Nei tempi bui si prega la madonna

Quando le nostre forze sono insufficienti a dominare le situazioni, quando nessuno può darti una risposta sull'andamento pazzo di questo mondo, allora ti accorgi di quel Crocifisso che non avevi mai notato perché quasi nascosto in un angolo della chiesa». E' una frase in cui sembra riecheggiare il recente grido di dolore di papa Francesco, la disperazione di un totale affidamento alla sfera del sacro e del divino come estrema risorsa contro il male quando assume la configurazione catastrofica dell'epidemia o della guerra.
In realtà si riferisce a un altro contesto, forse per noi altrettanto drammatico.
A scriverla, in una lettera del 1943, è infatti una maestra elementare della provincia di Padova, Rina Troiani: dopo tre anni di un conflitto che si avviava a un esito terribilmente distruttivo, ci si sentiva inermi, indifesi, senza nessuna possibilità di proteggersi dalla morte che pioveva dal cielo e che si stava avvicinando anche via terra (nel luglio del 1943 c'era stato il primo sbarco alleato in Sicilia). E fu questo bisogno di protezione a sollecitare atteggiamenti sedimentatisi in tradizioni di lunghissimo periodo.
A Torino, la chiesa della Consolata, si affollò di ex-voto; la Madonna era stata scelta come protettrice della città nei giorni dell'assedio del 1706, quelli del sacrificio di Pietro Micca. «Fu in quell'epoca» — scrivevano nel 1944 i cronisti di allora— «che i torinesi, eleggendola a propria protettrice, si rivolsero alle miracolose doti della Madonna della Consolata, la cui immagine-quasi a scudo delle proprie vite e delle proprie case — affissero sulle porte degli edifici. Anche oggi il sano senso di fede che lega il torinese solidamente ai suo passato e alle sue tradizioni, ha fatto riapparire sui portoni delle case e sulle pareti dei ricoveri l'antica immagine della Beata Vergine».
A Napoli era la Madonna di Pompei a imporsi nella sua dimensione salvifica: «Ieri sera — alla data del 15 agosto 1943 scriveva nel suo diario una giovanissima, Lucia Pagetta — giù in ricovero si e fatta una funzione veramente coinvolgente. Tutti gli appartenenti a questo ricovero, circa 300 persone, inginocchiati ad un piccolo altare approntato per la festa, hanno recitato il Rosario alla Madonna di Pompei nel cui aiuto tutti hanno fede e speranza».
Era una «madre potente» quella a cui ci si rivolgeva; una madre sfolgorante di ori, autorevole, come appare alla stessa Lucia, il 30 novembre 1944, («oggi per la prima volta sono stata a Pompei. Mi sono trattenuta poco per cui non ho visto altro che il Trono della Vergine. Appena entrata sono rimasta come abbagliata, stordita e per i primi momenti non ho saputo formulare alcuna preghiera..») e rassicurante, con la quale era possibile stabilire intese segrete, patti confidenziali.
Una vera madre non dolorosa, in grado di riscattare dall'orrore e dal panico così come ricorda, a proposito della sua esperienza sotto le bombe, nel suo diario un'altra ragazza di allora, Nella D'Angelo: «Avevo molta fede e ricordo che pregai vivamente la nostra Madonna di Pompei a cui ero e sono tuttora devota, che se ci avesse fatto uscire fuori da quell'inferno illesi. Le avrei portato rispetto per tutta la vita, mediante un voto segreto... »
Nel vuoto apertosi tra gli italiani e il fascismo, nella disperazione dettata dall'incapacità del regime di dare risposte adeguate all'emergenza, si inserì con grande efficacia la Chiesa. Che in pratica si sostituì allo Stato. Nella guerra era impresso il segno del male del mondo, un male che si presentava anche con i colori della modernizzazione e della secolarizzazione. Stavano per dissolversi i tratti di quella società rurale, precapitalistica, frugale, morigerata sulla quale la Chiesa aveva modellato il suo insegnamento. La lettura della guerra come maledizione biblica fu l'involucro teorico della presenza capillare affidata alle parrocchie e affollata di gesti di carità. Funzioni pubbliche, giornate propiziatorie, recite del S. Rosario «pro pace» e turni di preghiera, accompagnati da esortazioni alla penitenza, alla modestia, alla fiducia in Dio scandirono le forme assolutamente eccezionali assunte allora dai comportamenti collettivi.
Per tutta la durata della guerra, le processioni registrarono sempre un grande concorso di fedeli. La mobilitazione di massa assumeva così nell'Italia in guerra i caratteri immutabili e destoricizzati delle pratiche misteriche, consegnandoci forme di devozione popolare destinate a scandire anche il clima infuocato dell'immediato dopoguerra fino a culminare nell'«anno dei miracoli», quel 1948 della vittoria democristiana alle elezioni politiche, in cui Madonne lacrimanti, sanguinanti, sfavillanti apparvero a bambini, adulti, vecchi.
Il messaggio di rassicurazione e fiducia che promanava dalle gerarchie ecclesiastiche, unito all'affidamento a un «materno» protettivo e caritatevole che segnò allora l'impetuosa ripresa del culto mariano, spiega oggi molte delle radici materiali e psicologiche del clima che per anni avrebbe segnato il panorama politico italiano.

Giovanni De Luna – La Stampa – 29 marzo 2020