Il dialogo necessario tra Cristianesimo e Islam

Samuel P. Huntington

«Il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, soprattutto per quanto concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa. Essi favoriscono la pace e l’intesa tra i popoli (Giovanni Paolo II)»

Il Mediterraneo è stato la culla di varie civiltà, sviluppatesi sugli scambi culturali dovuti al commercio, ma è stato anche  la culla di scontri tra popoli della sua area.

Oggi giorno si tende ad ipotizzare uno scontro di civiltà tra occidente e mondo islamico, questa ipotesi analizzata tra altro in un libro di Samuel P. Huntington intitolato “Lo scontro delle civiltà” pubblicato nel 1996, e resa sempre più attuabile dopo 11 settembre 2001 dal terrorismo e dalle varie guerre preventive, può trovare, la non attuabilità, in un dialogo che abbia come suo obiettivo la conoscenza delle varie tradizioni culturali e in un impegno di collaborazione in vista di una pace non armata.

Nel secolo scorso, l’Impero Austro-Ungarico (Stato cattolico) e l’Impero Ottomano (Stato musulmano) sono stati capaci di organizzare la coesistenza tra popolazioni cristiane (maggioranza ortodossa) e musulmane nei loro territori. Naturalmente usando una diversa metodologia e con risultati più o meno positivi. È possibile dunque, partendo da queste esperienze passate costruire un monoteismo personalista basato su un dialogo interculturale, iniziato dal Concilio Vaticano II, che nel 3° paragrafo della sua Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane, esprimeva il suo apprezzamento dell’esperienza religiosa dei musulmani? Si, l’Europa può dare una risposta alla domanda culturale e spirituale, parallelamente però, all’elaborazione di «un modello di dialogo interculturale che valga a distinguere, tra le richieste identitarie dei musulmani, ciò che non è tollerabile (perché in patente violazione dei diritti umani fondamentali), ciò che è tollerabile, ciò che è rispettabile e ciò che è condivisibile (Maurice Borrmans)». Da parte musulmana (che oggi rappresenta il 7% della popolazione europea, e secondo delle previsioni entro la fine del secolo arriverà al 25%) si richiede un superamento dei pregiudizi verso la loro “terra di accoglienza” cioè l’Europa, «tuttora alcuni di loro la considerano “terra di guerra” (dar alharb), dove non dovrebbero vivere perché la loro fede vi è in pericolo, se altri, altrettanto pochi, la considerano “terra d’islam” (dar a-islam), dove dovrebbero attuare la legge coranica (shari’ a) e il suo sistema politico, molti di loro invece la definiscono “terra di armistizio” (dar al-sulh) o di “alleanza” (dar al-‘ahd), pensando giustamente di potervi compiere il loro riti e realizzarvi i propri diritti nel pieno rispetto delle regole della società di accoglienza (Giovanni Paolo II)». È un invito per gli emigrati ad aprirsi verso quel “umanesimo integrale” che Jacques Maritain, sosteneva già nello scorso secolo:« Questo nuovo umanesimo, che non ha misura comune con l’umanesimo borghese, ed è tanto più umano in quanto non adora l’uomo, ma rispetta realmente e effettivamente la dignità umana e rende giustizia alle esigenze integrali della persona, noi lo concepiamo come orientato verso una realizzazione sociale-temporale di quella attenzione evangelica all’umano che non deve esistere soltanto nell’ordine spirituale ma incarnarsi, e verso l’ideale d’una comunità fraterna (…) l’’umanesimo chiede, nello stesso tempo, che l’uomo sviluppi le virtualità contenute in lui, le sue forze creatrici e la vita della ragione, e lavori a fare delle forze del mondo fisico strumenti di libertà. Così inteso è inseparabile dalla civiltà o dalla cultura (Jacques Maritain». Queste riflessioni sull’uomo e il suo rapporto con il divino, è fare conoscere la tradizione cristiana che spesso viene identificata con il relativismo occidentale (ateo e viziato) può essere d’aiuto per un dialogo costruttivo.

Questa linea già seguita nello scorso secolo da Giorgio La Pira, in piena guerra fredda con i convegni su “Il Mediterraneo e la civiltà cristiana” trova un nuovo stimolo di riflessione e di conoscenza oggettiva per evitare un “conflitto delle ignoranze”.. Le riflessioni sull’uomo e il suo rapporto con il divino porta a far conoscere la tradizione cristiana che spesso viene identificata con il relativismo occidentale (ateo e viziato) e  può essere d’aiuto per un dialogo costruttivo.

Maurice Borrmans professore del Pontificio Istituto di studi arabo–islamici in una conferenza tenuta presso l’Università Cattolica di Milano nel 2006 sosteneva: «È urgente, più che mai, che dotti di entrambe le religioni, con esperti delle facoltà di giurisprudenza, studino assieme le ragioni filosofiche e teologiche che fondono i diritti dell’uomo e poi i testi giuridici che ne precisano l’applicazione, il che suppone una ricerca approfondita sulle convergenze possibili tra il diritto naturale e le leggi positive, da una parte, ed i fini (maqâsid) della legge religiosa che i musulmani chiamano shari’a, di modo che possano ravvicinarsi le filosofie del diritto di entrambe le parti».

Massimo Giovedi, storico, Roma, 18 maggio 2016