Il ritorno di Berlusconi, il sì al Mes e la rete di rapporti con i partiti di governo

Sembrava irrimediabilmente condannato alla panchina, invece l'emergenza da Covid 19 ha restituito a Berlusconi la centralità perduta. Prima della pandemia il Cavaliere si era di fatto ritirato, e viveva la sua quarantena politica osservando con distacco il duello tra Salvini e Meloni, impegnati a contendersi il primato della coalizione di cui era stato il fondatore. Ora che il dramma del Coronavirus ha indebolito il governo mettendone a repentaglio la sopravvivenza, il capo di Forza Italia è stato lesto a tornare in campo, spiazzando gli alleati sovranisti e ritagliandosi un ruolo che lo aggrada: «Sono un europeista e un patriota». Così, dichiarandosi favorevole al Mes «perché l'italia non può farne a meno», si è trovato al fianco del suo storico avversario Prodi e al centro di un'operazione che mira a «salvare il Paese non la poltrona a Conte». L'idea infatti che Berlusconi possa tramutarsi in una sorta di «responsabile», disposto a sostenere il premier a Palazzo Chigi, contrasta con i suoi reali obiettivi. Raccontano che accarezzi persino il sogno del Quirinale, ma per quanto abbia finto di mostrare interesse a chi gliene ha parlato, persegue pragmaticamente un altro risultato: diventare in questa legislatura il king-maker di un nuovo governo, per prendersi la rivincita rispetto alla parte che gli toccò due anni fa. E lo conforta la lettura di un sondaggio, pubblicato da Demos Marketing International, secondo il quale il 78% degli italiani vorrebbe un governo di unità nazionale appena terminata Il leader di Forza Italia, 83 anni, è l'unica voce di opposizione pro Mes, ha chiesto al premier Conte di «non rinunciare a quei 37 miliardi senza condizioni per il sistema sanitario» e ha annunciato che FI voterà sì al Mes: «Ma non è un appoggio esterno al governo» l'emergenza sanitaria. Con Draghi come premier, gradito dal 53% degli intervistati. L'altra sera a «Porta a Porta» è riuscito a far passare il messaggio, e dietro una sequenza di negazioni ha spiegato anche il timing di un progetto molto complicato e ancora in gestazione. Prima ha detto che «non è il momento di parlare di manovre politiche», siccome nel Palazzo la dead-line è fissata per giugno. Poi ha schivato la domanda sull'ex presidente della Bce, avvisando che «quando ci saranno le condizioni ne discuterò con i miei alleati». Perché, nonostante si avvertisse il gusto con cui ha dato un paio di scappellotti a Salvini, «non è tempo di piantare bandierine per raccogliere il consenso», ha tenuto a precisare che «nessuno deve illudersi di spaccare il centrodestra». Per spingere Berlusconi a uscire dall'isolamento, c'è voluta la costanza di Tajani e l'abilità di Gianni Letta, che tiene un piede nel campo di Agramante, cioè nel campo del Pd. Sul suo block notes il leader forzista ha disegnato uno scenario, annotando nomi sottolineati in base alla loro importanza. «Gianni vede Zingaretti». «Franceschini». C'è pure scritto «Di Maio». Sebbene il Cavaliere tenga da qualche tempo contatti riservati con una parte importante del mondo a cinque stelle, è impensabile che abbia parlato con il ministro degli Esteri, mentre è certo che Conte osservi con sospetto le mosse di Di Maio e tema possa entrare nell'ipotetica partita del governo istituzionale. A guardare i fogli scarabocchiati di Berlusconi, così pieni di frecce, si intuisce quanto sia intricato il gioco. E in quel gioco c'è anche la Lega. È vero, ieri Salvini si è detto «dispiaciuto» per le parole dell'alleato sul Mes, pronunciate peraltro in un momento per lui politicamente difficile. Ma Salvini si è già espresso su Draghi e nel partito è iniziata una riflessione sulla «necessità di riposizionarci, perché — spiega un esponente del Carroccio — siamo solo all'inizio di una stagione drammatica». Come al solito è toccato a Giorgetti dare un indirizzo, avvisando che «davanti alla crisi economica del Paese, la tesi del "facciamo da soli" è un espediente da illusionisti: l'Italia non può pensare di uscirne senza un sistema di alleanze internazionali ed europee». È una sentenza senza appello contro le velleità sovraniste, un richiamo alla realtà delle cose. E mentre attende che il processo maturi, prosegue nei contatti con i maggiorenti del Pd e dei grillini. Berlusconi deve sapere come procede il suo lavoro, perché c'è anche il nome di Giorgetti sul suo block notes. Manca quello della Meloni, ma è convinto che lo scriverà.

