Invalsi, un nemico o un alleato?

Invalsi, un nemico o un alleato?

Anche quest’anno siamo arrivati al punto di svolta per tante famiglie: la scelta della scuola superiore per i propri figli. È un po’ come affacciarsi sul loro futuro: quali tecnologie si stanno affermando? Quali saranno le evoluzioni nel mercato del lavoro? Come conciliare le passioni dei propri ragazzi con un’occupazione sicura?          

                Qualunque strada si scelga, ci si imbatte però in un problema della scuola italiana, che emerge dai recenti risultati delle indagini Ocse Pisa e Invalsi sulle competenze di lettura dei nostri studenti: dal rapporto Ocse-Pisa risulta che solo uno studente su 20 distingue tra fatti e opinioni e dai test Invalsi il 35% degli studenti di terza media non capisce un testo; il 35% dei maturandi non è in grado di comprendere un testo di media difficoltà. Una riflessione ulteriore va fatta sulla distribuzione geografica degli esiti, di cui molto si è parlato sulla stampa per il divario fra Nord e Sud. Si tratta di risultati differenti sia per macro-regioni che per singole realtà regionali. Quelli negativi del Sud Italia sono strettamente correlati ad una serie di fattori che segnalano un disagio sociale: assenza di asili nido pubblici, bassa partecipazione dei bambini alla scuola dell’infanzia, minor numero di diplomati e di lettori, minor partecipazione alla formazione continua (già di per sé scarsa dovunque). Bisogna aggiungere che ci troviamo in presenza di Sud “diversi”, come nel caso positivo della Puglia, e che esiti differentisi sono registrati anche  fra centro e periferia urbana o fra paesi in montagna e centri urbani.

Non dobbiamo comunque dimenticare che il processo di formazione linguistica degli italiani   è abbastanza recente e nemmeno del tutto completato; per tale ragione, lo Stato avrebbe dovuto sostenere tale processo mettendo al centro la scuola (cosa che non è avvenuta sia a livello di selezione che di formazione - iniziale e in servizio - della classe insegnante). Piuttosto, sono allarmanti alcuni aspetti che emergono dalle indagini: la confusione tra fatti e opinioni, la difficoltà di stabilire una gerarchia fra le informazioni o di fare ragionamenti, insieme ad un uso poco consapevole e poco complesso della lingua. Da qui si deve partire per intervenire sul campo.

Dato tutto questo, indipendentemente dal tipo di scuola frequentata dai nostri ragazzi, quale è il ruolo dell’Invalsi e delle sue prove?  Perché tale valutazione è necessaria?

La risposta è semplice: per migliorare la scuola e non per etichettarla con giudizi più o meno negativi, restituendo agli insegnanti il risultato del loro operato. La finalità delle rilevazioni Invalsi è proprio quella di stabilire livelli di competenza omogenei, onde evitare, ad esempio, che la sufficienza venga raggiunta con livelli di preparazione minimi (come si suol dire, con una ‘infarinatura’…). A tale proposito va ribadito un concetto: il compito di insegnare a leggere   vale per i docenti di tutte le discipline. Basti pensare a ciò che significa comprendere un quesito di matematica, con le rappresentazioni grafiche (es. le “torte”), l’utilizzo di codici speciali, l’uso di parole del lessico quotidiano con significati speciali.

Che cosa fare dei dati Invalsi?

Per arrivare dalla valutazione al miglioramento si deve intervenire su quelle variabili che incidono sulla comprensione, invece di basarsi solo sul punteggio innescando così la competizione fra insegnanti e scuole e delegittimando il voto d’aula.

Che fare per migliorare? In primo luogo, condurre una riflessione sulle pratiche didattiche usate in classe per determinare gli apprendimenti; fare un progetto di intervento che tenga conto delle priorità, degli strumenti didattici (libri di testo compresi), del coordinamento fra docenti. Inoltre, per valutare uno studente si deve tener conto di una pluralità di valutazioni su abilità cognitive e non cognitive.

Una sintesi degli interventi didattici volti a migliorare la comprensione può essere la seguente: aiutare gli studenti “a capire di non capire”, facendo veder loro dei modelli, mostrando come si fa; con una attenzione (non valutativa) allo sforzo del lettore/trice; attraverso una comunicazione empatica, che dimostri di capire, ma anche di sostenere le difficoltà incontrate dal ragazzo. E, infine: abituarli ad esercitare il pensiero critico.

Per tutto questo, se comprendere ciò che si legge è un diritto di cittadinanza, per partecipare e agire nella vita sociale, evitiamo di considerare l’Invalsi come una materia in più da preparare, ma semplicemente come uno strumento di misurazione, simile ad un termometro che misura la febbre e ci dice se siamo ammalati, per poi poterci curare!

Clara Manca, 19 gennaio 2020