L'Oms ha una grave colpa

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Il quotidiano americano, il Wall Street Journal, accusa l'ente Onu di disinformazione. Di tutte le istituzioni internazionali, l’Oms dovrebbe essere quella meno politicizzata, dal momento che la sua missione primaria è quella di coordinare gli sforzi internazionali contro le epidemie e fornire un onesto orientamento alla salute pubblica. Se invece diventa solo la Linea Maginot politicizzata contro le pandemie, allora è più che inutile e non dovrebbe ricevere più finanziamenti dagli Stati Uniti”. E’ la conclusione di un editoriale del Wall Street Journal contro l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il quotidiano attacca frontalmente il direttore generale, Tedros Ghebreyesus, ritenendolo “responsabile della maggior parte degli errori commessi dall’Oms in questa epidemia”. Il Wall Street Journal auspica dunque una riforma dell’organizzazione: “La pandemia di coronavirus offrirà molte lezioni su cosa fare meglio per salvare più vite e fare meno danni economici la prossima volta. Ma una cosa è già certa: per far sì che le future pandemie siano meno letali bisogna riformare l’Organizzazione mondiale della sanità”, si legge nell’editoriale, che in proposito ricorda come la settimana scorsa il senatore della Florida Rick Scott abbia chiesto un’indagine del Congresso sul “ruolo dell’Agenzia delle Nazioni Unite nell’aiutare la Cina a coprire le informazioni riguardanti la minaccia del coronavirus”, avanzando un’istanza per sospendere i finanziamenti all’Oms. “Il marciume all’Oms – prosegue duro l’editoriale – in realtà va oltre la ‘combutta’ con Pechino, ma questa vicenda è un buon punto di partenza”. “L’epidemia di coronavirus – ricostruisce l’editoriale del WSJ – è iniziata in Cina, a Wuhan, probabilmente in autunno, forse a novembre, e ha poi accelerato nel mese di dicembre. E, secondo la piattaforma digitale economica cinese Caixin Global, i laboratori cinesi avevano sequenziato il genoma del coronavirus entro la fine di dicembre, ma i funzionari cinesi hanno ordinato di distruggere i campioni e non pubblicare le loro ricerche. Il 30 dicembre il dottor Li Wenliang ha lanciato un allarme ai collegi cinesi, e alcuni giorni dopo le autorità locali lo hanno accusato di mentire e di arrecare grave disturbo all’ordine pubblico”. “Funzionari taiwanesi hanno avvertito l’Oms il 31 dicembre – prosegue la ricostruzione del WSJ – di aver avuto prove che il virus potesse essere trasmesso da uomo a uomo. Ma l’agenzia dell’Onu, ‘inchinata’ di fronte a Pechino, non ha invece una buona relazione con Taiwan. Dunque il 14 gennaio l’Oms ha twittato: ‘Le indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato prove chiare della trasmissione da uomo a uomo”. E ha impiegato un’altra settimana per invertire questa ‘disinformazione'”. “La pandemia è stata dichiarata solo l’11 marzo”, ricorda ancora il Wall Street Journal, criticando anche altri statement diffusi nel tempo dall’Oms. Ma l’affondo del quotidiano statunitense è un attacco personale a Tedros Ghebreyesus, ritenuto “responsabile della maggior parte degli errori commessi dall’Oms in questa epidemia” e definito “un politico più che un medico”.

Scrive il Wall Street Journal (5/4)

Il Foglio - 13 aprile 2020

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La partita della scienza

Se davvero il Covid-19, la malattia causata dal nuovo coronavirus Sars-Cov-2, “è una guerra mondiale”, nessun Paese la può vincere da solo. Un Paese da solo può chiudere tutto, accettare la sospensione di importanti libertà e diritti per contenere il contagio, può allestire di corsa nuovi ospedali e reparti di terapia intensiva per tenere in vita quante più persone possibile. Un Paese, insomma, può resistere ma non vincere. Una guerra mondiale, lo insegna la storia, si vince solo con una grande alleanza. E una guerra mondiale a un virus si vince solo se i migliori scienziati del pianeta lavorano assieme. Senza rivalità, senza gelosie, con un solo obiettivo.

Questa cosa a livello globale è ormai una pratica condivisa, almeno dal 2006 quando una scienziata italiana in occasione dell’epidemia di aviaria, invece di pensare al suo tornaconto personale o a pubblicare una dotta ricerca su una rivista, mise a disposizione della comunità scientifica la sequenza genetica del virus che il suo laboratorio, a Padova, aveva isolato. Se il mondo della scienza è diventato aperto e collaborativo lo è anche per quel gesto di Ilaria Capua.

