Cronaca: è sciacallaggio mediatico?

L’attenzione collettiva verso le efferate vicende di cronaca è un dato di fatto.

Si tratta di interesse connaturato in ciascuno di noi: di fronte ad un raptus omicida si è naturalmente portati a riflettere sui perversi meccanismi che possono spingere un essere umano – un uomo come noi! - ad esercitare voluta ed inaudita violenza verso un altro essere umano, addirittura – e sempre più – in contesti familiari dove dovrebbero essere vissuti con intensità solidi legami affettivi. Così, spesso, ci si improvvisa un po’ tutti criminologi, dimenticando che la psichiatria forense è una precisa disciplina scientifica che affonda il proprio studio in aspetti neuropsicopatologici e di disamina delle reazioni emotive che sfuggono ai più e sono, invece, ben conosciuti solo da chi fa di quella materia il proprio mestiere. Esiste, al riguardo, un interessante saggio dello psichiatra Vittorino Andreoli (Il lato oscuro. Nove storie italiane di crimine e follia) che affronta con limpida chiarezza alcuni noti casi di cronaca giudiziaria degli ultimi anni, fornendo, per ciascuno, una lettura che sorprende chi non possegga solide basi di psicologia, perché scopre lati reconditi della mente e propone spiegazioni razionali per comportamenti in apparenza di istintiva ferinità, comportamenti, che, invece, vengono mostrati come perdita di controllo, spesso impingente in pensieri intrusivi fissi ed in difficoltà emotive.

Comprendere le ragioni di un gesto violento significa, peraltro, applicare la pena più efficace. Il prof. Federico Stella, compianto docente di diritto penale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e noto avvocato milanese, ha speso l’intera vita ad insegnare agli studenti e ad applicare nella professione l’esigenza di una pena riabilitativa e non meramente punitiva, principio efficace solo laddove vi sia la certezza della penale responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio, come, del resto, proclama l’art. 27 della Carta Costituzionale (“l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”).

Per la positiva attuazione del valore costituzionale sopra richiamato si impone anche la collaborazione degli organi di informazione, chiamati al delicato compito di riferire fatti senza coltivare la morbosità collettiva e lasciando alle aule di giustizia la celebrazione del processo. La libertà di espressione proclamata dall’art. 21 Cost. consente, infatti, una stampa libera quanto a diritto di cronaca ed a diritto di critica, ma con il limite – rectius, divieto - della divulgazione di notizie lesive dell’immagine e dell’onore dell'indagato/imputato, comportamento concretante fattispecie diffamatoria, perseguibile a querela della persona offesa.

Qual è, dunque, l’oggetto di una cronaca coscienziosa ed ineccepibile sotto il profilo dell’aggiornamento informativo? Al giornalista si richiede di esporre in termini sempre rispettosi della dignità umana fatti di interesse pubblico preventivamente verificati e, dunque, plausibilmente veritieri, inserendoli nel contesto complessivo della vicenda ed evitando giudizi personali di discredito, amplificazione della vicenda e pure velate illazioni. Si tratta di punti fermi di elaborazione pretoria risalenti ad una datata pronuncia di Cassazione del 1984 significativamente denominata “sentenza decalogo” che tuttora fa scuola allorquando si debba verificare il rispetto dei limiti previsti per il diritto di cronaca. Meno rilevante, invece, la normativa sulla privacy, poiché il giornalista è sempre esentato dalla preventiva acquisizione del consenso del titolare laddove la divulgazione del fatto sia opportuna per assolvere al proprio lavoro di informazione.

Così, esemplificando e per rendere più concreto il discorso, non è lesivo della reputazione diffondere la notizia dell’iscrizione di taluno nel registro degli indagati, così come pubblicare la fotografia dell’indagato nel momento del suo arresto o informare di una perquizione effettuata a  carico di taluno al fine di vagliarne la posizione di innocenza o colpevolezza.

Ovviamente, laddove la cronaca riguardi un minore, occorre massima prudenza, che si correla alla più stringente nozione di essenzialità dell’informazione. Ed allora, forse, ci si permette di osservare che andare a scavare nella intimità della famiglia colpita dal lutto, ipotizzare scenari non avvalorati da riscontri probatori, voler scalfire il necessario riserbo delle indagini non fa bene alla magistratura inquirente, messa sotto pressione da media e opinione pubblica, non fa bene al giornalismo, che rischia di far trascendere dovute informazioni in sciacallaggio mediatico, ma, soprattutto,m non fa bene - oggi - ad Andrea Loris Stival – allora - ai tanti piccoli Sarah Scazzi di Avetrana e Samuele Lorenzi di Cogne. Di fronte a drammi familiari di tal portata occorrerebbero, a volte, maggior silenzio e rispetto. Conoscere il fatto dovrebbe servire per una partecipazione emotiva al lutto, per imparare a riconoscere disagi emotivi e mentali e per individuare aiuti a sostegno di una fragilità psicologica sempre più diffusa.

