I banchi con le rotelle salveranno la scuola italiana?

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Personalmente, visti gli affanni di viale Trastevere, auspicavo un Commissario che gestisse tre temi: la digitalizzazione della Scuola (connessione, fornitura device su tutti), la fornitura dei dispositivi di sicurezza (mascherine, rilevatori di temperatura per edifici pubblici, come quelli che vediamo già in ogni altro edificio pubblico) e l’istallazione di impianti di climatizzazione/ventilazione forzata autosanificante, questi ultimi utili non solo in tempo di emergenza da pandemia, ma anche dopo. Avrebbero permesso una qualità ambientale costante dei luoghi in cui passano la maggior parte delle loro giornate 9 milioni di italiani e italiane e avrebbero finalmente reso possibile l’utilizzo di quegli edifici anche in estate per attività estive, richieste dalle famiglie sia a fini didattici che più in generale educative (sport, corsi, teatro, attività col digitale e via dicendo). I fondi ci sono e se si partiva quando lo scrissi oggi eravamo già in tutt’altra situazione. Il commento di Mila Spicola su Huffington Post.

Ma perchè le scuole sono rimaste chiuse?

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L'Italia, paese dell'emergenza continua (lo dice il premier)

Il giudice emerito della Corte Costituzionale, Sabino Cassese, ha scritto un libro di grande razionalità e ragionevolezza, oltre che di sapienza giuridica: “Il buon governo. L’età dei doveri”. Questo libro non dovrebbe essere letto solo dagli studenti di giurisprudenza, ma anche studiato dai nostri “incredibili” parlamentari, gli acrobati, tutti, dell’antipolitica militante (sia a destra che a sinistra e al centro) e la migliore espressione di quell’analfabetismo di ritorno di cui parlano, riguardo all’Italia, diversi organismi internazionali. Questo libro rappresenta la condanna più grave all’attuale classe dirigente italiana, non solo quella politica. (...) Unico Paese democratico, decreta lo stato d'emergenza prima fino al 31 dicembre, poi fino alla fine di ottobre, poi, per "intervento" di qualcuno, al 15 ottobre. Cassese ha commentato in una dichiarazione televisiva: "Mai visto chiamare i pompieri quando non c'è nessun incendio". Il commento di Gianlugi Da Rold su Il Sussidiario.

Mai l'Italia così in basso, la recessione continua a mordere

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Il duello Arcuri-Minenna spiega dove sono finite le mascherine

Devono essersi lasciati prendere pure loro, come tanti del resto in questi tempi di coronavirus, dalla retorica militaristica. E così se da un lato Domenico Arcuri, commissario all’emergenza voluto da Giuseppe Conte, dice di essere “colui che in guerra deve assicurare le munizioni al suo esercito”, dall’altro lato Marcello Minenna il suo piccolo esercito ha provato a costruirselo davvero. Almeno in apparenza. Ed è così che il 24 marzo scorso il Direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli (Adm) – nel frattempo autonominatosi, con determina autoriferita, “Direttore Generale”, così da distinguersi dagli altri direttori interni – ha disposto come “prioritaria” la “realizzazione” di divise vere e proprie per il personale operativo e di rappresentanza, e che per quest’ultima categoria “si adotterà un stile affine ai modelli attualmente in uso presso l’Aeronautica militare”, con tanto di mostrine e colori differenziati a indicare i diversi “gradi”. Il tutto, beninteso, nonostante l’Adm non abbia nulla a che vedere coi corpi militari. Ma del resto, à la guerre comme à la guerre: perché le due strutture, quella commissariale di Arcuri e quella delle Dogane, che dovrebbero collaborare nello sforzo di approvvigionamento di mascherine e respiratori, finiscono spesso proprio per competere l’una con l’altra. L’una, talvolta, contro l’altra. Per una non chiara definizione dei ruoli, forse, o forse per una fin troppo chiara ansia da prestazione mediatica. E non è un caso, allora, che a fine marzo, col morbo che infuriava e le mascherine che scarseggiavano, il Comitato tecnico presieduto da Minenna si riunisce per stabilire che, per le tute del personale operativo, “ciascun indumento della parte superiore dovrà recare, a tergo e ben visibile, l’indicazione per esteso ‘Agenzia Dogane e Monopoli’” e che “il giubotto tipo bomber dovrà altresì essere dotato di un supporto per l’applicazione a strappo del logo dell’Agenzia in dimensione doppia rispetto a quello attualmente in uso”: non sia mai che nelle inquadrature dei telegiornali, o nei video promozionali da diffondere sui social, non si veda bene. E a un malinteso principio di celerità, evidentemente opportuno nelle operazioni di controllo e smistamento del materiale sanitario in queste settimane, sembra improntato anche un’altra novità: quella, cioè, dello “sdoganamento diretto”. Una pratica suggerita dall’ordinanza emessa dallo stesso Arcuri il 28 marzo scorso, e che tuttavia non viene definita nel dettaglio. E dunque, non trovando un corrispettivo preciso nei protocolli operativi dell’Agenzia, questo “svincolo diretto” dei dispositivi sanitari (guanti e mascherine, per lo più) sta più che altro creando confusione sulle piste d’atterraggio. Anche perché una procedura agevolata, nella prassi dell’Adm, già esiste – è il cosiddetto “canale verde”, che non prevede controlli fisici ed è più rapido rispetto a quelli tradizionali, “rosso” e “arancione” – e in pochi si spiegano il perché di una nuova complicazione, che tra l’altro obbliga i doganieri a essere presenti nei luoghi di sdoganamento. Minenna, dal canto suo, non ci sta. E a chi lo accusa di rallentare la distribuzione del materiale sanitario ha risposto, dalle colonne del Sole 24 Ore, dicendo che “chi conta di fare speculazioni sanitarie, quando viene bloccato dall’Adm si rivolge ai media e ai destinatari finali del materiale” per scaricare ogni colpa sulle Dogane. Sta di fatto che più di una volta la struttura commissariale di Arcuri s’è ritrovata a dover mediare tra le regioni (specie con la Lombardia) e l’Adm, sollecitando un’accelerazione per il rilascio delle merci sdoganate o per rimediare a requisizioni rivelatesi non del tutto giustificate.

Valerio Valentini – Il Foglio – 15 aprile 2020

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