Soldi alle imprese, cosa non va

Il decreto Liquidità pubblicato mercoledì fornisce una garanzia statale sui prestiti delle banche alle imprese per assicurare liquidità al sistema produttivo. Bene, ma l’attuazione lascia perplessi in più punti. Cominciamo da una clausola nascosta : secondo il comma 2.l dell’articolo 1 “l’impresa che beneficia della garanzia assume l’impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”.

Un regalo incomprensibile ai sindacati che si vedono attribuire un potere di ricatto enorme, soprattutto quando hanno a che fare con imprese con l’acqua alla gola, esattamente quelle che il decreto vorrebbe aiutare. La stessa operazione era stata fatta con la cassa integrazione, inizialmente subordinata ad accordi aziendali. Per fortuna il governo in quel caso sembra aver avuto un ripensamento e toglierà la clausola nella conversione in legge. Perché ripetere lo stesso errore in questo decreto? Per difendere i livelli occupazionali ci sono già la cassa integrazione e il divieto dei licenziamenti. Senza contare che questa clausola può allungare enormemente i tempi di concessione dei prestiti.

Per utilizzare al meglio i soldi del contribuente, le garanzie statali dovrebbero essere: 1) riservate solo alle imprese messe in ginocchio dal blocco dell’attività economica; 2) fornite solo su prestiti effettivamente aggiuntivi a quelli già in essere.

Riguardo al primo aspetto, nel decreto lo Stato garantisce un prestito bancario fino al 25 per cento del fatturato del 2019, indipendentemente dall’andamento dell’azienda. Ma è inutile sprecare una garanzia statale per un prestito a una impresa che non è stata colpita dalla crisi; d’altro canto, bisogna evitare di aprire un complicato processo per determinare in ciascun caso se l’azienda X è stata colpita dalla crisi o meno. Una soluzione imperfetta ma pragmatica sarebbe stata prendere le aziende il cui fatturato è sceso nel 2020 e garantire un prestito pari a una certa percentuale della caduta del fatturato, come proposto dall’Action Institute.

Riguardo alla natura aggiuntiva dei prestiti, il decreto stabilisce che le garanzie possano coprire solo nuovi finanziamenti, e solo se il credito garantito eccede quello già esistente. Tuttavia è possibile per l’impresa chiudere una linea di credito esistente e chiederne una nuova, che apparirà interamente come aggiuntiva. In questo modo la banca rimpiazza il suo credito all’azienda con un credito garantito fino al 90 per cento dallo Stato, un bell’affare. Per l’impresa non cambia niente (eccetto che in caso di default il suo creditore al 90 per cento è lo Stato e non più la banca), quindi sarà facile per la banca indurla ad accettare. Questa sostituzione di credito non garantito con credito “nazionalizzato” è già in atto. Imprese che avevano superato l’istruttoria bancaria si sono viste posticipare il credito in attesa dell’uscita del decreto in Gazzetta Ufficiale per permettere alla banca di beneficiare della garanzia statale.

È utile notare che la KfW, la Cassa depositi e prestiti tedesca, ha attuato un programma simile, con gli stessi criteri (prestito fino al 25 per cento del fatturato), ma solo per finanziare il capitale circolante. Questa limitazione ha senso: il credito garantito viene utilizzato per finanziare il ritardo dei pagamenti dei fornitori o il magazzino fermo, non per ristrutturare il debito o magari comprarsi il concorrente (il 25 per cento del fatturato sono molti soldi….). Il credito bancario totale alle aziende è attualmente di 650 miliardi: in teoria, senza alcun limite all’uso delle garanzie, tra il decreto Cura Italia e quello appena approvato si potrebbe arrivare a coprire con garanzie statali quasi tutto il credito esistente alle imprese!

Inoltre, lo stock attuale dei crediti bancari alle piccole e medie imprese è quasi tre volte quello alle grandi e il decreto è prevalentemente orientato a queste ultime, che hanno accesso ad altre fonti di finanziamento oltre alle banche. Questa sproporzione è difficilmente comprensibile. Infine c’è il classico elefante nella stanza: la Sace. Ha operato sin qui quasi solo per grandi imprese esportatrici con tempi di istruttoria di tre mesi o più. Non ha la struttura e le competenze per processare volumi di credito fino a 20 volte quelli attuali. Non aveva quindi proprio bisogno di essere spezzata in due, una parte sotto il Tesoro e l’altra sotto la Farnesina, che non ha certo le competenze del Tesoro. Il risultato è un mostro a due teste, frutto del poco edificante spettacolo di un politico che gira per ministeri e ovunque vada cerca di arraffare attribuzioni per pura sete di potere, senza chiedersi se lui e il suo ministero abbiano le competenze per gestirle.

Ma il rischio più insidioso forse è un altro. Non è in discussione l’idea di intervenire con un bazooka per aiutare imprese e lavoratori, ma è importante non usare questo bazooka per far tornare indietro l’economia italiana al 1933.

Come tanti, abbiamo letto con preoccupazione le dichiarazioni del ministro Patuanelli, secondo il quale il decreto liquidità è l’inizio di una nuova Iri. Anzi, addirittura il seme di una vera banca statale, che non solo rilasci garanzie ma conceda lei stessa i prestiti, come le vecchie banche di interesse nazionale. È il sogno coltivato da tanti anni da politici di tutti i colori: finalmente una enorme banca statale che decida a chi prestare o magari, già che ci siamo, presti a chiunque faccia domanda, risolvendo una volta per tutte i problemi dell’economia italiana. Siamo oggi in emergenza ed è inevitabile un’espansione del settore pubblico, ma è bene che i nostri politici ci rassicurino sul fatto che lo Stato si ritirerà non appena usciremo dalla pandemia.

Tito Boeri e Roberto Perotti – la Repubblica – 10 aprile 2020