La mani di Conte sull'Eni, fuori De Scalzi, dentro Cattaneo

Secondo quanto abbiamo appreso, una decina di giorni fa Travaglio avrebbe chiesto e ottenuto un colloquio con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi: i rapporti fra i due sono diventati così stretti che il presidente del Consiglio non ha esitato a ricevere subito il giornalista nel suo studio. Travaglio avrebbe rivelato a Conte, ben prima della richiesta di condanna dei ok milanesi, che Descalzi tra settembre e dicembre sarà condannato e che pertanto occorre immediatamente pensare alla sua sostituzione (poco importa al direttore del Fatto che sarebbe una condanna in primo grado). Il commento di Mario Lavia su Linkiesta.

Una miccia nelle mani del presidente del Consiglio Conte, l'Eni

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"Riserve monetarie e stabilità politica. La Russia avrà sempre più peso politico"

«Ci auguriamo tutti che finisca presto l'epidemia, ma sarà solo per entrare in un altro scenario drammatico». Paolo Scaroni, attuale deputy chairman Rothschild Group, nonché ex amministratore delegato di Enel e Eni, non fa sconti. Il panorama che vede dal suo osservatorio – fatto di un reticolo di relazioni e di consigli di amministrazione che vanno da Generali a Veolia, dal Milan alla Columbia business school di New York - racconta di un bombardamento che ha colpito l'economia mondiale e che rimescolerà geopolitica e leadership globale. E che flagella selettivamente i paesi arrivati più deboli e indebitati alla prova del virus, come l'Italia.
Ma la sospensione del patto di stabilità in sede Ue non è un punto di leva per ripartire?
«Il tema italiano non è quel che dice Bruxelles, ma quel che pensano i mercati. E dunque quanto ci costa il debito. Bisogna che in parallelo la Bce aumenti l'acquisto dei titoli di Stato, e per la verità lo sta facendo, indirizzando un grande volume di acquisti nei riguardi del debito del nostro Paese. Altrimenti lo spread andrà alle stelle, con il rischio default connesso».
Da più parti, per esempio dall'ex presidente Romano Prodi, è tornata la proposta di una emissione di eurobonds.
«Di fronte alla crisi epocale che stiamo vivendo, il sogno sarebbe appunto che fosse la Bce a garantire una emissione di coronabonds. Ma se fossi olandese o tedesco mi chiederei perché devo farmi carico di Paesi che hanno fatto scelleratamente salire il loro debito interno e non sono più in grado di indebitarsi. Ho qualche speranza che, di fronte alla gravità della crisi, anche i Paesi del Nord Europa capiscano che questo intervento della Bce potrebbe salvare anche loro. Ma siamo chiari: anche se la Bce darà la garanzia sui titoli emessi, sarà poi ogni singolo Paese a dover restituire il debito. Spero proprio non sia il libro dei sogni».
E dunque quali prospettive si aprono per l'Italia?
«Adesso lo chiamano Helicopter money e cioè dare denaro ai cittadini per fare ripartire i consumi. Negli Usa si sta pensando a mille-duemila dollari a ogni americano. Ma questo costoso intervento è possibile per chi ha messo fieno in cascina, insomma per gli Stati che se lo possono permettere. Per un Paese già indebitato come l'Italia temo si apra un futuro molto complicato. I governanti futuri, quando il virus sarà sconfitto, ma la nostra struttura economica sarà in grave affanno, si sentiranno autorizzati a prendere qualsiasi provvedimento fiscale come l'aumento dell'Iva, un sistema di tassazione estremamente progressivo, la patrimoniale. Il nostro rapporto indebitamento/Pil potrebbe avvicinarsi al 200%, come risultato combinato di un Pil che diminuisce e del debito che cresce. Quel che mi dà fiducia è che gli italiani nei momenti difficili sanno rimboccarsi le maniche e allora si può superare tutto».
Cosa stiamo imparando dal virus?
«Come cittadino capisco tre cose. Primo: di fronte a una crisi gravissima, l'Ue si divide anziché unirsi. Contano solo i governi nazionali. Seconda cosa: di fronte al cigno nero, inaspettato e imprevedibile, entrano in confusione tra affermazioni e smentite non solo i nostri ministri (molti di primo pelo), ma anche politici di esperienza come Boris Johnson o come la signora Merkel, o come lo stesso Trump. Un tasso di improvvisazione e confusione incredibile a livello mondiale. Noi non siamo i peggiori. Terzo: il mondo si sta costruendo un futuro economico drammatico. Basti dire che Goldman Sachs prevede che l'economia Usa scenderà nel secondo semestre del 24%, dato mai visto nella storia».
