Germania ingrata. Ci restituisca il debito di guerra

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Una cosa è vedere il sentiero giusto, un’altra è imboccarlo. Finalmente una presa di posizione forte e coesa nel Paese a favore di quell’auspicata tempestiva operazione finanziaria europea che determini immediatamente l’immissione di liquidità di cui abbiamo bisogno. Si è raggiunta nel Paese la lungamente attesa consapevolezza che la catastrofe consente di derogare alla regola dei pareggi di bilancio. Il volo di Mario Draghi sul Financial Times, destinato a entrare nella storia europea, ha rotto gli argini di quella resistenza burocratica interna che rigidamente ci frenava ogni proposta. La sponda pronta e immediata dei migliori e più quotati economisti internazionali ha chiarito che in tempi di catastrofe, come quella che sta vivendo, l’Europa deve potersi muovere senza limiti. Silvio Berlusconi, con Antonio Tajani, da più di due settimane sprona il governo in tal senso, spingendo e insistendo con suggerimenti generosi, senza facili opportunismi politici. Occorre subito un progetto nazionale ed europeo per dare ossigeno a chi ne ha bisogno. Il presidente Mattarella invoca il dovere dell’Unione europea di aiutare chi non ce la fa. E in questo momento unico Papa Francesco da Piazza San Pietro innalza una preghiera dando forza alla solidarietà umana nella fede dell’indulgenza plenaria. Dunque Unione adesso o mai più. Se sul fronte europeo si profila un nuovo prezioso “assetto mediterraneo” che potrebbe dare in futuro nuovi interessanti sviluppi geopolitici, tuttavia le resistenze sono forti, con le ingenerose Germania e Olanda che oppongono i loro altolà. Non sono certo sviste o distrazioni le risposte di Lagarde e Von der Leyen. Abbandoniamo allora la generosità e invochiamo la gratitudine. Esiste una regola comune che va anche al di là della tecnica del diritto dei singoli Paesi Membri e risiede nella più ampia sfera giuridica dei rapporti che fondano l’Ue: la gratitudine. La gratitudine e' un valore, anche misurabile. Una donazione può addirittura essere sempre revocabile per ingratitudine, anche quando il donatario manifesti un sentimento di disistima delle qualità morali e di irrispettosità della dignità del donante, contrastante con il senso di riconoscenza e di solidarietà che, secondo il comune sentire, dovrebbe invece improntarne l’atteggiamento. Un gruppo di Paesi dell’Unione europea ipotizza un prestito dell’Ue stessa: non contribuire perché non si ha stima nelle loro qualità restitutorie è ingratitudine. Non si chiede che la Germania restituisca qualcosa ma soltanto che contribuisca a costruire con gli altri Paesi europei, tutti insieme, un nuovo debito collettivo, di cui rispondere tutti insieme, partecipando con nuova fiducia globale per un avvenimento nuovo.

INVESTIMENTO SUL FUTURO

Si tratta di un investimento per il futuro: una partecipazione a un futuro debito. È storia. E se risaliamo al famoso debito di guerra tedesco dopo il 1945 apprendiamo che aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora) pari al 100% del Pil tedesco. La Germania non poteva pagare i debiti accumulati in due guerre da essa stessa provocate. La Russia pretese e ottenne il pagamento dei danni di guerra fino all’ultimo centesimo mentre l’Italia, insieme ad altri Paesi europei rinunciò a più di metà della somma dovuta da Berlino. C’è un algoritmo per tutto, anche que"lo che calcola la gratitudine in caso di donazione. Va spiegato alla Germania che l’avere rimesso un debito costituisce una donazione e che il trattato firmato a Londra fu una erogazione che le consentì di dimezzare il proprio debito di guerra del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il proprio default. I Paesi che acconsentirono di non esigere il dovuto possono (devono) dunque ora invocare gratitudine per i popoli e la storia che essi rappresentano. Senza la donazione dell’accordo di Londra, la Germania avrebbe dovuto rimborsare debiti per 50 anni. Ora dunque la Germania deve esprimere quella gratitudine che non è solo gesto magnanimo, ma dovere. E non le si chiede di restituire qualcosa, si badi, ma di partecipare semplicemente a un investimento collettivo. Lo shock da coronavirus richiede un’importante risposta europea il cui costo dovrà essere distribuito su più generazioni. Si può ora costruire tutti insieme in Europa un nuovo debito collettivo, di cui rispondere tutti dopo un lungo, lunghissimo, periodo di tempo, partecipando con nuova fiducia globale per un avvenimento nuovo. In conclusione, si tratta di un investimento per il futuro: una partecipazione a un futuro debito. Bisogna agire subito. Lo si potrebbe anche fare attraverso bond perpetui o a lunghissima scadenza garantiti dalla Bce, Germania permettendo.

