per l’applicazione del codice degli appalti. Nessun regolamento monstre come quelli fatti ai tempi del Cavaliere, per non privare di responsabilità l’amministrazione. C’era però chi storceva il naso.Le burocrazie evidentemente non gradivano, preferendo invece essere sollevate da qualunque responsabilità. E cosa di meglio per ottenere questo risultato che un regolamento dettagliatissimo per ribaltarle all’esterno dei loro uffici, per esempio sui progettisti? In più si è visto subito che nel governo Conte uno l’Anticorruzione non era molto popolare. Tanto più dopo le critiche (più che fondate…) di Cantone a certi provvedimenti come l’ancora fantomatico "sbloccacantieri". Il bello è che l’Anticorruzione continua a essere altrettanto impopolare con il Conte due, dove c’è il partito che fece nascere quell’autorità. Dopo l’uscita anticipata di Cantone l’incarico di presidente è ancora vacante, e i poteri del consigliere anziano che lo sostituisce non sono mai stati precisati. A riprova del fatto, comunque la si possa pensare sull’Anac, che la stagione d’oro di quell’authority è ormai finita.

Va detto che pure la riforma fatta dal governo Renzi, con il codice degli appalti che aveva sostituito il precedente codice berlusconiano, zoppicava assai. E questo a voler essere generosi: è sufficiente ricordare gli strafalcioni che erano nel primo testo pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Ma il paradosso è che ora a smontare quella riformicchia, ritornando alle logiche di quindici anni fa, è lo stesso partito che l’aveva fatta. Cioè il Pd. Il quale si è assunto con Paola De Micheli la responsabilità delle Infrastrutture. E adesso dovrà bollinare un regolamento dov’è riconoscibile, oltre a quello delle burocrazie impenitenti, anche il marchio di Danilo Toninelli. Proprio colui che il Pd aveva eletto a emblema dell’incompetenza…

Sergio Rizzo – la Repubblica – 11 dicembre 2019

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