Quale quadro geopolitico sta determinando il virus?
«Dell'Europa ho già detto, ossia che è l'attore più debole sulla scena globale. La Cina ne esce forte, sta già ripartendo e avrà un Pil positivo anche nel 2020. Resta da capire se vorrà avere, oltre alla potenza economica, anche un ruolo politico internazionale di rilievo. Sarà uno dei Paesi che soffrirà di meno del virus, come del resto la Russia. I regimi meno democratici e meno mediatici consentono forse di gestire meglio la crisi da epidemia. La Russia mi sembra in una posizione di forza, per via di riserve valutarie stimate 550 miliardi di dollari e del lungo futuro di stabilità nel nome di Putin. Certo è che la Russia un ruolo politico mondiale lo vuole avere, eccome».
E gli Stati Uniti, che stanno entrando solo ora nel tornado del virus dopo averlo negato per mesi?
«Riguardo agli Usa, 15 giorni fa avrei detto che di sicuro alle elezioni di novembre avrebbe vinto Trump, oggi dico un grande grande "forse". La disoccupazione galoppante in arrivo e il tracollo dell'economia giocano contro il rinnovo del suo mandato. Se fosse confermato Trump, sarebbe ribadita la sua scelta: gli Usa non vogliono più guidare il mondo. Se verrà eletto Biden, erede di Obama, si tornerà spero a un mondo che ricostruisce amicizia e fiducia tra le sponde dell'Atlantico».
Che effetti sta avendo il virus sul mercato del petrolio?
«Nel mondo si consumano 100 milioni di barili al giorno. La crisi del virus ha fatto scendere il dato a meno di 90 milioni. Di fronte a questo crollo, è saltata l'intesa che dal 2016 consentiva a Russia e Arabia Saudita di mantenere il prezzo tra 50 e 60 dollari al barile. L'accordo è saltato perché russi e arabi si sono resi conto che, mentre loro tagliavano le produzioni per mantenere prezzi alti, gli Usa hanno continuato a produrre sempre di più, tornando a essere il primo paese produttore al mondo. A questo punto la Russia ha dichiarato che non taglia più e l'Arabia Saudita aumenta la produzione di 2milioni di barili al giorno. Risultato: domanda che crolla, offerta che esplode, e aumento esponenziale degli stoccaggi, per cui i prezzi, in assenza di un nuovo assetto, non potranno che deprimersi anche sotto la soglia attuale di 23-25 dollari e non è impossibile vada sotto ai 20 dollari».
Che significato hanno questi prezzi del petrolio per i paesi produttori?
«Arabia Saudita e Russia fanno un po' gli spacconi e dicono che possono vivere benissimo anche con il petrolio a 20 dollari al barile, poiché a loro produrre un barile costa 2/3 dollari. Ma entrambi questi Paesi entrano in una dinamica di deficit di bilancio importante. Per gli Usa questo scenario crea un problema diverso e grave. Ai produttori di shale oil estrarre un barile costa 35 dollari. E poiché sono tutti indebitatissimi con le istituzioni finanziarie, rischiano dunque il fallimento. Il loro indebitamento totale è di oltre 100 miliardi di dollari e il fallimento dei produttori di shale oil metterebbe in seria difficoltà il sistema finanziario non solo americano. Con annessi tracolli di Borsa».
Su questo giornale Alessandro Benetton ha proposto di sospendere le contrattazioni di Borsa. Lei che è stato vicepresidente del London stock exchange: cosa ne pensa?
«Penso sia un errore, perché i mercati devono essere sempre aperti. Sarebbe un modo per nascondersi i problemi. Anche oscillazioni brusche come quelle di questi giorni, sono fisiologiche. Diverso sarebbe se ci trovassimo di fronte a specifiche speculazioni».
Ma non prevede che per esempio tante aziende italiane saranno scalabili con prezzi da saldi?
«Ragionamenti di nazionalismo economico possono riguardare solo aziende strategiche. Ma che per esempio un'azienda della moda abbia azionista italiano o straniero non mi sembra rilevante per il nostro Paese».
Ma lei avverte il rischio che Eni possa essere oggetto di un assalto in Borsa?
«No. La golden share e il 29% in mano al governo ne è garanzia. Inoltre, in questo campo, le acquisizioni non possono mai essere ostili. I business regolati, e tanto più se un governo ne è azionista di maggioranza relativa, non sono bersaglio di aggressione»

Paolo Possamai – La Stampa – 25 marzo 2020

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