Cristina Rossello – Libero – 30 marzo 2020

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Da destra a sinistra tutti evocano Draghi per guidare l’Italia finita l’emergenza

Ieri sera, dopo l’audizione del ministro Gualtieri in Parlamento, fonti autorevoli del Pd spiegavano che le ipotesi filtrate dall’economia — e che pronosticano un crollo del Pil per il 2020 tra il 5 e il 7% — fossero da ritenersi «ottimistiche»: «Bisognerà prepararsi a una manovra choc, che non si potrà fare senza un patto nazionale». È ormai evidente che nei prossimi mesi l’italia si ritroverà — per usare le parole di Mattarella — nelle stesse condizioni in cui si trovò al termine della Seconda guerra mondiale: perciò — ha detto il capo dello Stato — serve «la stessa unità di allora». «E allora — ha chiosato uno dei maggiori esponenti grillini — tutti i partiti parteciparono al governo di ricostruzione...». Ecco il punto, che è oggetto di discussioni riservate nelle forze di maggioranza: per quanto tempo ancora si potrà chiedere all’opposizione di aderire al principio di «unità nazionale», senza immaginare una loro partecipazione al governo? È una domanda che Di Maio si è posto durante una riunione del Movimento e che per certi versi ha trovato risposta indiretta nella dichiarazione di Franceschini. Se è vero, come ha sostenuto il ministro della Cultura, che «oggi è in campo la Nazionale», allora tutti devono giocare. Il problema sarà da risolvere per tempo, entro l’estate, appena superata l’emergenza sanitaria. Nel Pd già si confrontano linee diverse, e ieri Bettini — per difendere Conte — ha tentato di proporre come soluzione «un tavolo permanente» tra partiti di maggioranza e opposizione. Ma a lungo andare il processo di osmosi politica prefigurerebbe comunque uno scenario che dall’«unità nazionale» porterebbe al «governo di unità nazionale». Non ci sono altre opzioni, persino la strada (teorica) del voto è sbarrata: tra il referendum per il taglio dei parlamentari, l’obbligo di adeguare i collegi e la necessità di varare una nuova legge elettorale, si arriverebbe di fatto al «semestre bianco» della presidenza della Repubblica, quando sarebbe impossibile sciogliere le Camere. Difficilmente il quadro politico potrebbe reggere così, fino al 2022, in piena emergenza. Ché poi è la tesi dell’altro pezzo del Pd, molto simile all’analisi formulata giorni fa dal leghista Giorgetti: «Il sistema finanziario mondiale era in bolla già prima della pandemia. E il Covid-19 ha fatto esplodere la bolla. Ora, per fronteggiare la crisi, il debito italiano salirà fino al 140-160% di rapporto con il Pil. E dovremo trattare con i mercati e con l’Europa per non affondare. Con tutto il rispetto, mi chiedo: è possibile che questo governo possa affrontare la più grave crisi del dopoguerra? Conoscete la mia risposta». E si conosce anche il nome. Lo stesso che evoca Salvini quando propone «il meglio alla guida del Paese in questa fase delicata». Quello che per primo spese Renzi quando ancora era in piedi il governo giallo-verde. È Draghi che citano esponenti di rilievo del Pd, appena ricordano come il loro sia «il partito della responsabilità nazionale». Su Draghi a Palazzo Chigi «non sbaglio se penso che Berlusconi, e insieme a lui Gianni Letta, sarebbero favorevolissimi», dice Casini, che pure conosce le perplessità dell’ex presidente della Bce: «Ma se si venisse chiamati a servire la Patria in certi frangenti, sarebbe difficile sottrarsi». E il «richiamo alla Patria», non lascia insensibili nemmeno importanti dirigenti di FDI, certi che la Meloni «saprebbe cosa fare» semmai si arrivasse a un simile epilogo. Certo, ci sarebbe da sciogliere il nodo della formula politica di un governo che sarebbe chiamato a gestire la crisi economica, mentre al Parlamento toccherebbe riformare le regole. Ma intanto vanno costruite le condizioni per favorire il disegno, e non dev’essere un caso se ieri il capogruppo del Pd Delrio ha voluto alimentare «il dialogo con le opposizioni, che deve andare avanti». Al cospetto di chi lo invoca, Draghi ha il profilo giusto e nessuna controindicazione politica: finito il suo mandato non sarebbe un competitor dei partiti, perché — come dice un rappresentante dem — «la sua destinazione sarebbe il Quirinale». Il segnale Franceschini e l’ipotesi di coinvolgere il centrodestra: oggi è in campo la Nazionale. Lo scenario Giorgetti: è possibile che questo governo affronti la più grave crisi del dopoguerra?

