Sveglia Italia o sarà tardi

Dobbiamo essere «orgogliosi di questa Italia», come ci invita a fare il presidente Mattarella. E mai come adesso dobbiamo ripetere «giusto o sbagliato, è il mio Paese», mentre piangiamo ogni giorno centinaia di morti. Ma dopo due mesi di lotta contro il Male, e proprio nell’ora più buia in cui il premier Conte annuncia la proroga delle misure restrittive almeno fino al 13 aprile, possiamo indicare umilmente e sommessamente tutto ciò che non sta funzionando? Senza rinnegare lo spirito di unità nazionale che serve in questi momenti, possiamo individuare gli errori e i ritardi che rendono più dolorosa la guerra di oggi e più gravosa la rinascita di domani?  Ammettiamolo: il coronavirus è il pettine della Storia.

Solca impietoso la Penisola, e ne fa emergere i nodi mai sciolti. Quelli che complicano il presente e zavorrano il futuro. Dall’enorme debito pubblico (che ora volerà al 150% del Pil e continuerà a precluderci la necessaria solidarietà europea) al colpevole ridimensionamento del Servizio sanitario nazionale (che oggi spiega le carenze di mascherine e respiratori e che negli ultimi dieci anni ci ha portato a tagli per 37 miliardi). Dal disastro del motore industriale spento al Nord (che perderà 650 miliardi di fatturato nei prossimi due mesi) alla piaga del sommerso nel Sud (che vale 200 miliardi e obbliga il governo a pagare il pane anche a chi lavora in nero). Nelle ultime ore due incidenti certificano le solite criticità del Sistema Paese. Il primo è il collasso informatico dell’Inps, forse il più paradigmatico. Nel giorno in cui i lavoratori autonomi possono richiedere per via telematica il sussidio mensile varato dal governo il 22 marzo, il portale dell’Istituto impazzisce. Troppi accessi concentrati in poche ore, e il server va in tilt. Tutto fermo per ore, e i pochi fortunati che riescono ad accedere trovano la pagina personale già occupata da altri, con tanti saluti alla privacy. Il presidente Tridico spiega: «Con 300 domande al secondo il sistema non ha retto, abbiamo subito attacchi hacker». La giustificazione è patetica, e in un Paese normale renderebbe doverose le dimissioni: al di là della solita Spectre evocata a sproposito, l’Inps ha avuto dieci giorni di tempo per attrezzare il suo cuore informatico a reggere l’urto di un traffico così intenso.

Non l’ha fatto, e questa è una colpa tecnica grave che nasce da una responsabilità politica ancora più grave. Fin dall’inizio, ai 5 milioni di autonomi già frustrati dalla pochezza dell’una tantum da 600 euro nessuno ha spiegato con la necessaria chiarezza che quello di ieri non sarebbe stato un “click-day” (cioè un meccanismo di erogazione del sussidio in base all’ordine di presentazione della domanda e fino ad esaurimento dei 3 miliardi di fondi stanziati).

Era dunque scontato che in poche ore si sarebbe consumato l’assedio digitale al sito Inps. Ma nessuno è corso ai ripari. E nessuno, né Conte né Tridico, ha avuto almeno il buon senso e il buon gusto di chiedere scusa. Così, con il disagio sociale che cresce nell’Italia martoriata dal virus, lo Stato si brucia la sua credibilità e fallisce nel suo compito più importante: attivare subito quella rete di aiuti che servono a tenere in vita l’economia del Paese. Di fronte a questo indecoroso “falò della modernità” si capisce bene perché non siamo e non saremo mai capaci di combattere il morbo usando il modello sud-coreano delle tre T ( tracing, testing, treating): se non riusciamo a far funzionare il portale di un ente pubblico, figuriamoci se possiamo sviluppare una app che traccia tutti gli spostamenti dei cittadini, informandoli in tempo reale dei luoghi da non frequentare e degli esami diagnostici ai quali sottoporsi. Quando il Covid sarà passato, e proveremo a ripartire, chi governa farà bene a investire sul web tutti i miliardi che servono, e a non parlare mai più a sproposito di fibra superveloce per tutti, di “digitalizzazione” e di “smart nation”.

Il secondo incidente è il cortocircuito del Viminale. L’ordinanza che consente la cosiddetta “ora d’aria” per i bambini, diramata dal ministero dell’Interno subito dopo che Borrelli e Brusaferro hanno espresso per la prima volta un cauto ottimismo sul probabile raggiungimento del “picco” dei contagi, è stata una drammatica negligenza. Le successive precisazioni non hanno impedito che agli italiani arrivasse un segnale pericoloso di improvviso allentamento delle restrizioni sociali. Qui, se c’è una lezione da trarre per il “dopo”, è che il Paese ha bisogno di meno leggi e di meno burocrazia. Parafrasando Churchill, che ora va tanto di moda, produciamo più norme di quante ne consumiamo. Dal 31 gennaio ad oggi, tra Palazzo Chigi, Protezione civile e ministeri della Salute e dell’Interno, il “Leviatano” tricolore, sull’emergenza coronavirus, ha sfornato ben 151 provvedimenti, tra decreti legge, Dpcm, ordinanze e circolari. Solo il testo unico varato la scorsa settimana era lungo 295 pagine. Se a questo aggiungiamo le misure emanate dalle regioni, la Babele normativa è facilmente spiegata. Quando il Covid sarà passato, e proveremo a ripartire, questa parossistica e caotica “fabbrica delle leggi” sarà la sola che dovremo chiudere, se vorremo finalmente riaprire tutte le altre. Dal 2011 ad oggi li abbiamo visti tutti: dal Salva-Italia allo Sblocca-Italia, dal Chiudi-Italia al Cura-Italia. Il decreto che manca, forse l’unico che serve davvero, è lo Sveglia-Italia.

Massimo Giannini – la Repubblica – 2 aprile 2020