Un errore voler fare da soli

Ciò di cui l’Italia oggi ha più bisogno è tantissima liquidità. Tanta quanta ne serve per chiudere il buco aperto da una caduta del reddito che, alla fine dell’anno, varrà, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, oltre 150 miliardi di euro. Serve liquidità affinché chi non può lavorare non perda il suo reddito e quindi possa continuare a consumare: se così non accadesse, agli effetti del lockdown sulla produzione si sommerebbe una straordinaria contrazione della domanda. E serve liquidità per evitare che le aziende falliscano; per far fronte alla straordinaria pressione sul sistema sanitario, che ha dimostrato di avere medici e infermieri eroici, ma gravi carenze strutturali. Paragoniamo le conseguenze del virus in Lombardia e nella vicina Germania. Eppure la nostra spesa pubblica complessiva è 4 punti di Pil più alta di quella tedesca: abbiamo speso per decenni per tutto e di più, accumulando un enorme debito anche in periodi di normale crescita del Pil, ma nella sanità spendiamo due punti e mezzo di Pil meno della Germania. Serve liquidità affinché la decisione su quando ripartire la prendano medici e virologi, magari con l’aiuto di qualche economista, ma non la prendano imprenditori sull’orlo del collasso. Non possiamo rimanere chiusi finché non si scoprirà un vaccino, il che non sarà presto, purtroppo. Ma non possiamo neppure permetterci di riaprire senza un programma di test ben avviato e sufficientemente diffuso: è mai possibile che in tre mesi non si sia riusciti a copiare quanto fatto a Seul o a Taiwan, o più semplicemente a Berlino? Se riaprissimo in modo confuso e alla cieca rischieremmo di dover richiudere tutti in casa fra poche settimane, compresi coloro che potrebbero uscire e lavorare senza rischi: un nuovo stress che le imprese e i cittadini farebbero molta fatica a sopportare. A quel punto gli effetti negativi sulla salute stessa dei cittadini, depressione, ansia, suicidi, violenze familiari sarebbero effetti secondari della cura assai pesanti. Non solo ma «c’è il rischio che si infiltri la criminalità» nel vasto progetto di sostegno dell’economia, ha dichiarato ieri in Parlamento la ministra Luciana Lamorgese.

Dove si trova tanta liquidità? Certo non tassando un’economia che non produce: la si affosserebbe definitivamente. Le tasse non si alzano durante una recessione. Al massimo quando è finita. Tantomeno ricorrendo a forme di prelievo forzoso: per ogni euro incassato forzosamente lo Stato ne perderebbe molti di più perché un prelievo obbligatorio, ad esempio un’imposta patrimoniale, segnalerebbe che abbiamo perso l’accesso al mercato. Il debito che è detenuto all’estero non verrebbe rinnovato e anche gli italiani cercherebbero di disfarsene. Allora dove trovare la liquidità? Nonostante un’iniziale gaffe della sua presidente, la Bce è intervenuta massicciamente per fornire liquidità. Nel mese di marzo la banca ha annunciato che da ora a fine anno acquisterà titoli pubblici e privati per 930 miliardi di euro. La nostra quota è il 13 per cento, quindi 120 miliardi circa. E la Bce ha anche detto che, se necessario, quella cifra nel corso dell’anno potrà essere aumentata.

Quindi tutte le discussioni su Mes, eurobond, Recovery fund sono inutili? No, perché la Bce può spegnere un incendio, ma poi gli incendi vanno prevenuti ed evitati. La Bce non può acquistare un trilione di titoli all’anno per sempre. Per questo ci vogliono il Mes, gli eurobond o qualche altro meccanismo per far fronte a choc comuni, cioè choc, come il Covid, che colpiscono tutti i Paesi dell’euro. Questa pandemia non sarà l’ultimo choc comune per l’eurozona.

