Evitare l'infezione economica_6

L’Europa non può più procedere a piccoli passi

Di fronte a questa crisi, va innanzitutto riscoperto Rudi Dornbusch. "Il grande economista tedesco diceva sempre che il mondo è pieno di persone che propongono soluzioni facili, quasi sempre sbagliate". E dunque, suggerisce Francesco Giavazzi, "diffidiamo di chi ci dice che per crescere e innovare basti lo stato. Diffidare, quindi, dei libri della professoressa Mazzucato". E però, ci dice l'economista e analista sociale, "dobbiamo anche rimettere in discussione alcune delle nostre convinzioni. Sia sulla globalizzazione, che va obiettivamente regolata meglio, come capiamo, ad esempio, guardando i canali di Venezia di nuovo pieni di pesci e capendo che quel luogo è unico al mondo e rischiavamo di distruggerlo per sempre. Sia sulla disuguaglianza, tema sempre lasciato nel sottofondo del dibattito pubblico e che va invece considerato centrale, ora: perché una società divisa tra grandi masse ai limiti della sopravvivenza e un piccolo gruppo di super-ricchi, è evidentemente una società che non funziona. Altre nostre convinzioni, invece, usciranno rafforzate. Continuo a credere ad esempio che ciascun paese deve fare le cose su cui ha un vantaggio comparato: non ha senso, per dirne una, dover importare dal Venezuela, portandolo fino a Taranto, il minerale necessario per la produzione dell'acciaio in Italia".

E poi c'è l'Europa, che per Giavazzi "è arrivata al punto di non ritorno. La costruzione dell'Unione è andata avanti, sin dalla sua fondazione, per piccoli passi. Ma ogni tanto ci sono state delle scelte coraggiose che hanno permesso di saltare gli ostacoli: la creazione della Comunità economia nel 1956, l'introduzione del Sistema monetario europeo nel 1978 dopo la crisi di Bretton Woods, e la moneta unica nel 1992. Ora dobbiamo saltare un nuovo ostacolo, perché per piccoli passi non si può più procedere. E dunque, se non vogliamo far saltare per aria l'euro, l'unione monetaria va completata. Per farlo, serve che l'Europa emetta in qualche modo un titolo europeo, garantito da tutti i paesi dell'Eurozona. Ci sono molti buoni motivi per farlo, ma oggi ce n'è uno imprescindibile: il finanziamento delle spese per fronteggiare l'emergenza del Covid-19. Mario Draghi ci ha ricordato del resto che le guerre si finanziano a debito: e nessun paese europeo, neppure la Germania, sarà in grado di reggere al crollo del pil di 10 o 20 punti". Francesco Giavazzi, economista

Siamo arrivati al momento più difficile nudi e senza alcuna arma in mano

Nicola Rossi parte da un numero. “Centocinquanta miliardi. Sono quelli stanziati – ci dice l’economista, già parlamentare del centrosinistra e presidente dell’Istituto Bruno Leoni – a sostegno delle imprese (piccole, medie e grandi) nel momento in cui il coronavirus impazza. Oltre a questo, 400 miliardi di maggiori garanzie sui crediti alle imprese”. Non parla dell’Italia. “Questo massiccio programma di intervento a sostegno dell’attività economica – precisa Rossi – accade in Germania. Ed è stato presentato dai media italiani come l’abbandono, finalmente, da parte della Germania della disciplina fiscale e del pareggio di bilancio. Uno straordinario travisamento della realtà. Perché la realtà dei fatti è che la Germania oggi può permettersi un intervento di queste dimensioni e in questi tempi esattamente perché ha tenuto per anni una disciplina fiscale puntuale ed ha rispettato alla virgola il pareggio di bilancio creando così lo spazio per un intervento fiscale che oggi si dimostra essere assolutamente necessario. E, notate bene, nel momento in cui il Parlamento tedesco voterà questo programma di sostegno dell’economia non lo farà, per così dire, gratis. Il governo dovrà presentare un piano di ammortamento che indicherà le modalità con cui il governo federale intende rientrare dal maggior debito nel giro di un paio di decenni in maniera da ricreare nuovamente lo spazio fiscale perché una pandemia può sempre arrivare. Tutto questo nel caso italiano non vale, purtroppo. La disciplina fiscale noi non l’abbiamo seguita. Il pareggio di bilancio l’abbiamo, nel 2011, scritto in Costituzione in maniera da poterlo non rispettare e infatti non lo abbiamo mai rispettato. Conclusione: lo spazio fiscale che sarebbe necessario per contrastare la crisi oggi semplicemente non c’è. Abbiamo lasciato che il debito pubblico arrivasse al 135 per cento del prodotto. Avanzi di bilancio non sappiamo cosa sono. Nicola Rossi, economista, presidente del Centro Studi Bruno Leoni

Non c’è un minuto da perdere, né un euro da sprecare

“Il lockdown serve a rallentare l’epidemia di Covid-19”, riconosce Carlo Stagnaro, fellow dell’Istituto Bruno Leoni. “La chiusura, però, non è una soluzione: è un costoso espediente. Se non cominciamo da subito a disegnare una strategia per il graduale ritorno alla normalità, i sacrifici di queste settimane saranno stati, almeno in parte, vani”. “Le caratteristiche del coronavirus – prosegue Stagnaro – sono ancora in gran parte sconosciute. Ci sono, però, alcune cose che sappiamo e che ci forniscono preziose indicazioni: su queste stiamo ragionando all’interno di un gruppo di lavoro interdisciplinare coordinato da Michele Boldrin. Intanto, sappiamo che, prima di avere un vaccino o anche solo una cura, serviranno mesi, forse anni. Quindi dobbiamo attrezzarci a convivere col virus, prima di poterlo debellare. Secondariamente, dobbiamo prendere contezza della vera estensione del fenomeno (ancora perlopiù ignota): servono dati, dati, dati, e tamponi, tamponi, tamponi. Sappiamo che Covid-19 tende a essere particolarmente aggressivo verso alcuni gruppi sociali (anziani, immunodepressi) e meno rischioso per altri (coloro che hanno meno di 60 anni, le donne). Appare dunque necessario immaginare che siano questi ultimi a tornare per primi alle loro attività. In terzo luogo, sappiamo che – per tutto il tempo necessario – serviranno adeguate misure di distanziamento sociale. Occorre pertanto ripensare molti aspetti della nostra esistenza: dalle catene logistica (il cui mantenimento è oggi la massima priorità economica) al sistema dei trasporti, dalla centralità dei servizi digitali (su tutti, il food delivery) alla sicurezza sul lavoro. Per individuare i giusti protocolli e i progressivi gradi di apertura bisogna coinvolgere – anche a livello istituzionale – una pluralità di competenze e tutte le parti sociali”. Infine, lo Stato. A giudizio di Stagnaro, “gioca un ruolo essenziale nel garantire da un lato l’efficacia del sistema sanitario, dall’altro quelle misure economiche che sono indispensabili per evitare il collasso di imprese e lavoratori. Dobbiamo fare tutto questo nel contesto di un paese che, per l’insufficiente coraggio riformista degli ultimi vent’anni, ha un’economia imballata e finanze pubbliche precarie. Possiamo farcela se prendiamo atto che non c’è un minuto da perdere né un euro da sprecare”. Carlo Stagnaro direttore Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni