Avanzata del centro-destra, arriva lo stop di Bonaccini

Il sogno dell’uomo solo al comando, che Salvini coltiva fin da quando aveva sperato che il bipolarismo fosse stato sepolto sotto l’alleanza dei due populismi tra lui e Di Maio, dovrebbe cedere il passo a una più tradizionale leadership, auspicabilmente più moderata, ma per lui a libertà condizionata. E così anche il messaggio della sua radicale e irriverente «novità», che fin qui è stato dirompente, si annacquerebbe non poco. L’uomo mantiene anche dopo questa sfortunata tornata elettorale una forte empatia con l’opinione pubblica. Ma di nemici se n’è fatti tanti, e ieri non pochi esponenti del centrodestra hanno in segreto festeggiato la sua battuta d’arresto. Il commento di Antonio Polito sul Corriere della Sera.

Dopo elezioni regionali, la frenata di Matteo (Salvini, non Renzi)

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Il pieno e il vuoto della sinistra

È una questione di pieni e di vuoti. C’era evidentemente un vuoto, in mezzo alla politica italiana, che improvvisamente si sta colmando: come se il sistema, giunto sull’orlo dello squilibrio tra destra e sinistra, sentisse il bisogno di compensare l’interpretazione feroce che il populismo stava dando del Paese, allontanandolo dall’immagine di sé coltivata nel lungo Dopoguerra di crescita e progresso.

Quel vuoto era prima di tutto fisico, materiale. Nessuna voglia di mettersi in gioco, contendere lo spazio dell’ agorà nella discussione pubblica, uscire di casa e tornare a competere: dando ragione a Zygmunt Bauman, quando diceva che nella percezione della democrazia contemporanea la posta in gioco è ormai troppo bassa, comunque, e chiunque vinca o perda, con qualunque programma, poco o nulla cambia per la vita concreta del cittadino. Il risultato numerico, inevitabilmente, era l’astensione in crescita vertiginosa a ogni elezione: una rinuncia a partecipare che anticipava il grande rifiuto generalizzato che diventerà l’anima trionfante dell’antipolitica.

Perché il vuoto, com’è chiaro, era soprattutto politico. Riempito da partiti, naturalmente, e meno male: ma disertato dalle culture politiche, quelle che fanno muovere le bandiere, danno un’identità riconoscibile alle forze in campo e nobilitano gli interessi legittimi che queste forze rappresentano, in una visione generale del Paese e addirittura del mondo.

I partiti sono costruzioni umane, e come tali nascono, crescono, deperiscono, svolgendo con ciò la loro funzione utile e necessaria. Le culture radicano i partiti nella società, durano nel tempo aggiornando la loro interpretazione della realtà e raccordandola ai loro ideali. Tutto questo produce una storia, fatta di comunità e di individui, che contribuisce a dare fisionomia e carattere alla vicenda repubblicana nazionale, alimentando la fatica contemporanea della democrazia.

Così si scopre che il vero vuoto era di pensiero. Partiti sguarniti, svuotati. Tutti nati mercoledì scorso, senza una radice nella storia e un deposito di tradizione.

Sovrani nel dibattito istituzionale, ma sudditi nella discussione privata sui social network. Costretti da queste condizioni di sterilità culturale a vivere nell’estemporaneità, nell’improvvisazione, nell’effimero e nel contingente, formulando posizioni labili, dichiarazioni reversibili, affermazioni usa e getta, che non durano oltre lo spazio dell’occasione. La conseguenza quasi inevitabile è che l’azione sostituisce l’idea, il gesto prende il posto dell’atto politico e la forza sembra diventare il surrogato di una politica debole, dando l’illusione di soppiantarla.

Tutto questo ha dato forma, negli ultimi anni, a una espressione politica conseguente, come non l’avevamo mai conosciuta. Semplificata, irrigidita, ristretta e nello stesso tempo urlata, esagerata, appunto feroce. Ridotta all’osso, in declinazioni primitive e binarie, che non raccolgono la complessità dei tempi: vecchio e nuovo, noi e loro, dentro e fuori. Producendo pratiche politiche elementari nel loro massimalismo: rottamazione, esclusione, respingimento, con le forbici e la ruspa disegnate come simbolo impoverito e agguerrito del presunto cambiamento.

Il pieno della piazza di Bologna, domenica, non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato insieme, anzi prima, un tentativo di mettere in campo un pensiero alternativo a quello dominante. Questo è in realtà il principio e il segreto di questa nuova, improvvisa disponibilità dei cittadini a mobilitarsi per la politica, tornando a scendere in piazza: una sorta di ecologia del pensiero, la testimonianza che un’alternativa culturale è già in campo perché un’altra mentalità è possibile, con una diversa gerarchia di valori e dunque con una differente scala di priorità.

