I limiti del governo giallo-verde

Le promesse del governo giallo-verde fanno esplodere le contraddizioni di un’alleanza politica che non potrà reggere alla prova dei numeri, sopratutto dei fatti. Quando questi restano aleatori e gli elettori non percepiscono alcun miglioramento della loro situazione economica, beh, sono scontati gli esiti. E lo confermano i risultati elettorali delle recenti elezioni amministrative, ,ultime quelle in Sardegna. Qualche considerazione. 

La legge Fornero non è stata affatto abolita, sono stati operato solamente alcuni piccoli ritocchi. Ma già i precedenti esecutivi avevano apprestato degli interventi correttivi. Si pensi alla questione degli esodati.

L’articolo di 18 sullo Statuto dei lavoratori non è stato reintrodotto mentre i Cinquestelle avevano promesso di lavorare per il suo ripristino.

Il Paese è entrato in recessione. I governi Letta-Renzi-Gentiloni avevano già invertito il trend negativo sull’andamento dell’economia ereditato dall’esecutivo dei “professoroni”, in realtà escogitato dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il numero dei clandestini sta crescendo e non diminuendo, anche e soprattutto grazie al decreto Salvini che non è riuscito ad allontanare chi non ha il diritto di rimanere nel territorio italiano. Sembra che si tratti di un numero elevatissimo di immigrati considerati dalle nostre leggi clandestini. Si vocifera di oltre 600 mila stranieri irregolari.

Il debito pubblico continua la sua scalata verso l’alto, ogni giorno cresce di ben 9 milioni di euro (contrariamente a quel che succede, per fare un solo esempio, nella Germania di Angela Merkel, diminuisce giorno dopo giorno. Date uno sguardo ai siti lavoro con un abbattimento degli oneri previdenziali. Lo affermano tanti osservatori indipendenti, sicuramente non simpatizzante del governo gialloverde.

Salvini aveva assicurato che con il primo provvedimento dell’esecutivo sarebbero state cancellate le accise sui prezzi dei carburanti. Le sue precise parole: «Partirò subito abbassando il prezzo della benzina che oggi per gli italiani è la più carad'Europa per colpa di tasse e accise ormai senza senso». Con tanto di appuntamento fissato in agenda: «Lo farò durante il primo Consiglio dei ministri». Non è avvenuto. Un emendamento del governo, depositato in Senato eche recepisce l'accordo con l'Unione Europea sulla manovra (per evitare la procedura d'infrazione), prevede, infatti, aumenti delle accise da 400 milioni l'anno dal 2020. Compresi gli anni 2021 e 2022. Se quindi anche dovesse esserci la diminuzione annunciata da Salvini nel 2019, arriverebbe comunque l'aumento l'anno successivo. Se ne stanno accorgendo gli automobilisti.

Capitolo Tav. Per il Governo la Torino-Lione, che poi sarebbe la Parigi-Milano,  resta una questione irrisolta, ma si aggiunge la posizione del ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che parlando alla tv pubblica France 3, sembra schierarsi con i Sì Tav: "Tutti i cantieri pubblici già cominciati, quelli che sono stati già oggetto di contratti, di trattati, di accordi internazionali, devono realizzarsi. Noi non soltanto dobbiamo rilanciare gli investimenti pubblici, ma dobbiamo mandare un messaggio di serenità a tutti quelli che vogliono investire sul lungo termine in Italia". 

Sosteneva il vecchio  Indro Montanelli, con una buona dose di cinismo, che tra gli italiani la solidarietà non esiste, esiste la complicità. Ora, immaginando di essere al cinema a riguardare il film dei primi sei mesi del governo guidato da Giuseppe Conte, quanta solidarietà si riesce a cogliere tra M5S e Lega? Quanta complicità? Zero o quasi. E invece, quanta insofferenza, se non vera e propria incomunicabilità? Tanta. Il giochetto è facile da comprendere se si è intellettualmente onesti. E neanche occorre essere politologi per capire che non c’è colla al mondo che possa tenere insieme blocchi sociali tanto diversi. Se poi qualcuno pensava che bastasse un sovranismo confuso ad amalgamare l’antieuropeismo diffuso nella pancia dei due elettorati, ha dovuto ricredersi e perfino sorprendersi. Le crepe si sono moltiplicate più velocemente di quanto anche gli osservatori più scettici e avveduti si attendessero, al netto di contratti firmati, proclami urlati imprudentemente dai balconi istituzionali, muscoli esibiti a chi non ha bisogno di mostrare i propri per dimostrare chi è il più forte. C’è molta sete di poltrone tra  i pentastellati  ed i salviniani. Tant’è che stanno occupando ogni cadrega disponibile. E a breve ci saranno un monte di nomine da fare. In Eni, Leonardo-Finmeccanica, Poste, Ferrovie, Enel, Inps, Consob, ecc. Insomma, le mani dell’esecutivo sulle poltrone che contano.

