Tre risposte per ripartire

Per sopportare i sacrifici è essenziale sapere che prima o poi finiranno. Gli italiani hanno sin qui nella stragrande maggioranza rispettato i divieti, come ci svelano le indagini campionarie. Il governo sembra intenzionato a procedere all’ennesima proroga estendendo il blocco. Sarebbe bene questa volta delineare un percorso di graduale uscita dall’emergenza più stringente. Servirà anche per fare rispettare da tutti le nuove direttive oltre che per permettere a chi lavora di prepararsi alla "fase 2".

Ci sono alcune domande chiave da porsi per l’uscita dal blocco di queste settimane:

1) Quali e quanti lavori possono ripartire garantendo condizioni di sicurezza a chi li svolge?

2) È possibile in tempi rapidi concentrare maggiori risorse umane (e non solo finanziarie) sui settori che servono di più nella guerra contro il coronavirus?

3) Ci sono aree del Paese in cui è pensabile ridurre per prima i vincoli alla mobilità?

Sul primo aspetto, abbiamo stimato, sulla base di un’analisi delle mansioni svolte In Italia (vedi lavoce.info per dettagli), che poco meno del 50% dei lavori possa essere portato a termine con modalità che garantiscono la sicurezza dei lavoratori rispetto al rischio di contagio. Sono quei lavori per cui è possibile organizzarsi da casa con lo smart working oppure che è possibile svolgere con mobilità ridotta e nessun contatto de visu con altre persone (pensiamo ai giardinieri e ai veterinari) oppure ancora con ridotta mobilità e contatti sporadici de visu con altri lavoratori o utenti (tipo gli idraulici e gli autotrasportatori). Si tratta, inutile dirlo, di lavori per lo più al di fuori del manifatturiero. Nel manifatturiero si può ricorrere maggiormente all’automazione, oggi avviata (anche grazie a Industria 4.0) in molte aziende, anche piccole. Il distanziamento fra operai è molto più difficile da conseguire a breve per via dei vincoli imposti dallo spazio fisico delle fabbriche, che nella maggioranza dei casi non possono essere allentati a causa di mancanza di terreni disponibili.

La messa in sicurezza del lavoro richiederà, in ogni caso, in molte imprese investimenti che è opportuno trovino corsia preferenziale nelle istruttorie bancarie. Lo Stato potrebbe in questi casi offrire la propria garanzia, cosa che farebbe però ulteriormente lievitare il debito pubblico. Un’alternativa è utilizzare il ragguardevole capitale delle fondazioni bancarie (attorno a 40 miliardi) come fondo di garanzia per la concessione di questi prestiti. Anche con una leva di 3 si riuscirebbe a coprire 120 miliardi di investimento. Molto di più di quanto possibile col miliardo messo dal decreto Cura Italia sul fondo di garanzia per le piccole imprese del Mediocredito Centrale.

Passiamo al secondo aspetto. Abbiamo già iniziato a spostare risorse verso il settore sanitario con diverse imprese che si sono messe a produrre mascherine, ventilatori polmonari e gel disinfettanti. Nelle prossime settimane e, presumibilmente, nei prossimi mesi dovremo farlo ancora di più spostando lavoro verso questi settori. Il governo ha fatto bene a utilizzare strumenti come il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione per sostenere il reddito di chi non può lavorare. Altri Paesi (Germania e Francia in primis) stanno seguendo la nostra stessa strada. Bisogna però trasformare la cassa integrazione da strumento che lega a doppio filo il lavoratore all’impresa per cui lavorava, a strumento che salvaguarda il posto permettendo però ai beneficiari di prestare temporaneamente il proprio contributo a settori che fronteggiano in questo momento "picchi di lavoro" perché mobilitate a sostegno dei nostri operatori sanitari nella cosiddetta "filiera della salute", a partire dall’industria dei dispositivi e tecnologie medicali.

I cassintegrati potranno così dare il proprio aiuto a chi è impegnato al fronte sapendo di poter poi tornare al lavoro che facevano prima quando l’emergenza sarà superata.

Servirà per rimpinguare il reddito di chi è in cassa integrazione e per sostenere al contempo le imprese mobilitate a sostegno dell’esercito in camice bianco che combatte il coronavirus.

Veniamo infine al terzo interrogativo, quello sull’estensione territoriale del blocco. Ci sono per fortuna aree del Paese che sono state investite in modo marginale dal virus, comuni che non hanno alcun contagiato certificato. Nella sciagura c’è la fortuna che siano quelle più deboli economicamente e nelle quali il settore sanitario è meno sviluppato. Tuttavia l’attività economica è crollata dappertutto, almeno a giudicare dai consumi di elettricità e in parti importanti del Mezzogiorno il disagio sociale è vistoso e richiede, più che l’introduzione di nuovi strumenti, l’allargamento delle maglie del reddito di cittadinanza. Forse alcuni di questi comuni vogliono candidarsi a sperimentare, nei tempi suggeriti dall’Istituto superiore di sanità, percorsi di graduale uscita dal blocco con chiusura all’esterno.

Se procediamo in questa direzione, dovremo dotarci di un meccanismo di monitoraggio molto più efficace di quello utilizzato in queste settimane. Come suggerito da due ex presidenti dell’Istat (Alleva e Zuliani) e altri statistici, dovremmo in queste aree (e nel resto del Paese) selezionare un campione rappresentativo della popolazione cui somministrare il tampone e, nel caso si riscontrassero positivi, ricostruire i loro contatti nelle due settimane precedenti.

Si sente spesso dire in questi giorni che la Cina ha potuto combattere efficacemente la guerra al coronavirus perché è una dittatura. Certamente le democrazie non hanno i mezzi coercitivi delle dittature. Ma hanno l’enorme vantaggio rispetto alle dittature di informare i cittadini su quanto sta accadendo, mobilitando le competenze di cui il loro Paese dispone nella lotta a questo male globale. Se vogliamo che questa intelligenza collettiva, oggi animata da molti studiosi italiani all’estero, ci dia utili suggerimenti per vincere la guerra dobbiamo darle gli strumenti di base per lavorare.

Tito Boeri – la Repubblica – 31 marzo 2020