Il razzismo e i suoi confini

L’alternativa non è tra il razzismo e l’accoglienza. Quando si tratta di rapporti con l’«altro», con chi percepiamo come diverso perché estraneo alla collettività umana cui noi apparteniamo, l’alternativa non è tra il rifiuto aggressivo intessuto di uno sprezzante senso di superiorità da un lato, e dall’altro la disponibilità più aperta, amichevole e ospitale. C’è una terza posizione, che è poi quella istintivamente adottata dalla grande maggioranza degli esseri umani.

Ce la indica un grande antropologo, forse il più grande del Novecento, Claude Lévi-strauss — è necessario aggiungere che difficilmente lo si sarebbe potuto definire un conservatore? — in un suo testo poco noto (De près et de loin, Odile Jacob, 1988) contenente parole di straordinaria attualità che meritano di essere conosciute e meditate. Specialmente in un momento come l’attuale in cui nella società italiana le tensioni di vario genere causate dall’immigrazione stanno accendendo intorno a questi temi un aspro dibattito pubblico nel quale si sprecano le accuse e le strumentalizzazioni politiche.

Per Lévi-Strauss il razzismo è «l’ostilità attiva» di una cultura verso un’altra, volta a «distruggerla o semplicemente ad opprimerla» sulla base di una presunta gerarchia qualitativa dei rispettivi patrimoni genetici. Questo è il razzismo: che, come è ovvio, si accompagna inevitabilmente alla negazione all’altro degli stessi diritti di cui godiamo noi.

I nvece, aggiunge subito dopo Lévi-strauss, «che delle culture, pur rispettandosi possano sentire maggiori o minori affinità le une per le altre, questa è una situazione di fatto che è sempre esistita. È un dato normale dei comportamenti umani». E fa un esempio che lo riguarda personalmente: se in metropolitana gli capita d’incontrare dei giapponesi, verso la cui cultura egli è attratto, gli viene naturale un moto di simpatia e d’interesse, e il fatto si produce, ammette senza problemi, sulla base della loro semplice apparenza fisica, del loro puro modo di comportarsi nonché della conoscenza della loro lingua. «Nella vita quotidiana, conclude, tutti ci comportiamo così per situare uno sconosciuto sulla carta geografica. (.…) Sarebbe davvero il culmine dell’ipocrisia pretendere di vietare questo genere di approssimazione»: (...) «denunciarla come razzista rischia solo di fare il gioco del nemico dal momento che molte persone ingenue si diranno: se questo è razzismo, ebbene io allora sono razzista».

Dunque non volere avere troppo a che fare con i nigeriani, dico per dire, a causa del loro modo di fare, o sentirsi infastiditi dall’odore del cibo cucinato dai bengalesi, o trovare sgradevole l’idea di avere dei vicini di casa rom, non ha niente a che fare con il razzismo. È un’altra cosa. Così come è un’altra cosa preoccuparsi del fatto che la presenza di una cultura diversa dalla propria raggiunga proporzioni tali da rendere la nostra minoritaria. Una tale preoccupazione diventa razzismo non già quando in base ad essa si chiedono all’autorità misure per evitare che si crei la condizione suddetta (chiedendo di porre dei limiti all’immigrazione, ad esempio), bensì quando s’invocano misure a qualunque titolo discriminatorie nei confronti di chi è già tra di noi. O, come accade più spesso, quando con atti o con parole ci si comporta verso chi non condivide la nostra cultura in un modo che ci guarderemmo bene da adoperare con coloro che invece la condividono.

Le culture sono una cosa complicata e da maneggiare con cura. Per una ragione evidente: perché contribuiscono in misura decisiva a costituire l’identità di ognuno di noi, a farci essere e a farci sentire ciò che siamo, spesso al di là della nostra stessa consapevolezza. Se si è nati in questa parte del mondo, ad esempio, può capitare di essere un ateo a diciotto carati, infatti, perfino un mangiapreti, ma nel momento in cui si vede la cattedrale di Notre-dame andare a fuoco, avvertire comunque un sentimento misterioso di tristezza e di angoscia, di perdita di qualcosa che ci riguarda profondamente.

Proprio per questo la politica è sempre tentata di sfruttare, esasperandolo, il dato culturale-identitario, dal momento che essa vede in ciò la possibilità di fare appello alla nostra parte meno razionale, di sollecitare le nostre reazioni più immediate e magari sconsiderate. È questa la strada che in Italia troppo spesso imbocca una parte della destra quando esaspera gli animi e più o meno intenzionalmente favorisce comportamenti che mirano a negare o violare i diritti altrui, siano questi emigrati, rom, o chiunque altro. Al che però si risponde spesso dall’altra parte, dalla sinistra, in modo altrettanto esasperato e contrario, opponendo ai «bassi istinti» gli «alti principi», alla febbre identitaria un algido idealismo che affida tutta la sua capacità di convinzione alla forza del tabù che per ogni persona civilizzata rappresenta l’accusa di razzismo. Ma applicare sconsideratamente il termine razzismo , come non manca di sottolineare esplicitamente Lévi-strauss, significa solo banalizzare il concetto, svuotarlo del suo contenuto. E così rischiare di condurre alla fine a un risultato opposto a quello desiderato.

