Se lo spread risale, note dolenti per il governo giallo-verde

Da qualche settimana, dopo le dichiarazioni di Mario Draghi sulla politica monetaria europea nel prossimo futuro, la designazione di Christine Lagarde alla sua successione, la sventata procedura d’infrazione per debito eccessivo, il mercato dei titoli di stato italiani vive una fase particolarmente positiva, con lo spread Btp-Bund tornato in area 200 punti base. A causa del concomitante abbassamento generalizzato dei tassi, ciò si riflette in una significativa riduzione del costo del finanziamento. Ne è una lampante riprova l’esito della riapertura sindacata del Btp a 50 anni, nella quale il Tesoro, con un tempismo perfetto, ha emesso 3 miliardi a un rendimento del 2,877 per cento, quasi identico al 2,85 per cento conseguito al lancio di questo titolo nei primi giorni di ottobre del 2016, cioè in uno dei momenti di maggiore domanda per i titoli di stato italiani degli ultimi anni. L'interessante commento di Maria Cannata sul sito La Voce di Tito Boeri.

Perché il numerino dello spread è molto importante

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Mina vagante miliardaria sui conti di Palazzo Chigi

Tutti coloro che vogliono sapere cosa sta succedendo al nostro debito pubblico sono serviti: il primo rapporto sul debito pubblico italiano è online, sul sito del Ministero dell’Economia. Lo ha scritto la direzione di Maria Cannata, ovvero colei che di quei 2.199 miliardi di debito sa tutto perché lo gestisce da 15 anni. Sa tutto anche della parte più opaca che riguarda i 160 miliardi in derivati, già costati all’erario negli ultimi 4 anni 16,9 miliardi, e con una perdita potenziale di oltre 40. Peccato che a questo «bubbone» vengano dedicate solo 2 paginette, ma la cosa non stupisce dato che nessuno può vedere i contratti, neanche i parlamentari della Repubblica. Eppure di cose da spiegare ce ne sarebbero, a partire dalla probabilità che il Tesoro, nei prossimi 5 anni, paghi 15 miliardi di quei 40. Un articolo di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera.

Tegola dei derivati del Tesoro sugli italiani

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Quelle banche d'affari che affossano l'Italia

Un esborso miliardario dalle casse dello Stato italiano che forse avrebbe potuto essere evitato o limitato e intrecci azionari che fanno sorgere diversi interrogativi. Dalle carte del processo contro le agenzie di rating Standard & Poor’s e Fitch in corso a Trani, anticipate in parte dal Corriere della Sera, emergono particolari imbarazzanti per il ministero dell’Economia. I documenti aggiuntivi depositati dal pm Michele Ruggiero in vista dell’udienza del 5 marzo evidenziano infatti che all’inizio del 2012, dopo che S&P aveva declassato il rating della Penisola con una mossa finita al centro dell’inchiesta per manipolazione del mercato, l’Italia pagò oltre 2,5 miliardi di euro a Morgan Stanley in attuazione della clausola di risoluzione anticipata di un derivato. Circostanza peraltro già nota: la banca d’affari statunitense, troppo esposta nei confronti di Roma, fece appello a un codicillo che le consentiva di chiudere anzitempo il contratto sottoscritto nel 1994 con il Tesoro, facendosi restituire l’intero valore di mercato della posizione. Che in quella fase era particolarmente alto proprio in seguito alla debolezza finanziaria dell’Italia. Un articolo su il Fatto Quotidiano.

Gli errori di Padoan costano cari all'Italia

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