Eppure a oltre un mese dal varo delle prime zone rosse in Italia, quando oramai il virus ha dilagato in tutto l’emisfero boreale imponendo le nostre stesse misure di contenimento, si ha la sensazione che sul fronte scientifico l’Italia non stia ancora giocando con il resto del mondo. Ci sono almeno tre indizi che inducono a pensarlo.

Il primo è stato il lancio, da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità, del progetto Solidarity, il 18 marzo. Si tratta di una alleanza fra vari Paesi che punta a superare la frammentazione per cui qualunque ospedale si mette a fare da solo un test clinico per vedere se un certo farmaco ha qualche effetto nel guarire Covid-19. «Questa pratica non ci dà la chiara e forte evidenza del fatto che una vita possa essere salvata», ha detto il direttore generale dell’Oms.

Perché i test abbiano senso c’è bisogno di avere presto molti più dati. Un ospedale, un laboratorio non bastano. Per questo molti Paesi si sono uniti. Quali? Argentina, Bahrain, Canada, Francia, Iran, Norvegia, Sudafrica, Spagna, Svizzera e Thailandia. L’Italia per ora non c’è. Il secondo indizio risale a qualche giorno dopo, il 24 marzo. L’Inserm, l’Istituto francese di sanità, ha lanciato una alleanza dei laboratori europei contro Covid-19, da raccordare con quella mondiale: si chiama Discovery, punta ad analizzare l’efficacia di alcuni farmaci su 3200 pazienti in Belgio, Olanda, Lussemburgo, Regno Unito, Germania e Spagna.

Anche qui, l’Italia non c’è. Va detto che questo fronte, quello dei trial clinici su farmaci promettenti, è particolarmente importante, perché per il vaccino ci vorranno ancora molti mesi e se intanto si trovasse un farmaco “salva-vita” potremmo gradualmente tornare alla vita di prima.

A questo proposito l’Oms ha individuato questi farmaci possibili: il remdesivir (usato per l’Ebola); la clorachina e l’idroclorachina (usati per la malaria); il ritonavir/lopinavir (usati per l’Hiv da testare anche in combinazione con una molecola utilizzata per trattare la Mers). Nota bene: non c’è il favipiravir, noto come Avigan, il farmaco antinfluenzale usato su qualche paziente in Giappone, divenuto un caso in Italia per via di un video su Facebook, e approvato di corsa per la sperimentazione da noi. Cosa che ha fatto dire al virologo Roberto Burioni che si tratta del «primo caso di una sperimentazione decisa sulla base di un video su YouTube». Infine il terzo indizio, non il meno importante. Per capire un virus occorre studiarlo. Per studiarlo va analizzata la sua sequenza genetica che ci dice molto non solo su come provare a produrre un vaccino, ma su quale traiettoria abbia fatto, con quanta velocità si sia diffuso e modificato.

Ebbene sulla banca dati mondiale dove sono depositate le sequenze di Sars-Cov-2, ce ne sono diverse migliaia: ma solo cinque italiane. Ovvero: non stiamo condividendo i dati, non stiamo davvero collaborando col resto del mondo.

Sono solo tre indizi, e anche se Agatha Christie avrebbe detto che assieme formano una prova, noi vogliamo credere che i nostri scienziati finora siano stati impegnati dall’emergenza e che adesso siano finalmente pronti a fare la loro parte in questa guerra mondiale.

Riccardo Luna – la Repubblica – 26 marzo 2020

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Cambiamo Ebbasta, salviamo i nostri giovani

Smettiamo noi genitori di proporci come amici dei nostri figli, di voler essere progressisti a tutti costi, dove essere al passo con i tempi significa consentire ai propri figli di dettare le regole in ambito familiare e non insegnare quei principi etici indispensabili, oramai considerati obsoleti e prerogativa di persone bigotte, perché impongono un modello comportamentale che è stretto anche ai genitori stessi. Smettiamo di ignorare i cambiamenti che si sono verificati nei Millennials, continuando a proporre metodi d’insegnamento scolastico che non fanno breccia nella loro mente e nel loro cuore, perché non sono in grado di parlare con la loro lingua, completamente diversa da quella che si utilizzava prima dell’avvento del web. Il grido di allarme,assolutamente da ascoltare, di Marisa Giudice sul suo blog.

Ebbasta non basta, va cancellato e... basta!

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