Problema già risolto quindi? Assolutamente no: il vertice europeo di domani è cruciale. Chiedetevi che cosa potrebbe accadere se domani i Paesi dell’eurozona litigassero e la riunione terminasse senza un comunicato congiunto, ad esempio perché il presidente del Consiglio italiano si impunta sugli eurobond e il suo collega olandese non ne vuole sentir parlare, come è accaduto nella penultima riunione dell’eurogruppo. Dopo un Consiglio europeo che finisse male lo spread sui titoli di Stato italiani si impennerebbe e solo gli interventi della Bce riuscirebbero ad abbassarlo. La Bce può farlo, ma solo sbilanciando i suoi acquisti di titoli a favore dell’italia. La sua posizione diverrebbe sempre più difficile, guardata con sospetto dai Paesi del Nord Europa. Che Salvini spari a zero sull’Europa è comprensibile. La sua è una scelta politica, a nostro parere folle, ma lucida. Il suo scopo è portarci fuori dall’Europa. Ma che il presidente del Consiglio affronti le riunioni europee con frasi tipo «Pronti a fare da soli» non solo è controproducente, è assolutamente privo di credibilità. Come può l’Italia minacciare di uscire dall’Europa e dall’euro? Che cosa succederebbe se fossimo da soli? La liquidità dovrebbe fornirla la Banca d’Italia, e una lira non ancorata all’euro si svaluterebbe come accadeva negli anni Novanta, quando la lira si svalutava un anno sì e l’altro pure, senza che la nostra competitività nel commercio internazionale migliorasse stabilmente. Gli investitori esteri fuggirebbero spaventati dal rischio svalutazione, gli italiani, a meno che non glielo si impedisca per legge, investirebbero in euro e dollari. I nostri titoli perderebbero valore e i tassi sul debito pubblico schizzerebbero. Una strada che ci porterebbe dritti verso un default sul debito, o a causa dell’inflazione o per decreto. Davvero qualcuno pensa che sia un’alternativa preferibile a una sia pure imperfetta Europa?

Siamo un popolo straordinario, capace di produrre ricerca d’ avanguardia, capace di creare grandi aziende e grandi innovazioni, con i nostri combattenti in prima linea contro il virus abbiamo dimostrato un eroismo che ha commosso tutto il mondo. Ma l’Europa non discute con gli italiani, discute con i rappresentanti del nostro Stato. Che è uno Stato indebitato, che spesso ha gettato al vento le tasse pagate dai cittadini, accumulando debito inutilmente, che non sa spendere i fondi europei, che in due mesi non è riuscito a imparare dalla Corea del Sud a mettere in piedi un sistema per testare, isolare e affrontare il Covid. Che alcuni rappresentanti dei Paesi del Nord Europa siano talvolta gretti non c’è dubbio. Ma noi dobbiamo essere un po’ più umili e realistici nel riconoscere che chi non si fida dei rappresentanti del nostro Stato qualche motivo in passato l’ha avuto.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi – Corriere della Sera – 22 aprile 2020

