Il duello Arcuri-Minenna spiega dove sono finite le mascherine

Devono essersi lasciati prendere pure loro, come tanti del resto in questi tempi di coronavirus, dalla retorica militaristica. E così se da un lato Domenico Arcuri, commissario all’emergenza voluto da Giuseppe Conte, dice di essere “colui che in guerra deve assicurare le munizioni al suo esercito”, dall’altro lato Marcello Minenna il suo piccolo esercito ha provato a costruirselo davvero. Almeno in apparenza. Ed è così che il 24 marzo scorso il Direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli (Adm) – nel frattempo autonominatosi, con determina autoriferita, “Direttore Generale”, così da distinguersi dagli altri direttori interni – ha disposto come “prioritaria” la “realizzazione” di divise vere e proprie per il personale operativo e di rappresentanza, e che per quest’ultima categoria “si adotterà un stile affine ai modelli attualmente in uso presso l’Aeronautica militare”, con tanto di mostrine e colori differenziati a indicare i diversi “gradi”. Il tutto, beninteso, nonostante l’Adm non abbia nulla a che vedere coi corpi militari. Ma del resto, à la guerre comme à la guerre: perché le due strutture, quella commissariale di Arcuri e quella delle Dogane, che dovrebbero collaborare nello sforzo di approvvigionamento di mascherine e respiratori, finiscono spesso proprio per competere l’una con l’altra. L’una, talvolta, contro l’altra. Per una non chiara definizione dei ruoli, forse, o forse per una fin troppo chiara ansia da prestazione mediatica. E non è un caso, allora, che a fine marzo, col morbo che infuriava e le mascherine che scarseggiavano, il Comitato tecnico presieduto da Minenna si riunisce per stabilire che, per le tute del personale operativo, “ciascun indumento della parte superiore dovrà recare, a tergo e ben visibile, l’indicazione per esteso ‘Agenzia Dogane e Monopoli’” e che “il giubotto tipo bomber dovrà altresì essere dotato di un supporto per l’applicazione a strappo del logo dell’Agenzia in dimensione doppia rispetto a quello attualmente in uso”: non sia mai che nelle inquadrature dei telegiornali, o nei video promozionali da diffondere sui social, non si veda bene. E a un malinteso principio di celerità, evidentemente opportuno nelle operazioni di controllo e smistamento del materiale sanitario in queste settimane, sembra improntato anche un’altra novità: quella, cioè, dello “sdoganamento diretto”. Una pratica suggerita dall’ordinanza emessa dallo stesso Arcuri il 28 marzo scorso, e che tuttavia non viene definita nel dettaglio. E dunque, non trovando un corrispettivo preciso nei protocolli operativi dell’Agenzia, questo “svincolo diretto” dei dispositivi sanitari (guanti e mascherine, per lo più) sta più che altro creando confusione sulle piste d’atterraggio. Anche perché una procedura agevolata, nella prassi dell’Adm, già esiste – è il cosiddetto “canale verde”, che non prevede controlli fisici ed è più rapido rispetto a quelli tradizionali, “rosso” e “arancione” – e in pochi si spiegano il perché di una nuova complicazione, che tra l’altro obbliga i doganieri a essere presenti nei luoghi di sdoganamento. Minenna, dal canto suo, non ci sta. E a chi lo accusa di rallentare la distribuzione del materiale sanitario ha risposto, dalle colonne del Sole 24 Ore, dicendo che “chi conta di fare speculazioni sanitarie, quando viene bloccato dall’Adm si rivolge ai media e ai destinatari finali del materiale” per scaricare ogni colpa sulle Dogane. Sta di fatto che più di una volta la struttura commissariale di Arcuri s’è ritrovata a dover mediare tra le regioni (specie con la Lombardia) e l’Adm, sollecitando un’accelerazione per il rilascio delle merci sdoganate o per rimediare a requisizioni rivelatesi non del tutto giustificate.