Francesco Verderami – Corriere della Sera – 24 aprile 2020

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Se Conte si sente assediato

Tiene banco un tema che ne ingloba molti altri: quanto è ancora in grado di sopravvivere il governo Conte? Un tempo qualcuno prevedeva che avrebbe coperto l’intero arco della legislatura, quanto meno sarebbe arrivato alla scadenza del mandato di Mattarella, all’inizio del 2022. Oggi nessuno azzarda un simile vaticinio. Semmai, chi desidera che l’attuale assetto regga si aggrappa a un dato di fatto reale: la difficoltà di immaginare, allo stato delle cose, un’altra maggioranza e un altro premier. Tuttavia l’esperienza insegna che simili calcoli sono quasi sempre astratti.

Nel momento del tracollo sono spesso le circostanze a risolvere le alchimie politiche, individuando le formule e le persone sulle cui gambe far camminare il ricambio. Non siamo arrivati a quel punto, ma quasi.

Sappiamo che il premier si sente assediato e questo lo ha indotto a commettere vari errori, come l’eccesso di esposizione televisiva a scapito del Parlamento. O l’abuso dei decreti della presidenza del Consiglio, stigmatizzato da una figura autorevole come Sabino Cassese. Tutti fattori di debolezza.

È probabile che al vertice europeo di giovedì Conte superi lo scoglio del Mes (il fondo salva-Stati) attraverso qualche gioco di prestigio in grado di far digerire ai Cinque Stelle la scelta pressoché obbligata (così come buona parte dei grillini si sente obbligata a restare attaccata all’esecutivo). Ma dopo il recente caos nell’aula di Bruxelles, quando i vari rappresentanti italiani, di maggioranza e di opposizione, si sono espressi nell’anarchia più totale, è evidente che un po’ tutti gli equilibri stanno saltando. C’è però un nodo di fondo: il sistema industriale italiano ha un disperato bisogno di liquidità e questa la può fornire soprattutto l’Europa.

L’idea di "cavarsela da soli" è suggestiva, ma richiederebbe uno Stato in grado di funzionare con tempestiva efficacia. E non sembra questo il caso.

Ne deriva che Conte può scivolare non tanto sul Mes, bensì sulla "fase 2", quando le risorse soprattutto europee dovranno essere gestite e smistate con equilibrio politico. L’equilibrio che in queste settimane troppo spesso è mancato, come dimostrano le tensioni tra Nord e Sud, o tra certi settori del Nord e Palazzo Chigi. C’è un precedente che fa riflettere: il 2011, quando il governo Berlusconi lasciò il campo sotto la pressione delle circostanze (l’emergenza finanziaria) e fu sostituito da un governo "del presidente" (Napolitano-Monti) fondato su un’ampia maggioranza parlamentare. Oggi il quadro è diverso, ma non del tutto. Le fratture nella maggioranza esistono, ma in parte sono ricomponibili. E nel centrodestra emergono novità. Berlusconi non vede l’ora di sottrarsi all’egemonia salviniana ed è pronto a entrare in una combinazione che superi Conte. Giorgia Meloni ha maturato una sua linea sull’Europa che non coincide con il massimalismo della Lega. Nel Carroccio stesso nulla è statico. Salvini tende per istinto alle scelte più radicali, sulla linea del tandem Bagnai-Borghi. Ma Giorgetti, come ha scritto questo giornale, crede da tempo a un’ipotesi di solidarietà nazionale. E nelle regioni del Nord, il veneto Zaia propone un modello di amministrazione territoriale ben diversa dal nazionalismo quasi ideologico propugnato dal leader. Non è chiaro come tutto questo si trasformerà in ipotesi concrete, ma forse l’immobilismo attuale non durerà a lungo.