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Il secondo virus

  • Pubblicato in Esteri

I virus oggi in giro per il mondo sono due. Per uno, il Covid-19, speriamo che prima o poi una cura e un vaccino si trovino (e chissà se quel giorno i «no vax» si scuseranno). L’altro è un pericolo per le nostre democrazie. È un virus che, oggi aiutato dal Covid-19, attacca la democrazia liberale e si manifesta in almeno quattro forme: Putin, Trump, autocrati stile Erdogan e Orbán ai nostri confini e i sovranisti europei. Insomma, il populismo nelle sue diverse manifestazioni. Per questo la cura, fortunatamente, la conosciamo: rafforzare la democrazia liberale e i «checks and balances» tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Il rischio è serio. E non solo perché il rifiuto della scienza, che accomuna i populisti, ha fatto perdere all’inizio della pandemia settimane preziose, ad esempio in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, con morti che avrebbero potuto essere evitate. Donald Trump fino ai primi di marzo diceva che negli Stati Uniti tutto era sotto controllo, che erano i democratici ad esagerare e che un miracolo e la primavera avrebbero fatto sparire il virus. Oggi ci sono quasi 300 mila contagiati negli Usa e alcune proiezioni prevedono tra i 100 mila e i 200 mila morti nei prossimi mesi. Alcuni populisti, ad esempio in Ungheria, hanno sfruttato la pandemia per sospendere la democrazia. Trump stesso usa falsità o mezze verità per denigrare i governatori democratici di vari Stati, in particolare quelli come il Michigan che saranno cruciali nelle prossime elezioni. Il virus come strumento di campagna elettorale. In un momento di emergenza nazionale un vero leader riunisce la nazione, Trump la divide ancor di più. C’è addirittura chi teme per la regolarità delle elezioni di novembre. La Costituzione americana proibisce di spostarle ma da Trump e dal partito repubblicano oggi ci si può aspettare di tutto. Se si diffondesse, il virus del populismo renderebbe gli europei irrilevanti e impoveriti. I sovranisti, con la «scusa» dell’immigrazione (problema serio ma esagerato strategicamente) vogliono distruggere l’unione europea e sostituirla con tanti orticelli apparentemente sovrani ma in realtà alla mercé di Russia, Stati Uniti e Cina. Paesi europei relativamente piccoli finirebbero per combattersi fra loro in guerre commerciali, con tariffe, svalutazioni competitive, concorrenza fiscale. Un gioco a somma ampiamente negativa che abbiamo già sperimentato negli anni Venti e Trenta, fra le due guerre mondiali, e che ha prodotto un disastro. Proprio per evitare il ripetersi di quelle catastrofi si è iniziato, negli anni Cinquanta, il processo di cooperazione europea. Sparita l’Europa, come vorrebbero i sovranisti, Stati Uniti, Russia e Cina deciderebbero da soli le sorti della umanità: da come proteggerci contro i cambiamenti climatici, alle regole del commercio fra nazioni, dal destino dei regimi a loro non graditi, alla dimensione degli eserciti. Putin e Trump sperano che l’Europa si disintegri per eliminare un concorrente e lavorano insieme per raggiungere questo obiettivo. Con l’aiuto degli autocrati ai confini dell’Europa creano instabilità e incertezza illudendo i sovranisti nostrani che la democrazia liberale sia un po’ «passé». Invece dobbiamo rafforzarla, altrimenti potrebbe aprirsi un periodo assai buio per le libertà individuali e per le nostre economie. I «falchi» del Nord Europa sembrano non capire che qui non si tratta di disquisizioni tecniche su Eurobond o Mes, ma di compiere scelte che determineranno la sopravvivenza, o meno, dell’Europa. Se al di là dei dettagli l’Europa non dimostrerà che a uno choc comune (il virus) è capace di rispondere in qualche modo comune avrà finito di esistere. Che i leader di Germania e Olanda, e non solo loro, non lo capiscano è straordinario. Soprattutto in un mondo in cui l’unione europea è rimasto uno dei rarissimi esempi di collaborazione fra Stati. Un esempio sul quale dovremmo far leva per rafforzare la nostra posizione nel mondo: altro che aver paura degli intrighi di Putin e Trump. Putin ha sicuramente influenzato le elezioni americane del 2016 per favorire Trump. Pare sia intervenuto di nuovo nelle primarie del partito democratico per favorire Bernie Sanders, un candidato la cui «nomination» avrebbe garantito a Trump la rielezione sicura e una presidenza se possibile ancor più imperiale di quella che sta per chiudersi. Magari con sua figlia Ivanka candidata nel 2024. Il fatto che una potenza straniera interferisca in elezioni altrui è grave e le tecnologie dei social rendono assai difficile evitarlo. Lo stesso Trump ha chiesto aiuto a un Paese straniero (l’Ucraina) per cercare di sabotare la candidatura di Joe Biden, in cambio di aiuti militari pagati dai contribuenti americani. Se Putin interverrà in elezioni di altri Paesi staremo a vedere: ma è quasi certo che i servizi russi pagassero, e forse ancora lo fanno, cittadini europei di varie nazioni perché «postassero» sui giornali online commenti sovranisti e favorevoli a Mosca. Al punto che un quotidiano inglese, il Guardian, per difendersi da queste interferenze, aveva smesso di pubblicare i commenti dei lettori. E appena può, Putin deride la democrazia liberale, definendola un sistema obsoleto. Nel frattempo, come è accaduto giorni fa a Jacopo Iacoboni, giornalista della Stampa, fa attaccare dai suoi generali la libertà di stampa in Italia, forse pensando che fra poco riuscirà lui a limitarla attraverso i suoi amici italiani. Trump sta mettendo a dura prova la democrazia più che bicentenaria degli Stati Uniti, un sistema i cui anticorpi nella storia hanno sempre limitato le ambizioni imperiali dei presidenti. Basta leggere i testi dei padri fondatori della democrazia americana, soprattutto James Madison, per rendersi conto di quanto fossero preoccupati di limitare i poteri dell’«uomo forte», seppur cercando di far sì che la capacità di agire del governo non fosse bloccata dall’opposizione. Trump oggi domina un partito repubblicano preoccupato delle prossime elezioni anziché della Costituzione americana. Durante il suo primo mandato il presidente ha licenziato chiunque si opponesse alle sue scelte. Recentemente si è di fatto auto-nominato capo della giustizia e ha agito di conseguenza, chiedendo con un tweet al ministro della Giustizia, William Barr, di intervenire per ridurre la pena comminata al suo collaboratore e amico Roger Stone. Barr prima ha obbedito, poi rendendosi conto della gravità della cosa e della valanga di critiche ricevute da più di duemila giudici ha «quasi» minacciato le dimissioni. «Quasi» perché il culto per la personalità dell’«uomo forte» Trump e la paura per le sue reazioni pervade il partito repubblicano. Nel frattempo, il presidente ha «perdonato» una dozzina di personaggi condannati per gravi crimini di corruzione o di «insider trading». Trump ha sinora nominato 50 giudici distrettuali, il doppio dei 25 nominati da Obama allo stesso punto della sua presidenza. Il risultato è che in tre tribunali distrettuali, fra i quali quello di New York, uno dei più importanti, le nomine di giudici giovani, tutti conservatori, influenzeranno per molti anni l’interpretazione della legge. Anche la Corte Suprema, con l’arrivo del giudice Cavanagh ha oggi una maggioranza di conservatori. Con le sue nomine Trump sta trasformando anche i servizi segreti, che dovrebbero essere un delicato organo super partes, in un organo partigiano, pieno di amici suoi. La presidenza di Trump sta creando precedenti ai quali futuri presidenti, siano essi repubblicani o democratici, potrebbero appellarsi per indebolire i «checks and balances» della democrazia americana, un virus che si potrebbe propagare ad altre democrazie. Comunque, ma soprattutto se Donald Trump venisse rieletto, i «checks and balances» della Costituzione americana dovranno funzionare al meglio. Perché l’esempio di questa presidenza imperiale potrebbe ispirare negativamente molti altri sia negli Stati Uniti che altrove. Tanto più che a proposito di non democrazie liberali, la storia ci dirà se nel dicembre scorso il partito comunista cinese, che guida un Paese totalmente privo di «checks and balances», non abbia nascosto qualcosa sul virus che avrebbe potuto aiutare il resto del mondo a reagire più in fretta. E anche nei mesi successivi: il numero dei morti cinesi ad esempio non appare più credibile e questo ha messo fuori strada le azioni di contenimento nel resto del mondo.

