Il grande acceleratore del nostro futuro

Velocità, nella stagione del contagio, è una parola cupa, tetra, angosciante, che tende a essere associata unicamente al grande incubo di questi giorni, ovverosia alla velocità con cui la malattia dilaga, alla velocità con cui i pazienti si infettano, alla velocità con cui gli infettati muoiono, alla velocità con cui gli ospedali si riempiono, alla velocità con cui i cimiteri esplodono. La velocità, nella stagione del contagio, è una parola che ciascuno di noi associa a un’emozione negativa, a quel groppo che si forma nelle nostre gole ogni giorno alle 18, quando non c’è trend positivo sui nuovi contagiati, che anche ieri sono stati un po’ meno del giorno precedente, che riesca a farci dimenticare la velocità con cui il virus ogni giorno si porta via centinaia e centinaia di persone. Nella stagione del contagio non è dunque semplice riuscire a dare alla parola “velocità” un’accezione non negativa. Eppure le ore che stiamo vivendo ci dicono che la velocità con cui il virus si è andato a diffondere nel nostro paese può avere anche un significato diverso che non ha a che fare solo con ciò che vogliamo metterci alle nostre spalle, le malattie, i morti, i feriti, ma anche con un tema che non possiamo non considerare quando ciascuno di noi prova a ragionare sul domani dell’Italia: l’improvviso confronto del nostro paese con l’acceleratore del nostro futuro. Il virus ha imposto al Sistema sanitario italiano una grande accelerazione e capita più o meno ogni giorno di leggere sui giornali notizie di nuove strutture ospedaliere – come è successo ieri con la Fiera di Milano – costruite o riqualificate a tempi di record. Gli uffici del ministro Roberto Speranza ci fanno sapere che su questo fronte la velocità dell’Italia può essere quantificata attraverso due numeri abbastanza impressionanti, che corrispondono ai posti di terapia intensiva che aveva il nostro paese prima della trasformazione di Codogno in una zona rossa (5.179) e i posti che un mese dopo siamo riusciti a mettere a disposizione dei malati (oggi siamo a 9.122). Ma l’improvviso confronto dell’Italia con l’acceleratore del nostro futuro ha prodotto anche un altro fenomeno destinato ad avere un impatto per così dire strutturale sul tessuto economico del nostro paese. E quel fenomeno è relativo al modo in cui l’Italia del lavoro verrà cambiata per sempre dalla convivenza con il virus. Su questo fronte, l’accelerazione si presenta all’interno di due dimensioni diverse. La prima dimensione ha a che fare con un tema che potremmo definire interno al mondo delle aziende ed è facile immaginare che nella fase in cui l’Italia dovrà convivere con il virus i posti di lavoro dovranno fare in pochi mesi quello che avevano messo in conto di fare in molti anni: digitalizzare il lavoro, puntare sulla produttività, far lavorare da casa chi può lavorare da casa, rinunciare progressivamente alle figure non essenziali. La seconda dimensione ha invece a che fare con un tema per così dire più orizzontale (scusate la parola) e non è difficile immaginare che uno degli effetti del contagio sarà la distruzione inevitabile di molti posti di lavoro e di molte attività – bar, ristoranti, cinema, teatri, attività culturali, compagnie aeree, operatori del turismo – che risulteranno non compatibili con i nuovi stili di vita imposti dal coronavirus. Di fronte a questo fenomeno purtroppo inevitabile – il Centro studi di Confindustria ieri ha stimato con ottimismo una perdita di occupazione nel 2020 pari al 2,5 per cento – la politica potrà reagire seguendo due approcci differenti. Quello più fatalistico, destinato a deprimere ancora di più il nostro paese, è l’approccio di chi crede che la distruzione dei posti di lavoro debba essere accompagnata unicamente da una politica di sostegno (linea grillina) finalizzata cioè a considerare la progressiva disoccupazione come un elemento strutturale dell’Italia post coronavirus (linea reddito di esistenza, o se vogliamo di desistenza). L’approccio più intraprendente, destinato a cercare invece una qualche forma di opportunità all’interno delle drammatiche trasformazioni del lavoro, è quello che punta a mettere lo stato non al servizio dell'assistenza ma al servizio della nuova geografia dell'Italia produttiva, creando cioè un sistema di ammortizzatori sociali capace di indirizzare (e di formare) chi rimane senza lavoro verso i lavori del futuro, che avranno bisogno di forze, risorse, energie e idee.

Claudio Cerasa - Il Foglio -  1 aprile 2020