Presidenziali Usa, Bloomberg all'attacco di Trump

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Gli attacchi dei concorrenti democratici sono un chiaro indice che Bloomberg può divenire un forte candidato della corrente moderata-liberal che nell’insieme (Biden, Buttigieg, Klobuchar) sta raccogliendo maggiori consensi dei radicali (Sanders e Warren). Anche nel confronto finale con Trump, l’ex sindaco di New York è considerato un candidato che prevale per molti punti. (...) Bloomberg è un capitalista liberal che si è impegnato, nel caso di elezione, a vendere tutte le sue società in modo da non entrare in conflitto di interesse; che ha promesso di mettere il suo denaro a disposizione di qualsiasi altro candidato riceverà la nomination democratica; che è l'unico a combattere a viso aperto per il controllo delle armi, un tema sensibile per gli americani su cui la maggiore lobby del paese, la National Rifle Association, ha condizionato le elezioni di ogni ordine. Il commento di Massimo Teodori su Huffington Post.

Trump ha una grande paura di Bloomberg

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Casa Bianca, tregua sui dazi all'Unione Europea

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La relativa tregua attuale della Casa Bianca sui dazi dà un po’ di respiro all’Europa, niente di più: questo resta un mondo post liberale, pieno di nuovi ostacoli agli scambi e di antiche logiche di potenza. Non è neanche più il tempo del clintoniano «it’s the economy, stupid» perché per la politica non conta più solo la crescita, anzi. Fra gli elettori della Brexit l’affermazione dell’identità viene prima del tornaconto materiale e persino l’America usa contro gli alleati la propria potenza commerciale — l’accesso al dollaro, o al mercato — come leva per piegarli politicamente. Chi fa affari con l’Iran è fuori da Wall Street. Chi compra reti di telecomunicazioni dai cinesi rischia dazi contro le auto. Il commento di Federico Fubini sul Corriere della Sera.

Trump detesta l'Europa e lo fa intendere in tutte le salse

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La tirannia democratica di Trump

Heri dicebamus, ieri dicevamo che il voto del Senato americano sull’impeachment di Trump abroga la divisione dei poteri e il loro bilanciamento perché autorizza un capo dell’esecutivo a comportarsi come un estorsore verso un capo di stato estero, condizionando l’invio di aiuti militari e di sicurezza alla sua disponibilità a incastrare con indagini penali un suo rivale politico (“do me a favour”, e intanto sono sospesi i finanziamenti). Questo ieri. Ora dobbiamo dire che Trump si sta comportando come il capo di una banda di malfattori, tutti regolarmente processati e condannati per gravi reati indirettamente o direttamente connessi a comportamenti del presidente sospettati di illegalità, un capobanda che interferisce brutalmente, ripetutamente, pubblicamente con la giustizia federale amministrata dall’Attorney General, un suo lealista da lui stesso nominato che gli ha reso servigi importanti in altri momenti e ora si ribella ai suoi tweet e minaccia di andarsene dopo che tre prosecutor hanno lasciato il caso denunciando la pressione indebita del presidente e uno ha lasciato del tutto il dipartimento di Giustizia. Ce ne sarebbe abbastanza, come nel caso dell’estorsione politica a scopi abusivi contro il presidente ucraino, per una crisi del potere a Washington. Quando Nixon, che era un delinquente politico normale, cercò di torcere il braccio all’Fbi lo scandalo del Watergate toccò un suo culmine, e alla fine il presidente si dimise con scorno certo che sarebbe stato estromesso dal voto del Congresso. 

Trump però non è uno normale, e nemmeno un delinquente politico normale, è una macchina narcisistica di potenza inedita e inaudita; credo si debba risalire all’imperatore romano Caligola, quello che si batté per fare senatore il suo cavallo Incitatus, per una comparazione appropriata. In questa situazione Trump dice: non ho interferito nella giustizia federale (clamoroso rovesciamento e integrale della verità, il suo è un comportamento sotto gli occhi di tutti e tutti i giorni evidente) ma ho il potere legale di farlo, di impicciarmi e dare ordini, sulle pene da comminare, a questo mio consigliere e ministro che è l’Attorney General e ai funzionari del dipartimento. Memento: il condannato che Trump vuole favorire apertamente si chiama Roger Stone, è un suo vecchio amico e consigliori, e la condanna che lo ha raggiunto riguarda gli affari sottoposti a lunga inchiesta del presidente nei rapporti con la Russia Connection (Stone ha intimidito e minacciato un testimone, secondo la sentenza, ha mentito al Congresso, ostacolato la giustizia, dunque teoricamente è uno che “tiene per le palle” il suo capo e referente e vale la pena di essere difeso a spada tratta). Niente, come per l’Ucraina, Trump rivendica e rilancia. Può essere esposto, denunciato, combattuto con mezzi politici e criticato duramente dalla stampa e dalle televisioni, ma nessun meccanismo sembra in grado di metterlo con le spalle al muro nel suo ruolo inciprignito e consapevole, anche inorgoglito, di capobanda che giudica e manda. Solo il voto popolare, distribuito nei collegi elettorali, può estrometterlo. Per il resto, visto che non rispetta la Common law, la Costituzione materiale, e tratta come un dipendente da mettere sull’attenti l’Attorney General e le regole di consuetudine che lo vogliono figura al di sopra delle pressioni dell’esecutivo, Trump nel sistema americano per come si presenta oggi è un tiranno democratico sciolto da ogni riserva di bilanciamento dei poteri e da ogni effettivo controllo. 

Gli americani vedranno come fare, e per ora le prospettive sono quelle di un disperante trionfo di Caligola a novembre. Noi italiani e europei abbiamo un problema. Qui per difenderci dai Borrelli e dai Davigo abbiamo spesso scritto negli anni: ma eleggiamoli questi magistrati, sottomettiamo almeno al Parlamento le priorità di politica giudiziaria, cassiamo questa finzione ipocrita dell’automatismo dell’azione penale, contestiamo l’onnipotenza dell’ordine giudiziario trasformatosi in potere supplente e invasivo che nega l’autonomia relativa della politica. E siamo reduci da polemiche di vario segno contro “l’uomo solo al comando” e la pretesa di conquistare il governo con il voto per esercitare “pieni poteri”. Di fronte allo spettacolo di un uomo solo al comando che esercita pieni poteri nel paese dotato della Costituzione scritta più antica del mondo e che è stato l’insegna in vessillo della democrazia liberale, che cosa dobbiamo pensare? In che cosa abbiamo sbagliato?

Giuliano Ferrara - Il Foglio - 15 febbraio 2020

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