Francesco Verderami – Corriere della Sera- 25 marzo 2020

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Le piazze, Corbyn e il vuoto

Un mare di Sardine per accerchiare il Capitone, come a sinistra chiamano il nemico numero uno, Salvini. La metafora ittica ha preso il posto dell’antica e bucolica botanica fatta di ulivi, querce e margherite. Ma l’ambizione è sempre quella dei movimenti di sinistra: dimostrare nelle piazze la propria capacità di resistenza alla destra, nonostante rovesci elettorali, divisioni politiche, incertezze programmatiche. Ogni generazione dà il suo tributo di giovani alla causa, perché, per quanto se ne dica, destra e sinistra non sono affatto morte, vivono ancora nel cuore delle persone, non sono più ideologie ma stati d’animo, modi di intendere la vita, talvolta addirittura differenza antropologica. Eccoli dunque i ragazzi del 2020, che prendono il testimone dai ragazzi del 2002, i mitici girotondini, e sono anche più simpatici, autoironici, e meno incazzosi di quelli che stavano con Nanni Moretti (che però riappaiono anche qui, attempati ma sempre combattivi, come Daria Colombo a Milano e Paolo Flores d’Arcais a Roma, perché in piazza non ci sono solo giovani sardine ma anche stagionate sarde reduci di mille battaglie).

Il messaggio che vogliono lanciare è chiaro: c’è un popolo che si mobilita spontaneamente e che non si sente rappresentato dalla leadership politica della sinistra, capace di riprendere bandiere abbandonate come l’antifascismo, ora e sempre resistenza, Bella ciao come inno ufficiale e l’anpi che risponde «presente».

E il messaggio è arrivato: in 113 città hanno tenuto riuscitissime manifestazioni, e piazza San Giovanni ieri l’hanno riempita, una roba che ormai riesce solo alla Cgil e alla destra di Salvini+Meloni. È in ogni caso un bene: più gente fa politica e meglio sta la democrazia. L’effetto maggiore l’hanno forse prodotto a Bologna, dove hanno scosso un popolo di sinistra che sembrava depresso e rassegnato alla sconfitta nelle prossime elezioni regionali, e che ora pensa che forse si può ancora fermare Salvini sul Panaro: «Odio gli indifferenti», diceva Antonio Gramsci, opportunamente citato ieri in piazza. Ma è proprio questa funzione gerovital che indubbiamente esercitano su una sinistra anziana e debilitata a nascondere dentro di sé l’effetto collaterale, la controindicazione che finisce spesso per ottenere il risultato opposto, e a farla invecchiare ancor di più. Perché il cuore del loro messaggio è più radicalizzazione, più ideali, più intransigenza. È questo che chiedono ai partiti, ai quali contestano di non essere abbastanza «tosti» nel contrastare l’avversario, che vincerebbe dunque non per la forza delle sue idee, ma per la debolezza di quelle altrui. Insomma: più sinistra per battere la destra.

