Il governo giallo-verde di fronte alla recessione

Per la seconda volta in un decennio l’Italia oltrepassa le colonne d’Ercole della recessione tecnica, e magari ha ragione il premier Giuseppe Conte – “Il 2019 sarà un anno bellissimo” – ma l’esperienza ci dice che la decrescita non è mai solo un fatto economico: segna spartiacque politici, concretizza un prima e un dopo nei governi e della vita quotidiana delle Nazioni. Nel 2010 la crisi dei debiti sovrani, uno tsunami assai più potente dell’attuale, ma che cominciò esattamente allo stesso modo – determinò la caduta di Silvio Berlusconi. Nel 2018 due trimestri di calo del Pil, peraltro non consecutivi, furono lo scenario della defenestrazione di Enrico Letta e dell’avvento di Matteo Renzi. E ora? Le considerazioni di Flavia Perina sul sito linkiesta.

L'economia, il problema n 1 di Palazzo Chigi

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I problemi non risolti sul tavolo del governo Conte

I due partiti a trazione Di Maio-Salvini hanno subito un inaspettato smacco. O meglio dire, era nelle previsioni un calo dei consensi, ma non nella misura di una disfatta. Una Caporetto così non se l’era certo immaginata il segretario del M5S.  Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sta facendo da tappo sulle pretese dei due vice presidenti del Consiglio. Sul deficit hanno fatto marcia indietro. Di dimissioni del presidente del Consiglio, paventate, non si fa più cenno. Lo stesso dicasi per il ministro dell'economia Tria. Di andare al voto prima delle elezioni europee del prossimo maggio non si parla. Ma i problemi restano. Anzi, si fanno ogni giorno più complicati da affrontare e risolvere.  Gli accordi del giugno 2018, tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, cominciano a traballare. Quando, poi, a fine settembre il gerente del movimento penta stellato si è affacciato sul balcone di Palazzo Chigi, urlando che “questo governo” aveva abolito la povertà con l’approvazione del Def per il 2019, innalzando l’asticella del deficit al 2,4%. Naturalmente nessuno ci ha creduto. Oggi i due baldi governanti italici si stanno rendendo conto che c’è l’Europa, c’è la legge di bilancio e che deve tenere conto delle nostre carenze, delle nostre difficoltà che vengono da lontano. Molto lontano. Queste manovre durano per lo meno dal 2008. In questi anni si sono alternati governi ispirati dal Quirinale, con regia Giorgio Napolitano. Nel 2010 ci sono stati i cosiddetti “responsabili”, da Domenico Scilipoti ad Antonio Razzi, Catia Polidori e altri che si sono assunti il compito di sostenere artificialmente, quasi con respirazione bocca a bocca, l’esanime esecutivo Berlusconi, consentendogli di sopravvivere ancora per qualche mese. Nell’estate dell’anno seguente c’è stata la richiesta di Bruxelles di provvedimenti non più rinviabili una serie di riforme. Draconiani Riproponiamo la lettera dei due governatori della Bce, Trichet (uscente) e Draghi (entrante). Da quel fatidico 7 agosto 2011 hanno inizio i drammi italici:

“Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.

Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali».

Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali. Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:

1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.

a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.

b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.

c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2.Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.

a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.

b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.

c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.

3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

Francoforte / Roma, 5 Agosto 2011”

L’Italia nel frattempo ha cercato di ottemperare alle richieste della Bce, conniventi lo stesso ex premier Silvio Berlusconi, l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e oggi il governo Conte. I quali ultimi si sono alternati a Palazzo Chigi senza che il popolo italiano lo avesse voluto “con un voto chiaro”. Con le elezioni. Che sono state rinviate quasi sine die, fino al febbraio del 2013. Poi c’è stata la pantomima della rielezione di Napolitano al Colle, con tutto quello che è seguito. La legislatura ha ultimato il suo corso. Il Paese è stato chiamato a votare. L’esito  stato funesto per tutti coloro che hanno dato il proprio contributo a che la situazione precipitasse nell’abisso più profondo. Il 4 marzo hanno vinto Cinquestelle e Lega. A loro il compito di portare il Paese fuori dal caos in cui è precipitato. Dopo sei mesi di governo, qualche dubbio sorge. Tenendo conto dei sondaggi elettorali che vendono la Lega in forte crescita ed il M5S i decisa caduta. Ecco perché Luigi Di Maio insiste sull’assicurare la tenuta su alcuni punti qualificanti del suo programma di governo: il reddito di cittadinanza si farà. Costi quello che costi. E nel frattempo, lo spread (il costo del denaro per chi lo prende in prestito è più elevato) vola a livelli assai preoccupanti, il debito pubblico non cala, anzi sale ogni minuto di 31.000 euro. Fate voi il calcolo di cosa significa non assumere ancora provvedimenti (che piacerebbero tanto all’Unione europea) per tagliare la spesa pubblica che è arrivata a livelli monstre. E la manovra dell’esecutivo sta andando in direzione contraria. Il debito pubblico (che pagheranno i nostri figli) continuerà a crescere. Già con i governi Berlusconi, Monti, Renzi e Gentiloni abbiamo constatato l’aumento del debito che nel 2012 era di 1.900.000 e adesso sfiora i 2.350.000 miliardi di euro. Segno che le politiche adottati negli ultimi 7 anni non hanno dato gli esiti auspicati da Palazzo Chigi. Anzi, la situazione si ulteriormente deteriorata. Non c’è da stare tranquilli. E dall’anno venturo non ci sarà più l’ombrello del Quantitative Easing. Anzi, Mario Draghi sloggerà dalla Bce e, molto probabilmente, la poltrona verrà occupata da Jens Weidmann, non proprio una colomba. Buio fitto nell’orizzonte del Belpaese. Auguri al governo del cambiamento.

Marco Ilapi, 17 dicembre 2018

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E' vera battaglia tra Italia e Francia?

Si confrontano due governi: Francia e Italia, Macron e Gentiloni-Minniti. Al di là delle apparenze, delle strette di mano e dei reciproci ringraziamenti, la realtà è questa. Qui cade opportuna la domanda: qual è la presenza di Renzi in questa vicenda? È assente o presente? E la sua presenza è concreta oppure soltanto figurativa, una sorta di "Paese dei campanelli" che serve soltanto a far diventare cantati i talk show dei vari Mentana, Gruber e chiunque altro?

Renzi ha paura di Macron? Il suo silenzio parla per lui

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