I vestiti nuovi dell’Imperatore

Quello che sta accadendo in tutto il mondo in questi giorni ricorda la fiaba di Andersen “I vestiti nuovi dell’Imperatore”. La ricordate? Narra la storia di un monarca vanitoso e superbo, privo di qualità, che invece di pensare al popolo passava le giornate a studiare come migliorare il suo aspetto. Tanto da finire preda di due imbroglioni che lo convinsero di potergli fornire il tessuto più prezioso del mondo che poteva essere visto solo da chi era molto intelligente. I due gaglioffi in realtà si misero a tessere il nulla. Ma lo fecero con tanta maestria da convincere sia l’imperatore sia i suoi ministri che l’abito esisteva veramente. Fu così che l’eroe vanitoso, per paura di apparire stupido, si trovò a sfilare completamente nudo per le vie della città mentre il popolo ne inneggiava l’eleganza. L’incantesimo fu però spezzato da un bambino che, nella sua innocenza, fu l’unico a gridare: “L’imperatore è nudo”. Scatenando a catena, la reazione del resto dei cittadini, che trovarono finalmente il coraggio di ammettere che, anche loro, non vedevano nulla. Gli unici che continuarono a far finta di niente furono i membri del corteo, che per non perdere ulteriormente la faccia continuarono a sfilare. Incuranti del fatto che la faccia l’avevano già persa. L’imperatore, ai tempi del Covid-19, è la politica ormai globale del lockdown. L’esperimento che, in poche settimane, è riuscito a mettere agli arresti domiciliari all’incirca il 20 per cento della popolazione globale. Il bambino, tristemente, in questa storia ancora non c’è. E’ inutile addentrarsi nelle ragioni che hanno portato, in extremis, decine di capi di stato a scegliere questa strada, i cui danni economici, sociali e psicologici, sono di tale portata da non poter essere neanche lontanamente valutati oggi. Quando si agisce in ritardo purtroppo non si hanno molte opzioni di scelta. Si può però imparare dai propri errori per costruire un futuro migliore. Per farlo è necessario fare un passo indietro. In questo caso, per capire come è stato possibile che diversi miliardi di persone si siano fatti convincere ad abdicare al loro diritto alla libertà senza che nessuno esprimesse la minima protesta. E’ un dato di fatto che viviamo nella migliore epoca mai esistita. La povertà globale diminuisce ogni anno. L’aspettativa di vita è aumentata più negli ultimi 50 anni che nei mille precedenti. Nella maggior parte dei paesi godiamo di libertà personali, civili e politiche inimmaginabili nei secoli scorsi. E il discorso sarebbe ancora lungo. Eppure nonostante ogni progresso qualcosa non va. Anche qui lo dicono i dati. Secondo l’Oms 264 milioni di persone soffrono di depressione, 31 milioni hanno problemi di droga, 3 milioni sono i morti annuali per abuso di alcol e 800 mila i suicidi. Ovvero uno ogni 40 secondi. Di questa emergenza, però, nessuno parla. Il mondo non ha tempo di fermarsi a valutarla. La verità è che, di epoca in epoca, ma mai così velocemente come negli ultimi 60 anni, siamo stati tutti, senza esclusione, oggetto del più grande esperimento sociale mai attuato al mondo. Effettuato su 7,8 miliardi di inconsapevoli cavie umane. Un esperimento che, se non correggiamo il tiro ci porterà all’estinzione di massa. Il trial in questione non è stato ordito da un gruppo di cattivi come avviene nei film. Ma fa parte di una nostra tendenza genetica. E cioè quella dell’auto addomesticamento. Per evolvere e diventare l’animale più progredito del pianeta l’uomo ha fatto prevalere per secoli e secoli quei lati della sua personalità che garantivano la coesione e l’ordine sociale. E’ cosa nota però che le qualità che generalmente ci portano all’apice del successo sono le stesse che, quando l’ambiente che ci circonda e le circostanze mutano, ci distruggono. Ma fino ad oggi di questo la razza umana ancora non si è accorta. Ogni istituzione dagli stati alle religioni, dai partiti politici ai nuclei famigliari si sono auto organizzati all’insegna di un solo credo: felicità e piacere non fanno parte di questa vita e chiunque le ricerchi deve essere addomesticato altrimenti diventerà un pericolo per la comunità. Come? Ogni popolo e ogni era hanno il loro oppio. Il nostro mondo moderno di droghe che ci anestetizzano ne ha ormai una serie tristemente lunga: dal cibo all’alcol, dalla televisione ai social media, dagli stupefacenti agli antidepressivi. Pur di non pensare con la propria testa e pur di non accorgersi che nonostante