Così si smonta la grande bufala delle condizionalità del Mes

Nei giorni scorsi, il governo ha presentato il piano che dà il via libera a 400 miliardi di euro di liquidità alle imprese. Il premier Conte lo ha definito “un intervento poderoso mai visto prima”, ma – del resto – neanche una crisi simile si era mai vista prima. Conte ha assicurato che la misura deve essere implementata in modo “celere, spedito e sicuro”. La velocità è fondamentale. I soldi devono arrivare il prima possibile per permettere alle aziende di ripartire appena inizierà la fase due. I prestiti che le banche fanno alle imprese sono a tassi pressoché nulli grazie al rifinanziamento a tasso negativo presso la Bce. Nel caso in cui il prestito non venisse rimborsato, la banca sarebbe garantita dallo stato (tra il 70 e il 100 per cento a seconda della dimensione dell’impresa e dell’ammontare del prestito richiesto) che si finanzierebbe emettendo nuovo debito. Aumentare il debito, anche se come nel caso dell’Italia si ha il secondo rapporto rispetto al pil più elevato dopo la Grecia, è possibile. L’Europa è scesa in campo con due interventi senza precedenti. In primo luogo, dal 20 marzo la Commissione europea ha sospeso le regole fiscali europee e, quindi, il Patto di Stabilità e Crescita. In secondo luogo, la Banca centrale europea ha rafforzato lo strumento del Quantitative Easing come mai aveva fatto in passato: circa 1.000 miliardi di euro fino alla fine dell’anno. Inoltre, per la prima volta dall’introduzione del Qe, l’istituto di Francoforte ha deciso di non quantificare gli acquisti di titoli di debito pubblico degli stati in base alle capital keys ossia alle quote azionarie (calcolate in base al pil e alla popolazione di ogni stato membro). Ciò significa che la Bce può comprare più debito italiano e meno debito tedesco nonostante la quota della Germania sia pari al 18,3 per cento e quella dell’Italia all’11,8 per cento. Ad oggi la quota di debito italiano in mano alla Bce/Bankitalia ammonta al 19 per cento del totale. Grazie a questo intervento, aumenterà di un altro 10 per cento. Va precisato che, sebbene l’intervento della Bce sia davvero potente non è illimitato, come spesso viene presentato nel dibattito pubblico. L’istituto di Francoforte non compra tutto il debito che verrà emesso dallo stato italiano: il Qe prevede limiti alla quantità e alla durata degli acquisti. Per gli acquisti “illimitati” c’è un altro strumento creato durante la precedente crisi che si chiama Omt (Outright Monetary Transactions). L’Omt, a differenza del Qe, non coinvolge tutti i paesi. Solo chi ne fa richiesta può beneficiare di acquisti di titoli illimitati. Ma non incondizionati. L’adesione al programma comporta, infatti, la sottoscrizione di un protocollo in cui ci si impegna a rispettare alcune condizioni tali da garantire il rimborso del finanziamento ottenuto. L’Omt si attiva attraverso il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), strumento su cui il governo italiano ha messo il veto perché considerato “inadeguato” alla situazione attuale. In realtà, il Mes può essere adoperato in molti modi. Nella precedente crisi, è stato utilizzato per la prima volta dalla Spagna: grazie ai 40 miliardi ottenuti, l’allora governo Rajoy ha rimesso in sesto l’intero sistema bancario. In quel caso l’accordo prevedeva condizionalità (consolidamento fiscale e riforme) e la presenza della Troika (Bce, Fondo monetario internazionale e Commissione europea). L’uso del Mes in questa fase sarebbe un altro, perché la crisi non deriva da squilibri macroeconomici. Lo shock è comune. L’impatto, però, rischia di non essere lo stesso: la crisi sta colpendo in modo diverso paesi che già partivano con una situazione diversa. L’Italia, ad esempio, ha chiuso il 2019 con l’economia ferma e il debito in crescita per finanziare prevalentemente la spesa corrente. L’eventuale ricorso al Mes comporterebbe condizionalità ultra leggere da “adattare” – come specificato nel testo della riforma – alla situazione attuale. Queste ultime sarebbero, infatti, legate al finanziamento della crisi generata dal Covid-19, esattamente quello che vuole il governo. Eppure, Conte ha detto “no” al Mes e “sì” agli Eurobond: una posizione difficile da capire considerando – peraltro – che è lo stesso Conte a assicurare di voler “fare presto”. Il Mes, infatti, è disponibile. Come si è detto, va “adattato”. Lo si può fare, lo si deve fare per avere nella cassetta degli attrezzi un altro strumento utilizzabile nell’immediato (non sono molti, purtroppo). Gli Eurobond, invece, devono essere creati. Mettere insieme debito pubblico richiede un accordo complesso. E’ necessario, innanzitutto, definire come verrà speso questo debito (difficile immaginare che potrà essere destinato a finanziare misure come Quota 100). Poi, bisognerà stabilire come rimborsarlo. A questo scopo, dovrà essere istituito un bilancio comune, operazione che richiede la cessione di un po’ di sovranità fiscale (sicuri che chi oggi chiede gli Eurobond vuole rafforzare l’integrazione europea?). Condividere il rischio significa, inoltre, essere disposti a intervenire nel caso in cui uno stato non sia in grado di fare la propria parte. Sotto questo aspetto, l’Italia si mette sempre dal lato del debitore: “Non abbiamo mai mancato di rimborsare il nostro debito” ha precisato Conte recentemente. Ma, cosa succederebbe se a non rimborsare il debito fossero gli altri? Il governo sarebbe pronto a venire incontro a un paese europeo in difficoltà usando i risparmi degli italiani? I tempi per risolvere i suddetti punti non sono certamente brevi. L’Italia, invece, ha bisogno di finanziamenti domani mattina.

Veronica De Romanis – Il Foglio – 9 aprile 2020