Gerarchia

Per Lévi-strauss si tratta di «un’ostilità attiva», di una cultura verso un’altra volta a distruggerla

Aspetto irrazionale

La politica è sempre tentata di sfruttare il dato culturale identitario, che sollecita le nostre reazioni più immediate.

Ernesto Galli Della Loggia - Corriere della Sera - 11 gennaio 2020

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Aquarius: fra spudoratezza e irresponsabilità

Come al solito, non bisogna mai fidarsi delle apparenze.

Il recente rifiuto del governo di far approdare in un porto italiano un bastimento carico di migranti, l'Aquarius, dava speranze di nuovi orizzonti e nuovi atteggiamenti. Ahimè, non è così. Nel giro di un giorno, nuovi sbarchi sono avvenuti. Il ruolo di queste navi Ong, strategicamente piazzate al largo delle coste libiche e tunisine, che sollecitamente raccolgono e poi impunemente scaricano migranti nelle coste italiane è nella migliore delle ipotesi surreale, per non dire sospetto e scandaloso. Facciamo una premessa.

In questo tempo di facili oblii e facili trionfalismi - vedi il plateale summit (alias show televisivo) fra Donald Trump e Kim Jong-un a Singapore – molti probabilmente dimenticano o non sanno che durante la seconda guerra mondiale varie navi con a bordo Ebrei vagarono negli oceani e nei mari alla disperata ricerca di un porto che le accogliesse. Esempio famoso, il St. Louis, con oltre 900 persone a bordo, che nel 1939 cercò invano di approdare in un porto americano. Per una beffa del destino, un quarto di coloro che poi riuscirono a essere fortunosamente accolti in Olanda, Francia e Belgio finirono comunque nei campi di concentramento nazisti. E' inoltre ben noto come il Congresso americano bocciò proposte di accogliere rifugiati ebrei, bambini inclusi, con la giustificazione che fra essi potessero esserci delle spie naziste. Quella della presunta minaccia alla national security sbattuta in faccia di recente dal Presidente americano anche ai Canadesi (sic) ha insomma dei consolidati antecedenti.

Valeva la pena di richiamare l'episodio per sottolinearne le profonde differenze con gli odierni barconi che da anni trasportano masse di migranti provenienti in particolare dall'Africa. Mentre gli ebrei erano a tutti gli effetti dei "profughi" che non fuggivano la miseria ma un regime che aveva apertamente e deliberatamente giurato di eliminarli, i disperati dell'Africa che oggi pagano profumatamente il pedaggio nei barconi mediterranei o nelle ospitali Ong sono al contrario individui alla ricerca di migliori condizioni di vita. Essi non stanno lasciando regimi che si sono ripromessi di liquidarli fisicamente. Particolare significativo: costoro fuggono da uno dei Continenti più ricchi di materie prime della terra ma la cui popolazione sta crescendo a livelli esponenziali grazie a un altissimo tasso di fertilità (in molti casi, attorno al 6%). Due esempi sono significativi: nel 1937 la popolazione dell'Egitto era di 16 milioni di individui e quella della Nigeria di 25 milioni (Fonte: The Statesman's Year Book 1939). In base a stime ONU, le popolazioni dei due Stati ammontano oggi a 95 milioni e a 195 milioni rispettivamente. Definire come drammatico il suddetto aumento è solo un benevolo eufemismo, cosa che appare in tutta la sua gigantesca portata soprattutto avendo in mente che i tassi di natalità in Europa non superano il 2% e che anche tale tasso è a sua volta influenzato dalla folta presenza di extra-comunitari in particolare in Paesi come Francia e Gran Bretagna.

Gabriel Attal, il portavoce del partito del Presidente francese Macron, ha dichiarato con petulanza che il rifiuto italiano di accogliere l'Aquarius è "vomitevole". Il commento più cortese per tali dichiarazioni è che lo stomaco delicato del portavoce sembra appropriato alle farmacie dell'ipocrisia. Gli si augura di reperire pillole adatte. In quanto alla sedicente Milano "antirazzista", scesa in piazza a Milano per protestare anch'essa per gli stessi motivi, il problema non è di pillole ma comunque sempre d'ignoranza e fa parte del virus del pensiero debole che da lungo tempo corrode borghi e città d'Europa. Quindi, lasciamo perdere questi vezzi stradali. Meglio occuparsi invece di una stranezza di gran lunga più significativa.

