Valdés, le forme del tempo, una damigella intrigante...

Valdés, le forme del tempo, una damigella intrigante...

Una preziosa Menina, damigella d’onore, alta sette metri e del peso di undici tonnellate si eleva negli spazi di una rotatoria di Alcobendas a 15 km da Madrid. L’immagine ci conduce  direttamente a Las Meninas, uno dei quadri più belli e anche intriganti  del pittore spagnolo del Seicento: Velasquez. Il dipinto dal contenuto enigmatico  è stato riproposto con diverse interpretazioni da artisti famosi quali Monet,  Dalì e soprattutto Picasso che si è cimentato su questo soggetto ben cinquantotto volte. L’opera che possiamo vedere nella città di Alcobendas è  frutto della creatività di  Manolo Valdés, anch’egli spagnolo, nato alla fine degli anni Quaranta del Novecento, le cui  grandi sculture  in legno ed in bronzo troviamo in centri come Parigi, Monaco di Baviera, Valencia, Montecarlo, Pietrasanta, Bilbao, Biarritz, Hong-Kong, Singapore e New York, dove all’Orto Botanico dal 2013, sono esposte tredici sue teste giganti. Estremamente espressivi sono anche altri tre pezzi che raffigurano dei volti in dialogo e che possiamo vedere all’Aeroporto di Madrid, animati  dalle parole  dello scrittore peruviano Mario Vargas Llosa. La premessa fatta può essere utile   per far conoscere solo alcuni dei fatti che testimoniano il successo di Manolo Valdés nel mondo.  Ecco dunque  che l’antologica che si è aperta a Palazzo Cipolla a Roma nel mese di ottobre e che ha  la curatela di Gabriele Simongini costituisce un episodio  significativo perché ci permette di osservare  la varietà di opere di questo artista che dai suoi esordi ha saputo instaurare un dialogo con l’arte del passato, dal mondo greco alla contemporaneità della Pop Art e dell’Informale,  per  svelare dentro la traccia  che l’altro, sia esso pittore  o scultore aveva lasciato nell’opera, altri segni ed altre forme  che contenessero gli innesti  di  una nuova creatività. La rassegna Manolo Valdés. Le forme del tempo, molto voluta dal Prof. Avv. Francesco Maria Emanuele che è il presidente della Fondazione Terzo Pilastro-Internazionale che l’ha sostenuto in questo obiettivo,  è  stata realizzata da POEMA in collaborazione con la Galleria Contini di Venezia e con il supporto organizzativo di Comediarting e Arthemisia. Nella mostra saranno ammirabili circa settanta opere che provengono direttamente dallo studio dell’artista e da collezioni private e che comprendono quadri e sculture che ci spiegano come egli abbia saputo reinventare, con spirito ludico e visionario, molti nomi assai noti della Storia dell’arte. Sculture realizzate con diversi materiali: dal legno al marmo, dal bronzo all’alabastro, dal ferro all’acciaio e all’ottone. Dei materiali si è servito anche per tradurre nuovi significati che tenessero conto del passaggio del tempo: quei  buchi e lacerazioni che testimoniano che tutto questo non è stato indolore... Lo rivelano proprio le sue parole: dal XVII secolo ad oggi sono successe molte cose e quelle cose si rispecchiano anche nei miei quadri. Sicuramente non potrei fare una testa che nel Seicento fu dipinta a grandezza naturale e farla diventare alta due metri senza che il Pop mi avesse insegnato a farlo. Con il Pop ho imparato che quelle grandi scale avevano un impatto ma anche altri mi hanno insegnato altre cose. Il tuffo nel passato di Manolo tocca le profondità oceaniche per risalire, per ritornare a vedere il mondo con altri occhi e offrircene una visione dai contorni forti. Il dialogo si svolge ininterrotto fra passato e presente, senza schemi che ne irrigidiscano la comunicazione e la comprensione. Mi sono abituato a guardare il mondo attraverso gli occhi della cultura. Per farla breve osservo, apprezzo e provo simpatia per una mela dipinta da Cézanne. Mi piace il cielo se assomiglia ad un Friedrich e amo i girasoli grazie a Van Gogh.  Il suo estro attinge oltre al già citato Velasquez a Rubens, a El Greco, a Ribera, Leger, Matisse fino a  Roy Lichtenstein. Le sue idee si originano anche dall’ambiente che lo circonda come nel bronzo dipinto Mariposas azules del 2016, dove una testa è coperta da una  corona  di farfalle.  Egli racconta: un giorno passeggiando per Central Park vidi un gruppo di farfalle che era atterrato sopra una scultura e nacque l’idea del copricapo. La mostra di Roma che rimarrà aperta fino al 10 gennaio evidenzia la variegata produzione di Valdés, a cominciare dai dipinti su tela di iuta degli anni 1984-1989 che traggono spunto dalla pittura tradizionale spagnola come Caballero antiguo del 1984, El Conde Dunque de Olivares del 1989 oppure il dipinto dell’Infanta Margarita del 1993, dove la figura diventa quasi altorilievo e apre l’approdo di Valdés verso la scultura. Ci sono poi i ritratti all’italiana che si calano nel Rinascimento delle corti e l’opera intitolata Perfil con imagenes de Sonia Delaunay I del 1997, il ritratto di una pittrice ucraina, naturalizzata francese, esponente del Movimento del Cubismo orfico sviluppatosi nel primo decennio del Novecento. Le teste di Matisse e i suoi nudi sono i punti di partenza per altre invenzioni dal 1995 ad oggi, mentre i dipinti con foglie e vasi o altre nature morte si ricollegano a Eduard Manet, al Pop Contemporaneo, come nei semplici e grossi coni gelato, o si allungano fino a comprendere le visioni del mondo greco-romano.  Ci deliziano le sculture in legno come la Reina Mariana del 1982, la Libreria in 4 moduli del 1996 e le sculture in bronzo, materia di cui Valdés ha sperimentato le potenzialità in composizioni diverse: dalle meninas alle dame a cavallo, fino alle maschere e ai giochi formali sulla scia dei disegni di Alberto Giacometti. Grazie a  percorsi tematici conosciamo l’attività dell’artista soprattutto negli ultimi dieci anni: attraverso i ritratti, le nature morte, le maschere africane e le variazioni musicali su Matisse ci caliamo nella sua visione e implicita critica alla Storia dell’arte.

Patrizia Lazzarin – 26 ottobre 2020