Introdurre una carbon tax a livello globale?

L’avvento di una carbon tax farebbe emergere l’elevato livello di “internalizzazione” già in atto per via fiscale nel settore – un livello molto più alto rispetto ad altri settori inquinanti (vedi Oecd e lo studio Fmi), alcuni dei quali addirittura sussidiati, come l’agricoltura. Ma sarebbe anche una straordinaria occasione per accelerare lo sviluppo di mezzi di trasporto meno inquinanti. L’obiettivo primario dovrebbe essere rivolto alle esportazioni, in un mercato internazionale che genererà una domanda assai più elevata di tali mezzi, soprattutto ovviamente quelli che possono essere interamente pagati dagli utenti, senza la necessità di intervenire con ulteriori risorse pubbliche. Il commento dell'ing. Marco Ponti su La Voce.

Giunta l'ora della Carbon Tax

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Una battaglia che non si vince senza l’Europa

Un lavoratore su due in Italia oggi è fermo e chiede aiuto, che si tratti della Cassa integrazione, dei 600 euro previsti per gli autonomi o di altre forme di sostegno. Il conto della crisi economica da coronavirus ridotto all’essenziale e proprio per questo ancora più impressionante - è questo. È l’altra faccia della medaglia del distanziamento sociale che ci siamo imposti, delle strade vuote e dei negozi chiusi. A questo esercito di persone ferme a casa e senza reddito vanno aggiunti almeno altri 2,5 milioni di disoccupati ufficiali e il vasto universo, specie al Sud, di chi lavora in nero. Tutti più deboli e scoperti in questa fase. Le previsioni sull’economia sono nere, tendenti al cupissimo. Il nostro Pil, dice il Fondo monetario internazionale, calerà quest’anno del 9,5%, una percentuale da tempi di guerra. La Banca d’Italia è più – forse troppo – ottimista si ferma a un calo del 5,5%. La profondità delle ferite economiche dipenderà ovviamente anche e soprattutto dalla durata del fermo delle attività. Riaprire al più presto è doveroso, ma non prima di aver messo in sicurezza i lavoratori. E anche quando la maggioranza delle imprese e dei servizi sarà di nuovo attiva (ma con quali nuove modalità?) la recessione non si risolverà per incanto. Anzi. Bisogna quindi rafforzare l’intervento pubblico che è stato attivato nelle scorse settimane. E bisogna fare chiarezza. I sussidi ai lavoratori andranno rifinanziati presto. Gli 8 miliardi stanziati per Cig e bonus alle partite Iva dovranno probabilmente salire nei prossimi mesi a un multiplo di quella cifra. Il debito pubblico italiano ci concede poco spazio di manovra, i mercati guardano con ansia ai nostri conti. In queste condizioni dire no agli strumenti che l’Europa può mettere a disposizione, dal Mes alle obbligazioni emesse sotto un cappello comune, è un lusso che nessuno si può permettere.

Francesco Manacorda – la Repubblica – 19 aprile 2020

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Tre mosse per limitare i danni

Il Fondo Monetario Internazionale l'ha ufficializzato: il mondo sta affrontando quella che è, di gran lunga, la peggiore crisi economica dalla Seconda guerra mondiale. Quest'anno il Pil reale del mondo è previsto scendere del 3 per cento. Nel dopoguerra era sempre cresciuto, a parte una piccola discesa nel 2009, l'anno della crisi finanziaria globale. Il coronavirus sta facendo quello che Lehman Brothers non riuscì a fare. È vero che l'Fmi prevede un rimbalzo nel 2021 (con un aumento del Pil del 5,8 per cento), ma nella situazione attuale fare previsioni per l'anno prossimo resta molto azzardato.
Scendendo nel dettaglio, l'Fmi prevede un calo del Pil dell'euro area del 7,5 per cento, più forte che negli Stati Uniti, che sfiorano comunque il 6 per cento e dove la disoccupazione sta esplodendo. E l'Italia? Siamo, ancora una volta, il fanalino di coda: meno 9,1 per cento. Occorre andare al 1945 per trovare per l'Italia un dato peggiore. Temo sia una previsione più o meno realistica, non tanto perché anche prima crescevamo meno degli altri, ma perché purtroppo il nostro Paese, e all'interno di questo le regioni che anche negli ultimi anni erano cresciute di più, sono all'epicentro della pandemia.
Si noti che questi risultati disastrosi tengono conto di politiche economiche monetarie e di bilancio estremamente espansive quali quelle che tutti i Paesi del mondo stanno realizzando. Per restare all'Italia l'Fmi prevede un aumento del deficit pubblico dall'1,6 per cento nel 2019 all'8,3 per cento con un debito pubblico che sale dal 135 al 156 per cento. Ma non basta pianificare politiche espansive per minimizzare le perdite. Occorrono almeno tre cose.
La prima è rapidità nell'esecuzione. Qui l'Italia si sta muovendo un po' troppo lentamente. L'esempio più ovvio riguarda l'erogazione del bonus alle partite Iva che solo questa settimana sta partendo. Il decreto sulla liquidità delle imprese è stato utile, ma ci si comincia a chiedere se, oltre ai prestiti, non siano necessari anche versamenti a fondo perduto. Le imprese che stanno chiuse potranno recuperare solo in parte le entrate che stanno attualmente perdendo. Ed è improbabile che le perdite possano essere assorbite principalmente dal capitale investito. Occorre cautela per evitare eccessi, ma è probabile che sussidi diretti siano necessari.
La seconda è che lo Stato abbia adeguata liquidità in cassa. I fondi dello Sure, il piano proposto dalla Commissione europea per finanziare le casse integrazione dei vari Paesi, potrà fornire all'Italia 15-20 miliardi. La linea di credito senza condizionalità del Mes potrebbe farci avere altri 36 miliardi e non vedo perché ogni giorno esponenti non solo dell'opposizione ma anche del governo ripetano che non ci interessa. Vedremo quali risorse saranno disponibili dal Recovery Fund, se e quando sarà attivato. Ma il principale sostegno ci verrà dalla Bce che quest'anno metterà a disposizione risorse nette per circa 170 miliardi (più circa 50 miliardi per acquistare titoli in scadenza nel bilancio della stessa Bce). Ma perché queste risorse arrivino in pratica allo Stato, quest'ultimo deve emettere titoli in quantità sufficiente. Occorre programmare quindi attentamente queste emissioni: quest'anno la gestione della tesoreria sarà ancora più importante del solito.
La terza riguarda la delicata questione delle riaperture. C'è poco da fare. Se la gente sta a casa e non va a lavorare non si produce. Lo Stato può distribuire potere d'acquisto, ma alla fine il Pil (prodotto interno lordo) deve essere prodotto, appunto. Speravamo che bastasse stare a case un paio di settimane per debellare il contagio. Non è stato così. La curva dei contagi sta scendendo ma lentamente. La Cina ha riaperto le attività produttive quando il numero dei contagi era sceso a zero. È vero che ci sono enormi incertezze su quanto significativi siano i numeri sui contagi (dipendendo dai tamponi che si fanno), ma non credo si possa più pensare di riaprire solo quando tale numero si sia azzerato. Occorrerà riaprire, gradualmente, ma non troppo tardi se l'economia va salvata. Non è chiarissimo quale sia il mandato della task force guidata da Vittorio Colao, ma credo che pianificare la riapertura graduale, in consultazione con le parti sociali e con le massime cautele, sia sempre più importante. —

Carlo Cottarelli  - La Stampa - 15 aprile 2020

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