Esattamente qui sta la leva della nuova politica. Insieme con due concetti, la spontaneità (e quindi l’autonomia e la libertà, pur nel prendere parte — per fortuna — al confronto politico) e la gratuità, cioè la capacità di fare politica senza altro tornaconto che non sia l’interesse generale. È da questa sicurezza nella propria identità culturale (spesa non per sé ma per il Paese, non contro il sistema politico ma a difesa delle sue istituzioni, non attaccando i partiti ma aiutandoli a cambiare se stessi) che nasce la capacità di parlare alla pubblica opinione e di trovare ascolto, e persino fiducia.

È come se questa piazza democratica, difendendo la buona politica e le istituzioni, sapesse cosa dire, nella confusione di oggi, e come dirlo, segnando la differenza rispetto alla presunta egemonia della destra.

Coniugando una moderazione sicura del linguaggio con una radicalità indispensabile dei valori. Senza tentennamenti e confusioni incomprensibili, come quelle del Pd nel processo a Salvini, che alimentano il vuoto. Solo da un nuovo pensiero di sinistra, infatti, e non dalle tattiche, può nascere l’alternativa alla destra di oggi. Mobilitando le persone non soltanto come elettori, ma molto di più: come cittadini.

Ezio Mauro – la Repubblica – 21 gennaio 2020

 
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Porte aperte al proporzionale

Un vecchio alfiere del sistema maggioritario, Arturo Parisi, ha salutato la sentenza della Corte Costituzionale come «la fine di ogni illusione». È possibile che questo signore non più giovane, politologo di fama e già braccio destro di Prodi ai tempi dell’Ulivo, sia diventato un seguace di Salvini? È credibile che la sua amarezza nasca dal rimpianto per l’insuccesso di Calderoli, autore di un quesito giudicato «eccessivamente manipolativo»? Qualcuno lo ha insinuato, ma è facile capire che le cose non stanno così. Parisi e con lui vari fautori del maggioritario — probabilmente anche nel palazzo della Consulta — stanno solo dicendo addio a una battaglia durata, tra alti e bassi (compresi parecchi errori), circa trent’anni e ora terminata in via definitiva. Perché un punto è chiaro: d’ora in poi non avrà più senso proporre altri referendum per cambiare la legge elettorale attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini.

La partita torna in Parlamento e lì rimarrà. Purtroppo l’esperienza insegna che in questa materia le alchimie partitiche non producono buoni risultati. Con l’eccezione del cosiddetto Mattarellum, non a caso figlio della prima stagione referendaria, quando le assemblee legislative recepivano i messaggi dell’opinione pubblica, abbiamo avuto una girandola di sistemi elettorali, alcuni mai applicati e un paio bocciati dalla Corte in quanto incostituzionali almeno in parte. Ora le porte sono spalancate affinché Camera e Senato rimettano mano alla legge Rosato — in vigore ma con scarsa soddisfazione generale — e lavorino per sostituirla. Sul tavolo c’è una prima intesa tra Pd e Cinque Stelle per tentare di far approvare un modello interamente proporzionale con soglia di sbarramento al 5 per cento. Senza dubbio la sentenza di ieri semplifica sulla carta una forma di restaurazione in stile prima Repubblica, ma poi bisogna vedere in concreto cosa accadrà.

Il proporzionale, certo, diede sostanza al sistema politico per oltre quarant’anni, tuttavia quella Repubblica non esiste più da tempo insieme ai partiti che la incarnavano. Tornare all’antico sulla spinta della Corte, sia pure con un quorum fissato al 5 per cento (ma reggerà nel dibattito?), rischia di essere un’operazione un po’ fuori contesto. E in ogni caso non può essere appaltata alle sole forze della maggioranza giallorossa, tutte propense a una formula in cui nessuno vince del tutto e nessuno perde davvero. Viceversa, se il quesito pro-maggioritario fosse stato ammesso, il Parlamento avrebbe potuto evitare la consultazione approvando una nuova disciplina, ma con il vincolo di assorbire qualcosa dello spirito referendario.

Ci si domanda inoltre se e quanto la scelta dei giudici può allungare la vita della legislatura. S’intende che non sarebbe rispettoso insinuare che la Consulta decide con il bilancino della politica, così da favorire o danneggiare questo o quello. Resta il fatto che il referendum sulla legge elettorale, affiancato a quello sul taglio dei parlamentari, avrebbe caricato di senso la primavera. Forse avrebbe incanalato le tensioni e la conflittualità verso un approdo alternativo alle elezioni anticipate. Ora invece la pressione resta priva di sbocchi e questo potrebbe favorire strappi improvvisi e non prevedibili a favore del voto anticipato.

Più che mai diventano centrali le urne del 26 in Emilia-Romagna.

Stefano Folli – la Repubblica – 17 gennaio 2020

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