Avv. Giosetta Pianezze

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Unico caso, sentenze discordanti... Com'è possibile?

L'operato svolto dai giudici nelle aule di giustizia diventa sovente di dominio pubblico attraverso la narrazione della cronaca giudiziaria, che riporta fatti e vicende di interesse collettivo per la natura del fatto criminoso o per la vicenda giudicata.

Volgendo lo sguardo alle più recenti – dalla questione Eternit al caso Cucchi – emerge significativa l'emanazione di sentenze spesso anche decisamente discordanti, aspetto che l'opinione pubblica necessariamente considera parte integrante dei mali della giustizia, ulteriore ragione di sfiducia in essa.

Che cosa può dire al riguardo un operatore del diritto qual è l'avvocato che quotidianamente riceve clienti che gli affidano fiduciosi pratiche anelando informazioni il più possibile attendibili sulla bontà delle proprie ragioni e confidando in giustizi prognostici sulla legittima fondatezza delle proprie aspettative?

Evidente che il diritto non sia scienza matematica e che da esso non ci si possano attendere né una progressione lineare certa, nè regole assolutamente invariabili; del pari indiscutibile che esso si affidi all'arte dialettica ed al potere persuasivo dell'interpretazione giudiziale, ma si verte pur sempre in un contesto che esige e reclama certezza.

La prevedibilità del precetto, infatti, assicura il rispetto della regola e garantisce una società ordinata, seppure si tratti – e si sia trattato sempre – di un obiettivo in costante persecuzione, perché si scontra ogni giorno con la concretezza del fatto di cui possono essere valorizzati ora l'uno, ora un altro aspetto, con la necessità di individuare la norma, tra le tante, applicabile alla fattispecie e con la pluralità dei criteri interpretativi.

Esiste, infatti, una complessa teoretica sull'ermeneutica del diritto che illustra, in subordine l'uno all'altro, i criteri cui ricorrere per raggiungere l'esatta lettura della norma, partendo da quello letterale totalmente rispettoso del tenore del testo per concludere con quello sistematico che propone una lettura raggiunta alla luce del sistema normativo. Del resto, lo stesso Codice Civile ha previsto difficoltà interpretative ed ha fornito soluzioni generali nell'art. 12 delle Preleggi e regole di comprensione specifiche per i contratti. Non si dimentichino, poi, le numerose interpretazioni autentiche che l'organo emittente fornisce in ordine al testo da esso promulgato.  

In ogni caso, sarebbe assurdo pretendere che la norma possedesse sempre un unico ed incontroverso significato intrinseco.

Il sistema giuridico rimedia prevedendo tre gradi di giudizio cui sottoporre il caso litigioso, poiché la certezza spesso proviene anche dalla verifica di uniformità di pensiero.

Laddove i plurimi gravami non siano sufficienti per la permanenza di letture contrastanti non ridotte ad unità, ruolo vicario nell'interpretazione è riconosciuto alla Corte di Cassazione che, a mente dell'art. 65 dell'Ordinamento Giudiziario, ha il compito di “assicurare l'esatta osservanza e l'uniforme interpretazione della legge e l'unità del diritto oggettivo nazionale”. Esiste, al suo interno, una apposita sezione significativamente denominata Sezioni Unite che risolve i contrasti giurisprudenziali ed ha anche una importante funzione nomotetica, adeguando la norma ai tempi per ragioni di giustizia sostanziale, al pari della Corte Costituzionale, chiamata a verificare la rispondenza della legge – e della sua interpretazione - agli obbligatori principi imposti dalla Carta Costituzionale.

Interessante, poi, sapere che la Cassazione può addirittura formulare d'ufficio principi di diritto relativamente a cause che, per ragioni processuali o scelte delle parti, non approderebbero avanti ad essa e ciò per evitare che si cristallizzino pronunce non coerenti con l'ordinamento, Pur vero, infatti, che il sistema giudiziario italiano non si basa sulla forza del precedente, è, però, altrettanto pacifica la pratica di rimando alle interpretazioni che le Corti abbiano formulato in ordine a determinate disposizioni di legge.

Dunque, sussiste un importante apparato a sostegno della uniformità del diritto ed a correzione delle distorsioni applicative. Sistema certo perfettibile, ma che si deve naturalmente inserire nell'attuale disordine della società creato da elefantiaca produzione legislativa, specchio del problema qui analizzato di sentenze a volte così discordanti da essere antitetiche.

La questione può, però, anche essere parzialmente ridimensionata, poiché spesso i contrasti nelle decisioni nascono dall'emergere di nuovi bisogni sociali o si registrano relativamente a casi su cui pesa la pressione mediatica, entrambe ipotesi che godono di ampia pubblicizzazione e che ingrandiscono il problema, mentre il più del diritto è meno problematico e, lungi dal presentare decisioni eclatanti, si uniforma su minimi comuni denominatori di pacifica e reiterata applicazione.

Giosetta Pianezze

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