Vi sono infatti dei luoghi dove i migranti non vanno o dove non risulta siano invitati e che tuttavia avrebbero dei punti a favore: sono più vicini e di gran lunga più ricchi. Se si guardano infatti le coste del Mar Rosso prospicienti l'Arabia Saudita, la larghezza massima di tale mare è attorno ai 350 chilometri, mentre la distanza fra Tripoli e Pozzallo è di circa 450. Ovviamente, se si sale più a nord, sia a est che a ovest, la distanza con la costa aumenta. Un'altra caratteristica che differenzia il Mar rosso dal Mediterraneo è la sua scarsa profondità in molti tratti e un regime di venti fra i 7 e i 12 chilometri all'ora. Niente a che vedere con i venti e con le condizioni spesso burrascose di un tratto di mare analogo per lunghezza e strettezza come il Mar Adriatico.

Bene, come mai i migranti, molti dei quali sono musulmani, non si dirigono quindi verso le coste dell'Arabia Saudita, Paese ben più ricco della bersagliata Sicilia o della Calabria? In realtà nonostante le persistenti pubblicità delle mirabolanti torri dei Paesi del golfo, fra cui spiccano quelle di Dubai, la Penisola araba non è poi così ospitale. Certo, milioni fra Egiziani, Siriani, Filippini e altri asiatici vi lavorano, ma attendibili indicazioni suggeriscono come si tratti di relazioni di vita non esattamente liberali e invece contigue a un dissimulato ma strisciante schiavismo. Naturalmente, ben pochi ne parlano, visto che la costruzione delle suddette torri (letteralmente, nel deserto) permette a molti Stati di stipulare contratti miliardari con i vari sceicchi, ma varrebbe davvero la pena mettere sul serio e ufficialmente il dito negli angoli nascosti del presunto Eldorado lavorativo della Penisola Araba.

In altre parole, il flusso migratorio avviene preferenzialmente e fatalmente dal sud verso il nord, attraverso il Mediterraneo, con l'Italia di traverso. Uno dei motivi della preferenza risiede verosimilmente nel fatto che anche i disastrati dell'Africa hanno sentore che in ogni caso in Europa si gode di maggiori libertà e tolleranza. Basta quest'innocente motivazione a giustificare la politica delle porte aperte che in particolare la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha così leggermente praticato in questi anni? Ovviamente, no.

Ancora meno basta a giustificare la pretestuosa attività di queste auto-proclamate organizzazioni di salvataggio che impunemente raccolgono e scaricano individui nei porti italiani, scavalcando con disinvoltura qualsiasi sovranità territoriale. Come mai la Sea Watch 3 della Ong tedesca non è andata a scaricare i migranti ad Amburgo o in un porto tedesco? Come mai a queste navi viene concesso insomma di approdare nelle coste italiane come se esse fossero le coste di nessuno o della prima discarica di turno? Come mai il ministro degli esteri tedesco non riceve una telefonata dall'Italia sollecitando spiegazioni sul ruolo e legittimità di queste auto-proclamate salvatrici marine (a spese altrui)?

Dopo tante fanfare e grancasse, sembra che anche il nuovo governo sia in realtà afflitto dalla stessa ignavia e passività dei precedenti. I suoi rappresentanti non hanno vergogna?

Naturalmente, le definizioni di ignavia e passività non hanno niente a che vedere con le facilone accuse di razzismo che entità tipo le Ong tedesche o SOS Méditerranée sono pronte ad estrarre dal loro angusto (e ripeto, ambiguo) arsenale ideologico. In realtà, la petulanza e irresponsabilità di tali organizzazioni non sono meno criminali del cinismo con cui altre organizzazioni di stampo mafioso stanno approfittando della situazione, organizzando un turismo di massa di disgraziati. Ironicamente, in questa catena di spostamenti, l'alacrità delle Ong di varia nazionalità e natura costituisce come il provvidenziale segmento finale di un percorso egualmente perverso. L'accomodamento, evitare gli strappi, la rimozione psicologica e insomma la finzione che tutto va bene sono atteggiamenti tipici del laissez faire del piccolo borghese o del qualunquismo dei buonisti da strapazzo: ammettere che vi siano drammi che non hanno soluzioni o che queste non siano indolori non fa parte del ricettario psichico di costoro. Nuovamente le farmacie dell'ipocrisia...

