Il doppio freno per il dopo

È giusto, lo si è sempre fatto. Nel mezzo di sventure collettive (guerre o pandemie) non si può non pensare al dopo, a quando tutto questo finirà. Hanno probabilmente ragione quelli che ritengono che, nonostante i duri effetti della recessione economica indotta dall’epidemia, ci sarà un nuovo inizio, un «nuovo dopoguerra», subentrerà, per qualche tempo, uno stato di diffusa euforia. Sarà forse uno stato di euforia simile quello simboleggiato dalla foto del marinaio che bacia l’infermiera a Times Square dopo l’annuncio della fine della Seconda guerra mondiale. Ciò non riguarderà purtroppo i tanti che in questa vicenda hanno perso parenti e amici. Ma, come è naturale che accada, i sopravvissuti alla catastrofe assaporeranno di nuovo il piacere di vivere. Magari nei mesi che seguiranno la conclusione dell’emergenza persino gli italiani ricominceranno a fare figli. Dopo quella della mia generazione ci sarà forse un’altra ondata di boomers (come ci chiamano i giovani). A conferma del fatto che si fanno figli non perché ci sono i «servizi sociali», si fanno figli perché si scommette sul futuro. Ci sarà un’esplosione di energia sociale oggi repressa. Un nuovo boom economico è possibile e, plausibilmente, riguarderà soprattutto i territori che hanno pagato un alto prezzo. Si chiama «effetto fenice». Però è bene stare in guardia, non cullarsi nell’idea che tutto ciò automaticamente ci riguarderà (solo perché abbiamo avuto, almeno fino ad oggi, la sventura di essere fra i più colpiti al mondo). Nelle fasi di grande ripresa economica non tutti i Paesi riescono a beneficiarne. Dobbiamo stare attenti, le nostre storiche magagne, che non sono affatto scomparse con la pandemia, potrebbero «mettersi di traverso», impedirci di beneficiare a pieno del probabile boom post-epidemia. Fra le tante cito due di queste magagne: la zavorra burocratica e l’ideologia pauperista. È sbagliato pensare che i grandi intralci che la burocrazia pone alle attività economiche siano dovuti solo all’ottusità. Ad esempio, la vera ragione per cui occorrono tempi biblici e una grande quantità di adempimenti per poter aprire un qualunque esercizio economico e poi per poterlo mantenere è che ne viene esaltato il potere discrezionale della burocrazia. È la storia italiana. Ogni volta che qualcuno ha tentato di semplificare e di velocizzare gli iter burocratici si è trovato di fronte a un muro di ostilità. I burocrati, in questi frangenti, trovano sempre coperture politico-parlamentari a propria difesa. La seconda magagna è l’ideologia pauperista la quale si nutre di ostilità nei confronti del mercato e dei produttori di ricchezza. Le sue fonti vanno cercate, in primo luogo, nelle pulsioni proprie di un certo «cattolicesimo politico» (con il quale, fortunatamente, tanti cattolici italiani, forse la maggioranza, non hanno nulla a che spartire) e, in secondo luogo, nell’azione propagandistica di coloro che cercano di sfruttare a proprio vantaggio la divisione fra Nord e Sud. Quando parlo di pulsioni del cattolicesimo politico (di una sua versione) mi riferisco ai demonizzatori del mercato. Quelli, per intenderci, che sono capaci di attribuire alla «ricchezza» la responsabilità, anzi la colpa, dell’alto prezzo che stanno pagando la Lombardia e le altre aree ricche (ossia produttive) del Paese. Per difenderci da costoro possiamo sperare nella Provvidenza ma dobbiamo anche darci da fare noi. La seconda fonte dell’ideologia pauperista è da ricercare negli arruffapopolo che giocano allo sfruttamento politico della divisione Nord/sud. Non è cosa nuova. Si pensi, ad esempio, all’attenzione e all’interesse che suscitano, da alcuni anni a questa parte, in certe aree del Sud, i nostalgici dell’età borbonica. Come sempre accade con le sventure collettive la pandemia in atto tira fuori sia il meglio che il peggio dalle persone. Ci sono esempi ammirevoli di eroismo e abnegazione fra chi cura i malati. Ma ci sono anche alcuni approfittatori, quelli che fanno leva sui peggiori istinti. In un momento in cui una prova così dolorosa crea solidarietà trasversali, fa persino emergere (o riemergere) sentimenti di appartenenza nazionale, non mancano, non possono mancare, quelli che giocano sporco. Sono coloro che dicono: guardate che differenza (a vantaggio del Sud), l’epidemia ha colpito il Nord , ha infranto il mito della sua «superiorità» in termini di buona amministrazione, senso civico, eccetera. Da questa vicenda viene fuori che siamo proprio noi del Sud quelli «virtuosi». E se verremo colpiti anche noi, più o meno duramente, sarà «per colpa» del Nord e delle sue inefficienze. Naturalmente, e fortunatamente, la maggior parte dei meridionali non abbocca di fronte a queste sciocchezze. La maggior parte di loro conosce benissimo la ragione per cui certe regioni del Nord sono state più colpite: essendo le più economicamente sviluppate del Paese avevano, prima dello scoppio della pandemia, i legami esterni (anche con la Cina) più intensi rispetto a tutte le altre. Non si tratta di difendere il Sud dal Nord economicamente più sviluppato e ricco. Si tratta di sfruttare l’occasione del possibile boom post-pandemia (e tocca proprio ai meridionali farlo) per rimuovere almeno alcuni degli ostacoli che, tradizionalmente, impediscono al Sud di generare, per sé e per tutti, più ricchezza. Insieme al peso della burocrazia, l’ideologia pauperista è un potente ostacolo con cui dovremo fare i conti quando finalmente tornerà il sereno. Non è detto che riusciremo ad averne ragione. Ma sapere chi sono i propri nemici aiuta talvolta a sconfiggerli.

Angelo Panebianco – Corriere della Sera – 27 marzo 2020