Valerio Valentini – Il Foglio – 15 aprile 2020

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Integrazione Ue ostaggio di visioni miopi

La minaccia delle pesanti ricadute economiche del coronavirus si somma, in Europa, a un preesistente rallentamento dell’attività economica. Sicuramente serviranno misure straordinarie ed essendo gli spazi di manovra della Bce ormai molto ristretti, il pensiero volge ovviamente alla politica fiscale. In questo contesto si inserisce con qualche difficoltà la Comunicazione sull’efficacia della governance economica Europea pubblicata il 5 febbraio dalla Commissione Ue e passata quasi inosservata. Bruxelles ammette l’eccessiva complessità del quadro fiscale europeo ma giudica comunque in termini positivi i risultati raggiunti e ne evidenzia l’utilità per favorire la convergenza tra le performance economiche dei vari Stati, sottolineando la ripresa di crescita e occupazione.
I dati purtroppo non supportano questo giudizio. In Italia e Grecia il Pil reale è ancora lontano dai livelli pre-crisi e, soprattutto dai Paesi core, come Germania e Francia. Grosse differenze si registrano nei tassi di disoccupazione e nei tassi di interesse pagati da paesi che pure, in larga parte, condividono la stessa moneta. Negli ultimi tempi i rendimenti nominali si sono riavvicinati, ma tra quelli reali (cioè aggiustati per l’inflazione) restano distanze significative.

Le dinamiche di queste grandezze riflettono i forti divari competitivi tra le economie interessate e la frequente coincidenza tra crescita ed eccessivi avanzi delle partite correnti.

Sul punto la Commissione Europea si limita a riportare lo scarso successo nella correzione di questo tipo di squilibri e la possibilità che influiscano sul regolare funzionamento dell’area euro. Come se non fosse così già da molto tempo.

Secondo Bruxelles tra le principali debolezze del quadro economico e finanziario c’è l’elevato livello di debito pubblico di alcuni Paesi, gli stessi ancora lontani dagli obiettivi di bilancio di medio termine e indietro con le riforme strutturali. Da qui la necessità di rendere più efficaci le misure atte ad assicurare la sostenibilità dei debiti pubblici.

Senonché, nello stesso documento, la Commissione riconosce come l’altra priorità sia la crescita, destinata a restare contenuta a meno di azioni di policy per stimolare l’economia. Con una politica monetaria già molto accomodante, la conclusione più logica sarebbe aumentare la spesa pubblica. Eppure, salvo un vago accenno alla possibile revisione delle clausole di flessibilità, manca una concreta capacità propositiva. L’impressione è quella di un pericoloso immobilismo confermata dall’esito dell’ultimo Consiglio Europeo sul bilancio comune per il periodo 2021-2027, conclusosi con le barricate alzate dagli Stati membri sugli zero virgola.

All’Europa fiaccata da Brexit, tensioni commerciali e ora anche dal coronavirus, serve invece un budget centrale di almeno il 3-4 per cento del Pil e, in prospettiva, molto di più. Negli Stati Uniti la spesa pubblica dell’amministrazione federale gira da anni intorno al 20% del Pil, circa 4mila miliardi di dollari in termini monetari.

Considerando anche le uscite dei singoli Stati membri i numeri sono più bilanciati: circa il 40% del Pil negli Usa e il 47% nella Ue. Ma il ragionamento di fondo è un altro e ha a che fare con la ripartizione della spesa tra bilancio centrale e bilanci statali. Negli Stati Uniti il budget federale è dello stesso ordine di grandezza di quello delle amministrazioni statali e locali (anzi, ormai, superiore), mentre in Europa il rapporto è quasi di 1 a 50. E la differenza si vede nei numeri del Pil.

Molti problemi dell’Europa sono l’eredità di una visione miope e perdente di integrazione economica e fiscale che abbiamo il dovere di sanare.

Direttore Generale dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Marcello Minenna – Il Sole 24 Ore – 1 marzo 2020

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Il governo piace agli italiani? Il mistero svelato

La tenuta del governo gialloverde è, almeno in apparenza, un mistero. (...) Qualche considerazione. La prima è il dividendo di potere nelle nomine. Al quale ci si abitua tanto più velocemente quanto più lungo è stato il digiuno. Un compromesso spartitorio si trova sempre. Anche sdoppiando le caselle. Come stanno tentando di fare con le nomine di Paolo Savona e Marcello Minenna alla Consob, la Commissione per le società e la Borsa. O con la decisione di reintrodurre il consiglio di amministrazione per la successione di Tito Boeri all’Inps. Il commento di Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera.

L'insaziabile sete di poltrone dei gialloverdi

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