Stefano Folli – la Repubblica – 19 aprile 2020

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Germania ingrata. Ci restituisca il debito di guerra

  • Pubblicato in Esteri

Una cosa è vedere il sentiero giusto, un’altra è imboccarlo. Finalmente una presa di posizione forte e coesa nel Paese a favore di quell’auspicata tempestiva operazione finanziaria europea che determini immediatamente l’immissione di liquidità di cui abbiamo bisogno. Si è raggiunta nel Paese la lungamente attesa consapevolezza che la catastrofe consente di derogare alla regola dei pareggi di bilancio. Il volo di Mario Draghi sul Financial Times, destinato a entrare nella storia europea, ha rotto gli argini di quella resistenza burocratica interna che rigidamente ci frenava ogni proposta. La sponda pronta e immediata dei migliori e più quotati economisti internazionali ha chiarito che in tempi di catastrofe, come quella che sta vivendo, l’Europa deve potersi muovere senza limiti. Silvio Berlusconi, con Antonio Tajani, da più di due settimane sprona il governo in tal senso, spingendo e insistendo con suggerimenti generosi, senza facili opportunismi politici. Occorre subito un progetto nazionale ed europeo per dare ossigeno a chi ne ha bisogno. Il presidente Mattarella invoca il dovere dell’Unione europea di aiutare chi non ce la fa. E in questo momento unico Papa Francesco da Piazza San Pietro innalza una preghiera dando forza alla solidarietà umana nella fede dell’indulgenza plenaria. Dunque Unione adesso o mai più. Se sul fronte europeo si profila un nuovo prezioso “assetto mediterraneo” che potrebbe dare in futuro nuovi interessanti sviluppi geopolitici, tuttavia le resistenze sono forti, con le ingenerose Germania e Olanda che oppongono i loro altolà. Non sono certo sviste o distrazioni le risposte di Lagarde e Von der Leyen. Abbandoniamo allora la generosità e invochiamo la gratitudine. Esiste una regola comune che va anche al di là della tecnica del diritto dei singoli Paesi Membri e risiede nella più ampia sfera giuridica dei rapporti che fondano l’Ue: la gratitudine. La gratitudine e' un valore, anche misurabile. Una donazione può addirittura essere sempre revocabile per ingratitudine, anche quando il donatario manifesti un sentimento di disistima delle qualità morali e di irrispettosità della dignità del donante, contrastante con il senso di riconoscenza e di solidarietà che, secondo il comune sentire, dovrebbe invece improntarne l’atteggiamento. Un gruppo di Paesi dell’Unione europea ipotizza un prestito dell’Ue stessa: non contribuire perché non si ha stima nelle loro qualità restitutorie è ingratitudine. Non si chiede che la Germania restituisca qualcosa ma soltanto che contribuisca a costruire con gli altri Paesi europei, tutti insieme, un nuovo debito collettivo, di cui rispondere tutti insieme, partecipando con nuova fiducia globale per un avvenimento nuovo.

INVESTIMENTO SUL FUTURO

Si tratta di un investimento per il futuro: una partecipazione a un futuro debito. È storia. E se risaliamo al famoso debito di guerra tedesco dopo il 1945 apprendiamo che aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora) pari al 100% del Pil tedesco. La Germania non poteva pagare i debiti accumulati in due guerre da essa stessa provocate. La Russia pretese e ottenne il pagamento dei danni di guerra fino all’ultimo centesimo mentre l’Italia, insieme ad altri Paesi europei rinunciò a più di metà della somma dovuta da Berlino. C’è un algoritmo per tutto, anche que"lo che calcola la gratitudine in caso di donazione. Va spiegato alla Germania che l’avere rimesso un debito costituisce una donazione e che il trattato firmato a Londra fu una erogazione che le consentì di dimezzare il proprio debito di guerra del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il proprio default. I Paesi che acconsentirono di non esigere il dovuto possono (devono) dunque ora invocare gratitudine per i popoli e la storia che essi rappresentano. Senza la donazione dell’accordo di Londra, la Germania avrebbe dovuto rimborsare debiti per 50 anni. Ora dunque la Germania deve esprimere quella gratitudine che non è solo gesto magnanimo, ma dovere. E non le si chiede di restituire qualcosa, si badi, ma di partecipare semplicemente a un investimento collettivo. Lo shock da coronavirus richiede un’importante risposta europea il cui costo dovrà essere distribuito su più generazioni. Si può ora costruire tutti insieme in Europa un nuovo debito collettivo, di cui rispondere tutti dopo un lungo, lunghissimo, periodo di tempo, partecipando con nuova fiducia globale per un avvenimento nuovo. In conclusione, si tratta di un investimento per il futuro: una partecipazione a un futuro debito. Bisogna agire subito. Lo si potrebbe anche fare attraverso bond perpetui o a lunghissima scadenza garantiti dalla Bce, Germania permettendo.

Cristina Rossello – Libero – 30 marzo 2020

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