Eppure, a una mente distaccata e con uno sguardo lungimirante dovrebbero apparire chiare le inevitabili conseguenze che le attuali incontrollate fiumane d'individui non mancheranno di avere già solo nei prossimi decenni, mentre la soluzione apparentemente inumana di rispedire regolarmente i barconi al luogo di partenza si dimostrerebbe alla lunga quella più seria e meno perversa.

Una delle suddette conseguenze è che ovviamente i superiori tassi di natalità di questi ultimi non muteranno, di modo che nel giro di qualche decennio costoro saranno aumentati in maniera esponenziale, esattamente come avviene nei loro Paesi d'origine, dove la fornicazione ad oltranza, non necessariamente un male di per sè, diventa catastrofica, se non praticata all'insegna del profilattico o delle pillole anti-concezionali. In altre parole, l'aumento della popolazione non è di per sé un problema quando e se a tale aumento corrispondono anche analoghi incrementi nelle opportunità del mercato del lavoro e del potenziale produttivo. Di fatto, le cose non stanno così. Entrambe le due fedi in competizione da qualche millennio, Cristianesimo e Islàm, si sono ben guardate dall'invitare i loro seguaci alla moderazione sessuale o al più banale controllo delle nascite. Questa conigliesca attitudine, aggravata, nel caso dell'Islàm, dalle facilitazioni poligamiche e dal ruolo succube della donna, sta contribuendo al terrificante incremento della popolazione mondiale, incremento che sembra non disturbare più di tanto i faccendieri del potere. Bontà loro. Una simile cospicua indifferenza rassomiglia all'illusione di coloro che sono convinti di poter rimanere in ogni caso lontani o immuni dalle eruzioni vulcaniche del vicinato. In realtà, quando l'isola del Krakatoa esplose a Giava nel 1883, le ceneri arrivarono fino a Londra....

Ritornando ora agli immigrati, tenendo conto del mercato del lavoro di molti Paesi europei, chi si sposta è destinato nel migliore dei casi a fare concorrenza a dei disoccupati locali oppure a essere mantenuto dallo Stato o a vivere ai margini della legalità, bighellonando nelle strade o accampandosi in squallide periferie.

Ma questi sono solo gli aspetti per così dire pratici e per certi aspetti quasi innocui. Chi si sposta porta infatti con sé anche dei costumi, dei comportamenti. Anche qui, forse che le differenze costituiscono di per sé un problema? In teoria, no. In pratica, sì. Atterrati in una società che ha digerito o comunque elaborato secolari metamorfosi di ogni tipo, costoro si portano dietro una cultura anni luce diversa e anche ben più rigida. Paradossalmente, come risulta dai fatti, i nuovi arrivati sono ovviamente digiuni di qualsiasi nozione riguardo ai luoghi che li circondano, alla loro lingua, alle loro tradizioni; sono poi quelli che pretendono l'insegnamento della loro lingua, i loro luoghi di culto, i loro veli, la continuazione della stessa soggezione delle donne e l'incontrastato maschilismo che definisce di solito le società sottosviluppate. Qualsiasi accenno a salutari e necessarie integrazioni mental-culturali viene tacciato di razzismo sia dagli imbecilli locali che dai protervi nuovi venuti. E' così che si formano col tempo le famigerate e indocili minoranze etniche, diventate giustificazioni e motivo di ripetuti disastri nel corso del XX e XXI secolo. Anche qui, le diversità culturali non sono un problema e anzi possono essere fertili, se l'esistenza di una minoranza etnica non ingenera anche velleità nazionalistiche, di rottura o di apartheid col più ampio tessuto del Paese.

Insomma, quelli che non si rendono conto o minimizzano il fatto che il disordinato e incontrollato ingresso di masse di disperati senz'arte né parte di altre culture e nazionalità non può non avere gravi imprevedibili conseguenze economiche, sociali e politiche, costoro sono a tutti gli effetti un pericolo sociale. Disgraziatamente, sembrano protetti dalle sabbie mobili dell'ignavia collettiva e soprattutto governativa.

Antonello Catani, 14 giugno 2018, Atene

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Con gli immigrati si fanno i soldi. E tanti.

Trentacinque miliardi di dollari l’anno. Per giro d’affari, il traffico di persone è dietro solo a quello di armi e droghe. Di certo una parte notevole di questi proventi è generata in Africa. Dalla Nigeria, ai paesi della costa occidentale, passando per la striscia del Sahel, fino alla regione del Corno d’Africa: i sogni di fuga di centinaia di migliaia di persone incontrano i “servizi” offerti dai trafficanti. Poi c’è la rotta del Mediterraneo Centrale, attraverso la quale sono sbarcati in Italia circa 600000 migranti dal 2014. L'articolo di Tommaso Carboni e Francesco Semprini su La Stampa

 

Il business di un'immigrazione incontrollata

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