Italia nei guai, anche Germania e Francia possono cadere

Ci risiamo. Si confida nei mercati e nei nodi economici per cambiare una maggioranza di governo. È accaduto spesso in Italia. Ad assaggiare l’amaro calice delle congiure fu per primo Romano Prodi. Il suo esecutivo cadde sulle pensioni dei lavoratori precoci, erano i tempi di quota 90, usate come pretesto da Rifondazione Comunista perché semplicemente lo si voleva sostituire. C’era la lira e c’erano pochi vincoli esterni. Poi con la moneta unica e la globalizzazione è cambiato tutto e non siamo stati più liberi di farci male esclusivamente da soli, anche se ne siamo specialisti mondiali. Così è toccato a Silvio Berlusconi, che per la verità ci ha messo molto del suo, finire, costretto alle dimissioni dall’inizio della tirannia dello spread. Ed ora nell’occhio del ciclone, tra lettere, smentite e gialli epistolari con Bruxelles, c’è il gabinetto di Giuseppe Conte, terremotato da smottamenti interni dopo la vittoria della Lega di Matteo Salvini alle Europee, la debacle dei Cinquestelle, tutto nella stessa maggioranza. Sulla febbre alta di Palazzo Chigi si riverbera il fattore “E”, come Europa, “E” come Euro. È un film che conosciamo, dal 2011. L'interessnate commento dell'economista Roberto Sommella sul sito Huffington Post.

Italia nelle curve, ma anche la Ue rischia molto a bacchettarci

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L'abolizione del segreto bancario non ha prodotto risultati

A dispetto delle cifre fantasiose ventilate per inferocire il pubblico e giustificare l’introduzione di regole liberticide, i numeri di uno studio della Banca d’Italia del 2015 (Bank of Italy Occasional Papers - «What do external statistics tell us about undeclared assets held abroad and tax evasion?») dimostrano che l’esercizio è stato sostanzialmente controproducente. In tutti i Paesi esteri considerati (Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Australia), l’ammontare dei risparmi all’estero non dichiarati si è rivelato essere inferiore allo 0,2% della ricchezza privata: il problema non sussisteva. Le imposte raccolte dalle varie sanatorie, cioè i redditi di più anni e le relative penali, sono state pari a meno dello 0,5% del totale delle entrate fiscali di un solo anno. L’Italia fa eccezione: il totale del risparmio emerso è stato il 2,5% della ricchezza delle famiglie e le tasse raccolte con le varie amnistie succedutesi sono state pari a circa il 2,5% delle imposte raccolte in un solo anno. Percentuali tutto sommato modeste dati i rischi a cui quel risparmio, ora di nuovo ostaggio di un governo poco rassicurante, cercava di fuggire. Le considerazioni di Antonio Foglia sul sito dell'Istituto Bruno Leoni.

Si tassano i cittadini, non le imprese

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Default banche italiche, tanti i responsabili

Il crollo di una banca può avere molte concause, ma non accade solo per sfortuna, né basta la (spesso vasta) imperizia gestionale; quando non c’è vero dolo, c’è spesso la colpa grave. La prima e maggiore responsabilità pesa perciò su chi ha gestito la banca, in particolar modo su chi ricopre ruoli esecutivi, il consigliere delegato ma non solo. L'editoriale di Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera.

La crisi delle banche italiane, non solo colpa dei controllori

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