Lagarde alla Bce subentra a Draghi

Secondo la banca d'affari americana Goldman Sachs, in un accurato studio di un analista di esperienza come Sven Jari Stehn riguardo alla parte relativa agli acquisti di bond sovrani o di agenzie governative da parte della Banca Centrale Europea, questi non cesseranno, come preannunziato recentemente da Mario Draghi. Nello studio di Goldman appaiono di fatto soltanto come un “contorno” necessario per ampliare il valore di acquisti mensili, affinché possano sortire un effetto diretto sui mercati e sulle dinamiche macro, come mostra il grafico. Un commento su Business Insider.

La nuova Bce, Lagarde alla guida, continuerà con la politica di Draghi

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Quelle banche d'affari che affossano l'Italia

Un esborso miliardario dalle casse dello Stato italiano che forse avrebbe potuto essere evitato o limitato e intrecci azionari che fanno sorgere diversi interrogativi. Dalle carte del processo contro le agenzie di rating Standard & Poor’s e Fitch in corso a Trani, anticipate in parte dal Corriere della Sera, emergono particolari imbarazzanti per il ministero dell’Economia. I documenti aggiuntivi depositati dal pm Michele Ruggiero in vista dell’udienza del 5 marzo evidenziano infatti che all’inizio del 2012, dopo che S&P aveva declassato il rating della Penisola con una mossa finita al centro dell’inchiesta per manipolazione del mercato, l’Italia pagò oltre 2,5 miliardi di euro a Morgan Stanley in attuazione della clausola di risoluzione anticipata di un derivato. Circostanza peraltro già nota: la banca d’affari statunitense, troppo esposta nei confronti di Roma, fece appello a un codicillo che le consentiva di chiudere anzitempo il contratto sottoscritto nel 1994 con il Tesoro, facendosi restituire l’intero valore di mercato della posizione. Che in quella fase era particolarmente alto proprio in seguito alla debolezza finanziaria dell’Italia. Un articolo su il Fatto Quotidiano.

Gli errori di Padoan costano cari all'Italia

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Ue incapace di concepire strategia di crescita

La Grecia è in grosse difficoltà. Ha un indebitamente incredibile, ha truccato i conti ma non ha fatto tutto da sola. Quando nel 2010 si scoprì che il deficit pubblico greco non era del 3 ma del 13 per cento, a sbagliare non furono solo i politici locali che, con l’aiuto di Goldman Sachs, avevano occultato i veri numeri. A fallire furono anche le istituzioni europee: prima di tutto Eurostat, l’istituto statistico incaricato di «bollinare» le cifre fornite dai singoli governi, ma anche l’Europa politica. Un’Europa che aveva cominciato ad applicare la sua algebra del 3 per cento e dei suoi decimali ai deficit pubblici dei vari Paesi membri, salvo consentire rilevanti deviazioni interpretative dei trattati a grandi Paesi fondatori come Germania e Francia. Da allora è cambiata la Commissione e sono cambiati i leader politici nazionali. Ma — malgrado recenti aperture verso una maggiore flessibilità — l’Europa che nella persona del presidente Juncker offre una mano formalmente amichevole alla Grecia è la stessa entità oggi incapace di concepire una strategia di crescita per il futuro che vada oltre un modesto piano di supporto agli investimenti infrastrutturali. Un editoriale di Francesco Daveri sul Corriere della Sera. 

Grecia: la crisi si è aggravata anche per colpe Ue

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