Maturità, l’orale va fatto a scuola

Diamo ai maturandi una prova orale in carne e ossa. Dentro la loro scuola, con i loro insegnanti radunati ad ascoltarli. Prendiamoci questo impegno subito e mettiamolo fra le priorità, accanto agli aiuti economici alle famiglie, ai test sierologici e al calendario delle riaperture aziendali. Ci dimentichiamo spesso, anzi sempre, che un dolore specifico dell’adolescenza è quello di non essere presi sul serio. Di percepirsi marginali, irrilevanti. E sentire di avere più cose interessanti da dire che persone disposte ad ascoltarle. L’inedito assoluto dell’esame di maturità è che, per la prima volta, un gruppo di adulti in veste ufficiale è lì per ascoltare te, solo te, quello che hai capito, quello che hai imparato, quello che hai realizzato. Un gruppo di adulti che rappresenta un’entità ancora più ampia: lo Stato, il consesso sociale. Senza temere l’enfasi eccessiva, si può dire che l’orale della maturità è un venire al mondo, nel senso che il mondo si accorge di te. Finalmente ti prende sul serio. Per molti ragazzi si tratta di un’occasione unica, che non si ripeterà in seguito. Nessun surrogato digitale può sostituire quell’esperienza. Insegnanti sgranati che guardano dappertutto fuorché nella webcam, connessioni che incespicano, la voce che va e viene, immagini che si congelano o peggio ancora, le videocamere spente per risparmiare banda: trovarsi a parlare a una serie di iniziali su un monitor e poi, a colloquio finito, essere di nuovo soli nella propria stanza di bambini. Come in una condanna a non crescere mai. Il decreto dell’8 aprile è possibilista, come possibilista è stata ieri la ministra Azzolina in un’intervista al Corriere: un esame in presenza «sarebbe auspicabile». Ma il decreto prevede fra gli scenari che anche il colloquio orale venga svolto in «modalità telematiche», se non si torna a scuola entro il 18 maggio. Dal momento che il ritorno a scuola appare poco plausibile, questo scenario assume concretezza. Dobbiamo scongiurarlo. Ho finito le superiori nell’anno in cui nascevano i ragazzi che stanno per affrontare la maturità. Ma mi ricordo tutto. La nitidezza dei ricordi è la misura di quanto fossi cosciente, già mentre accadeva, di vivere un momento importante e irripetibile. Per sfortuna alfabetica fui l’ultimo candidato della scuola a passare di orale. Era quasi la metà di luglio di un’estate torrida. Le due del pomeriggio, le tre, il mio turno non arrivava mai: ogni colloquio diventava un po’ più breve e si percepiva la voglia generale di finirla. Quella fretta mi dispiacque un po’, perché quel tempo dedicato mi spettava. Così come mi dispiacque che quasi tutti i miei compagni, stufi, se ne fossero andati. Ma un paio rimasero e uno di loro mi propose di scambiarci la camicia perché la mia era fradicia. Poi gli insegnanti mi ascoltarono, m’interrogarono, parlarono un po’ con me del futuro e scherzarono anche. Come tanti, ho ancora incubi sporadici su quel giorno. Stranezza fra le stranezze della pandemia: quegli incubi mi sembrano oggi un privilegio. L’ultimo anno di superiori dei nati nel 2001, e di tutti quelli che si trovano in classe con loro, è già stato rovinato. Su questo, purtroppo, non possiamo farci nulla. Sono quasi cinquecentomila ragazzi, di cui poco più o poco meno della metà non proseguiranno gli studi. Tutti, a prescindere dalla scelta sul dopo, si ritroveranno in una fase successiva della vita senza aver compiuto l’esorcismo necessario alla trasformazione, senza essersi commossi (o magari aver gioito) per il distacco da compagni e insegnanti. Non cinque anni, ma almeno tredici, il percorso dalla prima elementare a qui, finiti nel vuoto, svaporati, con quel senso d’incompletezza e vacuità di una partita interrotta dalla pioggia. Una delle tante prerogative viscide dell’epidemia sembra proprio quella di negarci i riti di passaggio: i funerali, così come il congedo degno da un ciclo scolastico. Ma siamo in tempo per rimediare, almeno in parte. Siamo in tempo per organizzare un esame orale di presenza, con il distanziamento fisico necessario. Una commissione interna, un presidente esterno, un candidato e un testimone, il personale minimo per riaprire la scuola e mantenere l’igiene: quante persone insieme fanno in una stanza? Anzi, in una palestra o in un atrio? Se non siamo in grado, con due mesi d’anticipo, di garantire una procedura simile per mezzo milione di maturandi, è velleitario anche solo pensare di riaccendere l’apparato produttivo del Paese. Ma l’impedimento che vedo non è di natura pratica. L’impedimento che vedo è la nostra propensione immancabile a mettere la scuola in fondo alle priorità, dietro gli aiuti economici alle famiglie, dietro i test sierologici, dietro il calendario di riapertura delle industrie, dietro perfino alla nostra voglia di spiaggia, come scriveva Antonio Polito qualche giorno fa. Perché la scuola, almeno secondo la nostra visione miope, «non fa pil», anzi il Pil lo consuma e basta. Bene, stavolta possiamo smentirci. Abbiamo l’occasione di dimostrare alla generazione che si affaccia alla vita adulta, al voto, al futuro stesso nel momento in cui il futuro è più spaventoso che mai, che sappiamo pensare a loro. Che sappiamo metterli davanti e dare valore a questo momento di passaggio, garantendogli un congedo decoroso dalla prima giovinezza e una sacrosanta scorta di incubi per gli anni a venire. Insomma, possiamo dimostrare che li prendiamo sul serio. Ministra Azzolina, non deludiamoli e non deludiamo noi stessi. Lo so, dovrei finirla qui, ma non mi basta ancora: insieme all’orale dobbiamo fare di tutto per salvare il tema. È l’altra parte fondamentale di quell’ascolto che spetta ai ragazzi che stanno per maturarsi. Se è impossibile averli tutti contemporaneamente a scuola, facciamoli scrivere a casa, senza valutarli, ma facciamoli scrivere. Anche solo per una ragione egoistica: perché i loro temi di quest’anno costituiranno, un giorno, un archivio storico di valore enorme, la testimonianza di una generazione che diventa adulta in un punto di svolta della storia. Qualcuno li studierà, per capire ciò che stiamo attraversando.

Paolo Giordano – Corriere della Sera – 18 aprile 2020