Salvini ko, ma a Chigi non si creda di avere vinto la guerra

I “Dpcm” non sono sottoposti né al vaglio del Capo dello Stato, né al voto del Parlamento: in un Paese che da sempre è diviso tra guelfi e ghibellini, tra Montecchi e Capuleti, tra destre e sinistre che (per lunghi anni) non si sono mai riconosciute e legittimate a vicenda, credo che quando si possiede una maggioranza politica, non se ne debba mai abusare. Vale per come si emanano le norme durante l'emergenza Covid, vale anche per il modo in cui il Parlamento giudica un ex ministro. (...) Il leader della Lega ha usato la politica di chiusura dei porti per fare propaganda politica, ma un parlamento non può mettere il leader dell'opposizione in mora. Anche perché la cosa più inaccettabile sono delle istituzioni che agiscono in modo doppiopesista: assolutorie con il potere e colpevoliste con l'opposizione.Il commento di Luca Telese su L'Unione Sarda.

Il problema sono i decreti di Giuseppe Conte

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Il voto politico slitterà al 2022

A settembre c’è di mezzo il referendum costituzionale che, per far contento Di Maio, pure Matteo aveva sponsorizzato. Doveva tenersi il 29 marzo scorso, causa Covid è slittato al 21 settembre insieme con le Regionali. Vuol dire che, fino a quel giorno, non sapremo da quanti membri verrebbe composto il futuro Parlamento. (...) Una volta timbrato il taglio di deputati e senatori, sarà necessario tarare la legge elettorale sulla base dei nuovi numeri.Il commento di Ugo Magri su Huffington Post.

Le elezioni politiche non prima del 2022

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Il dramma del Pd, ha assimilato il linguaggio del M5S

(Il Pd a guida Nicola Zingaretti in un vicolo cieco, ndr) È una sindrome di Stoccolma spiegabile con il terrore che senza i Cinquestelle si perderanno le regionali in 4 regioni su 6 e si smarrirà del tutto lo stesso governo Conte, ultima ciambella di salvataggio prima di un temibile naufragio sulla costa del Papeete, dove ad agosto tornerà un Salvini in modalità elettorale, che poi è l’unica che gli si attaglia. Ma forse la questione è più seria ancora. E riguarda l’assimilazione di un linguaggio, di un canone interpretativo della realtà, di una tecnica di manipolazione del consenso che dalla bocca di un anziano comico ha sparso le goccioline della malapolitica infettando l’organismo del Partito democratico, come un Covid populista che non si può, o non si vuole, debellare e che per questo torna di continuo. Il commento di Mario Lavia su LInkiesta.

Quel pasticciaccio di Palazzo Chigi

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