Alberto Alesia e Francesco Giavazzi – Corriere della Sera – 5 aprile 2020

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Evitare l'infezione economica_6

L’Europa non può più procedere a piccoli passi

Di fronte a questa crisi, va innanzitutto riscoperto Rudi Dornbusch. "Il grande economista tedesco diceva sempre che il mondo è pieno di persone che propongono soluzioni facili, quasi sempre sbagliate". E dunque, suggerisce Francesco Giavazzi, "diffidiamo di chi ci dice che per crescere e innovare basti lo stato. Diffidare, quindi, dei libri della professoressa Mazzucato". E però, ci dice l'economista e analista sociale, "dobbiamo anche rimettere in discussione alcune delle nostre convinzioni. Sia sulla globalizzazione, che va obiettivamente regolata meglio, come capiamo, ad esempio, guardando i canali di Venezia di nuovo pieni di pesci e capendo che quel luogo è unico al mondo e rischiavamo di distruggerlo per sempre. Sia sulla disuguaglianza, tema sempre lasciato nel sottofondo del dibattito pubblico e che va invece considerato centrale, ora: perché una società divisa tra grandi masse ai limiti della sopravvivenza e un piccolo gruppo di super-ricchi, è evidentemente una società che non funziona. Altre nostre convinzioni, invece, usciranno rafforzate. Continuo a credere ad esempio che ciascun paese deve fare le cose su cui ha un vantaggio comparato: non ha senso, per dirne una, dover importare dal Venezuela, portandolo fino a Taranto, il minerale necessario per la produzione dell'acciaio in Italia".

E poi c'è l'Europa, che per Giavazzi "è arrivata al punto di non ritorno. La costruzione dell'Unione è andata avanti, sin dalla sua fondazione, per piccoli passi. Ma ogni tanto ci sono state delle scelte coraggiose che hanno permesso di saltare gli ostacoli: la creazione della Comunità economia nel 1956, l'introduzione del Sistema monetario europeo nel 1978 dopo la crisi di Bretton Woods, e la moneta unica nel 1992. Ora dobbiamo saltare un nuovo ostacolo, perché per piccoli passi non si può più procedere. E dunque, se non vogliamo far saltare per aria l'euro, l'unione monetaria va completata. Per farlo, serve che l'Europa emetta in qualche modo un titolo europeo, garantito da tutti i paesi dell'Eurozona. Ci sono molti buoni motivi per farlo, ma oggi ce n'è uno imprescindibile: il finanziamento delle spese per fronteggiare l'emergenza del Covid-19. Mario Draghi ci ha ricordato del resto che le guerre si finanziano a debito: e nessun paese europeo, neppure la Germania, sarà in grado di reggere al crollo del pil di 10 o 20 punti". Francesco Giavazzi, economista

