Mani pulite no, grazie

“Viviamo in un tempo non ordinario: la storia ha fatto una delle sue grandi svolte”, esordisce così il professor Giulio Tremonti in una chiacchierata con il Foglio. “L’incidente di Wuhan è un po’ l’omologo dell’incidente di Sarajevo: un luogo remoto, prima sottovalutato, poi la Grande guerra e la fine della Belle époque, oggi della globalizzazione”. Per il presidente di Aspen Institute “nella temperie straordinaria del presente la nostra Costituzione ha saputo reggere una prova di resistenza dal lato della pandemia e dell’economia”. In che senso? “Nella Costituzione si prevede che sia competenza esclusiva dello stato, e non delle regioni, la profilassi internazionale; poi, nello stesso testo, si leggono parole come pericolo per la sicurezza e incolumità pubblica. Si prevede che in questi casi tutto sia competenza esclusiva, non rinunciabile, del governo centrale, dai trasporti agli edifici pubblici alla sanità. Se questa è la lettera del dettato costituzionale, l’applicazione è stata non solo ritardata ma erratica e discontinua”. Sul banco degli imputati è finito il governo della regione Lombardia. “Non mi pare il tempo di polemiche – replica Tremonti – ma, a volerle fare contro le regioni del nord, sono polemiche suicide: non si può condannare per omissione un’amministrazione locale ignorando l’omissione dell’amministrazione statale che, data la Costituzione, non ha facoltà ma doveri. Soprattutto è suicida non considerare che la dichiarazione di emergenza nazionale, con ciò che ne consegue in termini di doveri e poteri, presuppone un’azione unica di governo e non la compresenza di governi locali. La fonte del diritto non può che essere statale, gli atti possono essere differenziati sul territorio. Le regioni hanno dovuto agire nel vacuum del potere centrale. Perciò, se s’intende indagare la giunta lombarda per presunte violazioni di leggi ordinarie, a me pare certa invece la disapplicazione, arbitraria e inaccettabile, della Costituzione”. Anche il presidente emerito della Consulta Sabino Cassese ha evidenziato, nel caso di crisi epidemiche, la competenza esclusiva in capo a Palazzo Chigi. “Come non concordare?”. Seguendo il filo del ragionamento, toccherebbe al premier Giuseppe Conte sedere al banco degli imputati. “Sconsiglio vivamente la trasposizione giudiziaria di una vicenda che va valutata sul piano politico. Invece di leggere la Costituzione si è recitato un palinsesto sviluppato per atti. Atto primo: derby tra buoni e cattivi, tra moderni e arretrati, e dunque ricevimenti presso l’ambasciata cinese, visite a scuole e ristoranti come se fosse questione di bon ton. Atto secondo: situation room, il premier in maglione attorniato da una folla non distanziata con personaggi in abito d’ufficio, maglioni alternativi, tute mimetiche, signore in tailleur. Atto terzo: il frenetico passaggio da tutti i talk-show. Atto quarto: la dichiarazione di emergenza a cui non crede neanche il governo che la dichiara al punto che, per fasi alterne, lascia spazio a competenze inesistenti dato il carattere totalizzante dell’articolo 117, secondo comma, lettera q come quaquaraquà”. E l’Europa? “Si distingue, più che per pittoresca presenza, per totale assenza. Nel trattato europeo la sanità è competenza concorrente della Commissione e del Parlamento: nella lotta ai grandi flagelli e nella prevenzione di malattie e infezioni l’Europa ha un ruolo fortissimo ma si è mostrata incapace di guidare un’iniziativa anche di mero coordinamento dell’azione dei paesi membri”. Massimo D’Alema, su quanto innescato dalla Sarajevo cinese, ha definito “inevitabile” una riforma del capitalismo e della Costituzione materiale. “Il capitalismo si sta già riformando per suo conto regredendo dalla eresia mercatista (il mercato è tutto e tutto è mercato) verso l’ortodossia liberale scritta nella Ricchezza delle nazioni: certo l’economia ma anche le regole. Nella costruzione della ideologia mercatista, l’ultima del Novecento, è stato determinante il ruolo della sinistra che ha trasferito i suoi sconfitti Penati da Mosca alla City di Londra, a Wall Street, a Bruxelles”. Colpa del thatcherismo? “Chi ha conosciuto Margaret Thatcher sa bene che era certamente ‘capitalista’ ma non globalista, lei era una liberale nazionalista che mandava la flotta alle Falklands. Va riconosciuto invece a D’Alema un ruolo non fanatico, simile a quello dei socialdemocratici tedeschi e dei socialisti francesi. Nel 1999, alla Conferenza mondiale di Firenze sulla cosiddetta Terza via partecipano i Prodi, i Clinton, i Blair; non risulta che D’Alema fosse presente. E fa anche piacere che adesso lui si ritrovi con la Costituzione europea sconfitta per referendum in Francia e in Olanda; quella bozza era stata firmata a Roma sotto il governo Berlusconi. Dato tutto questo, è comunque in linea con la Costituzione del ’48, questa sì bilanciata perfettamente tra le diverse ideologie del Novecento”. Risale al G20 del 2009 la proposta di passare dal free trade al fair trade. “In quella sede si confrontarono due visioni opposte: quella italiana era di risalire a monte della catena di produzione. Ne derivò la bozza di un trattato multilaterale, il Global legal standard, votato all’unanimità dall’Ocse, che all’articolo 4 prevedeva regole in materia sanitaria e igienica. Le dice niente? Alla fine prevalse la visione del Financial stability board”. Guidato, all’epoca, da Mario Draghi. “Sono seguiti altri dieci anni di globalizzazione sfrenata, e adesso raccogliamo i frutti avvelenati. Nel mio ultimo libro ‘le tre profezie’, come recita il titolo, sono quelle di Marx, Goethe, Leopardi, ma le profezie sono contenute anche nelle Scritture: la prima è la cacciata dal Paradiso terrestre, non crederà alla storia del serpente e della mela? Un’altra profezia è nella storia del Diluvio: il passaggio del meglio verso la salvezza. Sull’Arca di Noé farei salire allora uno stato che fa lo stato, una politica che fa la politica, un mercato che può finalmente fare il mercato senza l’eccesso di vincoli che lo opprimono. Negherei invece l’accesso a falsi profeti e cattivi maestri, facilmente identificabili perché Google non perdona”.

Annalisa Chirico - Il Foglio – 11 aprile 2020