È una specie di imbuto logico in cui molto spesso finiscono i partiti progressisti: di fronte alle difficoltà sono portati a credere che l’errore non sia nelle loro idee, ma nella poca enfasi con cui le sostengono. Il riflesso condizionato che porta a dire: se Salvini chiude i porti noi dobbiamo dire che li apriremo tutti; se le cose non vanno in Europa noi dobbiamo dire che è perché ci vuole più Europa. Così non rispondendo alle preoccupazioni di chi è andato a destra, e che si dovrebbe recuperare, ma solo rincuorando quelli che restano, e sempre resteranno, a sinistra. Nel tentativo di riscoprire una mitica anima del passato, si rischia perciò spesso di perdere ulteriormente contatto con l’elettorato di oggi, e di fare la fine di Jeremy Corbyn e del suo programma, così vintage, così anni 70, che gli elettori l’hanno trattato esattamente come trattarono quello: bocciandolo.

È la sindrome che porta la Spd a cambiare continuamente leader tentando di spiegarsi perché arretra continuamente, e gli ultimi li ha scelti così a sinistra che di più non si può, senza però effetti rigeneranti. Oppure è la tentazione dei democratici americani di battere la destra radicale di Trump con un radicalismo liberal uguale e contrario, nonostante la ripetuta lezione della storia ci dica che quando il populismo di destra incontra il populismo di sinistra, vince il populismo di destra. Santori e le sardine risponderebbero a questo punto che non sono e non saranno mai un partito, dunque non devono preoccuparsi di fare programmi di governo. Tentando di riscoprire una mitica anima del passato, si rischia di finire come il Labour

Però sono i loro stessi seguaci e ispiratori che gli chiedono adesso, dopo la piazza, una piattaforma politica per rifondare la sinistra. Il filosofo Flores d’arcais ne ha proposta ieri una facile facile: «Realizzare la Costituzione».

L’altro punto debole delle sardine (o forte, perché è la ragione stessa del loro successo) sta nel fatto che sono un movimento di opposizione all’opposizione. I girotondi, diciotto anni fa, si mobilitarono contro il governo Berlusconi e in particolare contro una legge, la Cirami, considerata una norma ad personam e un’offesa allo Stato di diritto. I giovani di oggi invece non si mobilitano contro il governo, che anzi li incoraggia con lo sguardo compiaciuto del premier Conte, il quale li ha addirittura invitati a Palazzo Chigi (Sala Verde?). Si mobilitano contro il capo dell’opposizione per prevenire che diventi il capo del governo. E questa non è una posizione facile da tenere a lungo per chi vuole essere un movimento di protesta.

Fare la lezione ai giovani è sempre un esercizio irritante, oltre che vano, e temiamo di esserci cascati anche noi con questo commento. Ma il fatto è che scrivevamo le stesse cose anche nel 2002, quando si pensò di mettere fuori gioco Berlusconi con la piazza e Berlusconi invece uscì di scena solo nel 2011, nove anni dopo, e neanche quando cadde la sinistra ne raccolse i frutti, perché fu bruciata dall’esplosione grillina alle elezioni del 2013. La politica democratica è certo partecipazione, condivisione, comunicazione, mobilitazione, tutte ricchezze che i movimenti portano con sé. Ma alla fine è soprattutto consenso elettorale, e quella è un’altra faccenda. Fu proprio per segnalare ciò che un vecchio e saggio riformista come Pietro Nenni inventò lo slogan più conosciuto e meno meditato a sinistra: «Piazze piene, urne vuote».

Antonio Polito – Corriere della Sera – 15 dicembre 2019

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