Siamo arrivati al momento più difficile nudi e senza alcuna arma in mano

Nicola Rossi parte da un numero. “Centocinquanta miliardi. Sono quelli stanziati – ci dice l’economista, già parlamentare del centrosinistra e presidente dell’Istituto Bruno Leoni – a sostegno delle imprese (piccole, medie e grandi) nel momento in cui il coronavirus impazza. Oltre a questo, 400 miliardi di maggiori garanzie sui crediti alle imprese”. Non parla dell’Italia. “Questo massiccio programma di intervento a sostegno dell’attività economica – precisa Rossi – accade in Germania. Ed è stato presentato dai media italiani come l’abbandono, finalmente, da parte della Germania della disciplina fiscale e del pareggio di bilancio. Uno straordinario travisamento della realtà. Perché la realtà dei fatti è che la Germania oggi può permettersi un intervento di queste dimensioni e in questi tempi esattamente perché ha tenuto per anni una disciplina fiscale puntuale ed ha rispettato alla virgola il pareggio di bilancio creando così lo spazio per un intervento fiscale che oggi si dimostra essere assolutamente necessario. E, notate bene, nel momento in cui il Parlamento tedesco voterà questo programma di sostegno dell’economia non lo farà, per così dire, gratis. Il governo dovrà presentare un piano di ammortamento che indicherà le modalità con cui il governo federale intende rientrare dal maggior debito nel giro di un paio di decenni in maniera da ricreare nuovamente lo spazio fiscale perché una pandemia può sempre arrivare. Tutto questo nel caso italiano non vale, purtroppo. La disciplina fiscale noi non l’abbiamo seguita. Il pareggio di bilancio l’abbiamo, nel 2011, scritto in Costituzione in maniera da poterlo non rispettare e infatti non lo abbiamo mai rispettato. Conclusione: lo spazio fiscale che sarebbe necessario per contrastare la crisi oggi semplicemente non c’è. Abbiamo lasciato che il debito pubblico arrivasse al 135 per cento del prodotto. Avanzi di bilancio non sappiamo cosa sono. Nicola Rossi, economista, presidente del Centro Studi Bruno Leoni

Non c’è un minuto da perdere, né un euro da sprecare

“Il lockdown serve a rallentare l’epidemia di Covid-19”, riconosce Carlo Stagnaro, fellow dell’Istituto Bruno Leoni. “La chiusura, però, non è una soluzione: è un costoso espediente. Se non cominciamo da subito a disegnare una strategia per il graduale ritorno alla normalità, i sacrifici di queste settimane saranno stati, almeno in parte, vani”. “Le caratteristiche del coronavirus – prosegue Stagnaro – sono ancora in gran parte sconosciute. Ci sono, però, alcune cose che sappiamo e che ci forniscono preziose indicazioni: su queste stiamo ragionando all’interno di un gruppo di lavoro interdisciplinare coordinato da Michele Boldrin. Intanto, sappiamo che, prima di avere un vaccino o anche solo una cura, serviranno mesi, forse anni. Quindi dobbiamo attrezzarci a convivere col virus, prima di poterlo debellare. Secondariamente, dobbiamo prendere contezza della vera estensione del fenomeno (ancora perlopiù ignota): servono dati, dati, dati, e tamponi, tamponi, tamponi. Sappiamo che Covid-19 tende a essere particolarmente aggressivo verso alcuni gruppi sociali (anziani, immunodepressi) e meno rischioso per altri (coloro che hanno meno di 60 anni, le donne). Appare dunque necessario immaginare che siano questi ultimi a tornare per primi alle loro attività. In terzo luogo, sappiamo che – per tutto il tempo necessario – serviranno adeguate misure di distanziamento sociale. Occorre pertanto ripensare molti aspetti della nostra esistenza: dalle catene logistica (il cui mantenimento è oggi la massima priorità economica) al sistema dei trasporti, dalla centralità dei servizi digitali (su tutti, il food delivery) alla sicurezza sul lavoro. Per individuare i giusti protocolli e i progressivi gradi di apertura bisogna coinvolgere – anche a livello istituzionale – una pluralità di competenze e tutte le parti sociali”. Infine, lo Stato. A giudizio di Stagnaro, “gioca un ruolo essenziale nel garantire da un lato l’efficacia del sistema sanitario, dall’altro quelle misure economiche che sono indispensabili per evitare il collasso di imprese e lavoratori. Dobbiamo fare tutto questo nel contesto di un paese che, per l’insufficiente coraggio riformista degli ultimi vent’anni, ha un’economia imballata e finanze pubbliche precarie. Possiamo farcela se prendiamo atto che non c’è un minuto da perdere né un euro da sprecare”. Carlo Stagnaro direttore Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni

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