ogni progresso siamo oggi più infelici e impauriti che mai si ricorre ad ogni tipo di addiction. La pandemia mondiale che sta devastando il pianeta non è solo il Covid-19 bensì la nostra tendenza ormai globale ad abusare di qualsiasi cosa ci permetta di distrarci per non vedere dove stiamo andando. La verità è che non siamo stati messi su questa terra per vivere pasciuti e anestetizzati come animali da fattoria. Il nostro unico e vero compito è l’evoluzione. Ma per evolvere dobbiamo, così come lo eravamo nella preistoria, essere allerta. Ovvero percepire l’intera gamma delle nostre sensazioni ed emozioni per poterci difendere dai pericoli. L’infelicità, in questo contesto, non è un’anomalia caratteriale da correggere con una pillola. E’ un’emozione primordiale nata come molla per spingerci a progredire, per trovare nuove e migliori soluzioni di vita. A qualsiasi problema si presenti. Certo una molla che fa paura a chi sulla preservazione del concetto di normalità ha garantito la sua egemonia sugli altri, la sua ricchezza e il suo potere. I virus sono sempre esistiti. E sempre esisteranno perché si modificano più velocemente di quanto noi riusciamo a combatterli. In ogni tempo sono stati terribili e impietosi. Hanno ucciso brutalmente centinaia di milioni di persone. Più di qualsiasi guerra. E se è vero che in ogni conflitto una società civile cerca di difendere le categorie più deboli, anziani e bambini in testa, è altrettanto vero che in ogni società civile, non improntata all’egoismo e all’individualismo, gli anziani sono sempre stati pronti a sacrificarsi per dare un futuro ai loro discendenti. E questo legame famigliare è particolarmente sentito in Italia, dove l’istituzione della famiglia fa parte del Dna culturale. La domanda che ognuno di noi dovrebbe farsi non è dunque quanto durerà il lockdown. Ogni giorno in più sarà sempre uno di troppo. Il quesito a cui, se non vogliamo ritrovarci a breve in una situazione analoga dovremmo rivolgere la nostra attenzione è un altro. Come mai nel 2020 non siamo riusciti a combattere un virus con l’unico mezzo che in ogni conflitto da sempre garantisce un vantaggio tattico sugli avversari? E cioè il ricorso a un sistema di sentinelle che ci diano, almeno, il vantaggio dell’anticipo sull’avversario. E’ infatti incredibile che nell’epoca più interconnessa mai esistita, dove persone e informazioni viaggiano a una velocità che sarebbe stata inconcepibile fino a pochi anni fa, i governi di tutto il mondo non siano riusciti ad avvisarsi l’un l’altro del pericolo imminente già dai primi giorni di gennaio. Cosa lo ha impedito? Forse una classe politica globale, espressione delle società dei tempi, chiusa in se stessa, egoista, impreparata e ignorante, che ha voluto addossare ogni colpa dei suoi fallimenti a un nemico esterno, capace di distrarre i cittadini dall’inadeguatezza del sistema in essere. Oppure, come spesso accade, la colpa è solo nostra. Di ognuno di noi. Perché come vacche grasse che salgono ignare sul camion che le porta al macello, ci siamo fatti privare, senza neanche una protesta, dell’unico e imprescindibile valore che rende la vita umana preziosa: la libertà. Di scegliere. Di pensare. E di agire. E allora mi chiedo quanto tempo e quanti disastri ci vorranno prima che il bambino che è in noi si alzi e dica: io da oggi non resterò un’altra volta a casa e tutti gli imperatori nudi che me l’hanno ordinato è ora che scendano in massa dai loro “troni”. Perché hanno ampiamente dimostrato di non essere degni di proteggerci. E, quindi, di governare.

Jacaranda Caracciolo, imprenditrice

Grazie della lettera appassionata. Mi permetta due appunti, che sono certo condividerà anche lei. Appunto numero uno: quando si discute di libertà compresse occorre ricordarsi che la compressione delle libertà possono essere oggetto di dibattito solo quando la libertà che si sta difendendo con le compressione è qualcosa di diverso dalla nostra vita. Appunto numero due: gli errori commessi sono stati tanti, e non solo in Italia, ma prima che il bambino che è in noi si alzi e dica “non resterò a casa” vale la pena restare a casa ancora un po’, fino a che non ci verrà detto di fare il contrario. Chi prende decisioni, come lei dice, deve fare di tutto per mostrare di essere adeguato, ma quando si è in una crisi come la nostra vale il detto americano. Right or wrong is my country. Right or wrong is my premier. E grazie.

Claudio Cerasa – Il Foglio- 2 aprile 2020