Una fase due anche in classe

In Italia si comincia a parlare di fase 2: sappiamo tutti che sarà graduale e che sarà necessario associare l’allentamento delle misure ad un sistema capillare di testing per rintracciare i contatti dei contagiati.

Lo hanno fatto in Corea e in Cina con una forte intrusione nella privacy e lo stanno facendo in modo più tradizionale in Germania e i risultati si vedono perché ci sono molti meno morti. Lo potremo fare anche in Italia, aumentando i test su un numero di casi che a maggio dovrebbe essere inferiore. Nella fase 2, le aziende dovranno continuare a fare uso di lavoro a distanza e nei luoghi di aggregazione a distanziare i clienti. A queste misure ci stiamo già preparando quindi il problema per il mondo dell’economia e dei servizi sarà economico più che organizzativo. Ma c’è un settore importantissimo, del quale nessuno parla e le cui sfide organizzative saranno enormi: la scuola. Che occupa 8 milioni di studenti e un po’ meno di un milione di insegnanti e può influenzare indirettamente tutta la fase 2 del Paese. Oggi, quando si parla di scuola tutti pensano a come concludere al meglio quest’anno: si potrà riprendere? Tutti promossi? Ma i problemi della scuola, in Italia e nel mondo, non finiranno a giugno. A settembre la maggioranza dei ragazzi, anche moltiplicando per 100 la stima degli attuali contagiati «veri», sarà ancora suscettibile a contrarre l’infezione. Studi cinesi dimostrano che i bambini contraggono il coronavirus, anche se in modo più lieve e spesso asintomatico. Le aule affollate riaperte tout court diventerebbero un veicolo micidiale di trasmissione e gli studenti si trasformeranno in inconsapevoli untori, anche per i nonni che ricominceranno a occuparsi di loro quando i genitori riprenderanno a lavorare. E gli insegnanti? Saranno esposti al contagio e i tradizionali problemi delle supplenze esploderanno. Questo gigantesco problema è stato rimosso e chi parla di fase 2 non pensa al prossimo anno scolastico. Sotto l’aspetto del tracking di contagi non sarà molto diverso da altri settori. Ma, sotto l’aspetto organizzativo, la scuola non è come le aziende che si riorganizzano continuamente: per loro lo smart working forzato di oggi è una opportunità per ripensare il modo di lavorare. Per la scuola si tratta di un’enorme novità. Potremmo forse ammettere i ragazzi in classe a scaglioni tenendo i banchi distanti. Gli altri dovrebbero fare lezione a casa, ma ci vorrebbero mesi per risolvere i problemi emersi in queste settimane: dotazioni tecnologiche insufficienti per scuole e famiglie senza pc, qualità della didattica remota estremamente variabile. La scuola, che da un secolo funziona allo stesso modo (25-30 alunni per classe, 25 ore la settimana, la lezione frontale, le lavagne, la carta e la penna), ha pochi mesi per cambiare tutto, imparando dalle sperimentazioni di nuove tecniche di insegnamento (flipped classroom, test online, collaborazioni a distanza sui progetti) timidamente avviate negli anni passati e da 4 mesi di full immersion forzata. È un cambiamento epocale che richiede 1) linee guida da parte del Miur (per esempio sul distanziamento in classe) e un fondo di dotazione straordinario per le attrezzature IT in classe e per pc per le famiglie meno abbienti. 2) piani d’azione che devono essere preparati dai presidi delle singole scuole. Per un cambiamento di queste dimensioni i 5 mesi tra oggi e settembre sono un tempo brevissimo. Non sprechiamoli illudendoci che dopo l’estate tutto tornerà come prima.

Roger Abravanel – Corriere della Sera – 7 aprile 2020