Considerato questo, c’è poco da stupirsi se un bel giorno Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza, nonché vero e unico alter ego di Matteo Salvini, se ne esce - parafrasando il tormentone degli anni 90 che pubblicizzava la Y10, come l’automobile che piace alla gente che piace – con un candido «il reddito di cittadinanza piace a un’Italia che non ci piace». E c’è poco da stupirsi se il presidente della Camera grillino, Roberto Fico, ribadisce che «la Tav non serve» e che «se un sondaggio mi dice che l’accoglienza dei migranti non tira più, io me ne frego, io come politica voglio dimostrare che l’accoglienza rende il paese più sicuro, migliore fermo restando che ci sono certi fenomeni che vanno gestiti e governati». Potremmo continuare a citare rasoiate, battute e acide carezze, ma il punto è ormai la visione prospettica di un’alleanza giocata su un contratto vissuto come un legaccio e su un quotidiano dove il sospetto prevale sulla collaborazione. Mai si era, a tal proposito, visto un sottosegretario alla presidenza essere così mal tollerato come Giorgetti, temuto e trattato dalla corte pentastellata come un corpo estraneo, uno dal quale guardarsi e al quale badare bene se far sapere o meno certe cose. Tanto inviso da aver tentato in ogni modo, già prima della nascita dell’Esecutivo, di dirottarlo nel pur più importante incarico di ministro dell’Economia.

Ora, alla luce di tutto questo, c’è qualcuno che – senza timore di sembrare uno sprovveduto – può dire di credere alla narrazione di un governo che durerà cinque anni? Basti solo pensare al fardello di promesse non mantenute o mantenute solo in parte, a un’economia che non gira come dovrebbe per garantire il livello di Pil sul quale si incentra l’intera manovra di bilancio 2019, a Luigi Di Maio alle prese con la sempre più impaziente ala movimentista del Movimento, a Matteo Salvini che prima o poi dovrà ascoltare quanti sul territorio – a cominciare dai Governatori – gli riportano l’insoddisfazione di una base che ha votato Lega non solo per avere maggiore sicurezza e meno immigrazione clandestina, ma anche più opere pubbliche, più attenzione all’impresa e meno tasse. La base leghista è delusa dai risultati dl “fare” di Matteo Salvini. Ma lo è anche la base dei Cinquestelle. A confermarlo i risultati elettorali di Friuli, Molise, Abruzzo e Sardegna. Cui seguirà quello di Basilicata, Piemonte ed Europee. Bisogna poi aggiungere che i numeri della maggioranza al Senato si sono pericolosamente assottigliati – siamo ad appena 4 - dopo le espulsioni di dissidenti grillini. Cui ne seguiranno delle altre, viste le tensioni emerse nelle frange penta stellate. Ora, poiché non si può fare come suggerito da Corrado Guzzanti – «se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori» – i due azionisti del governo avranno bisogno nei prossimi mesi di ritrovare il massimo di aderenza ai loro sostenitori, anche perché sono in avvicinamento le elezioni europee e i sondaggi confermano che gli italiani non hanno alcuna intenzione di fare a pezzi l’Europa. Criticare, lamentarsi, inveire, va bene. Ma per affidarsi a chi promette di ribaltare tutto, qualsiasi persona di buon senso – per quanto delusa o scettica - vuole capire di cosa si tratta, cosa si offre, cosa viene dopo. Gli italiani ne hanno viste molte ma alla fine di rivoluzioni non ne hanno mai fatte. E se qualcuno ha pensato o cercato di spacciare come tale quella affidata all’Esecutivo Conte, ha sbagliato. Perché se reddito di cittadinanza e «quota cento» sono strumenti di lotta rivoluzionaria, bisognerà trovare una collocazione storica diversa a gente come Lenin, Che Guevara e – con qualche azzardo - perfino Donald Trump.

Il segretario della Lega Matteo Salvini ha ricevuto un consiglio dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio: Tieni sulla tua scrivania la fotografia di Matteo Renzi. Oggi l’elettorato è molto mobile. Non ci vuole molto che dalle stella si cada nelle stalle. Gli italiani, gli elettori, non dimenticano. Si vedrà alle prossime elezioni amministrative e, soprattutto, alle europee.

Marco Ilapi, 1 marzo 2019

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