Focus sul Mediterraneo

Focus sul Mediterraneo

Il Mediterraneo potrebbe trasformarsi da  problema in opportunità per la politica del nostro Paese? Se lo sono chiesto tre “firme” illustri, all’interno del Festival della Tv e dei Media, che si è tenuto a Dogliani, fra le colline delle Langhe, tra il 4 e il 7 maggio.

La risposta potrebbe essere positiva, anche se,  ha  precisato Lucia Annunziata (direttore del quotidiano online Huffington Post) in chiusura, se uno di noi avesse una soluzione avrebbe il diritto a divenire il capo di un’organizzazione mondiale!

Oggi, il Mediterraneo è divenuto il centro di scontro per la supremazia mondiale fra le due potenze del pianeta, diversamente interessate alle coste inferiori del Mare Nostrum: Stati Uniti e Russia.  Area “calda” quella mediterranea nelle sue sponde meridionali,  allargata fino al Mar Nero e al Mar Rosso, per tutte le sue risorse energetiche e per la posizione strategica, ora anche influenzata indirettamente dalla presenza della Cina, l’altra superpotenza, con i suoi mille interessi economici in Africa. Ma area, soprattutto, al centro di forti flussi migratori, che si riversano sull’Europa, causati da motivi politici, economici, culturali.

E qui, evidentemente sta il problema. Anche se per Lucio Caracciolo (direttore di Limes) si tratta di un’opportunità più che di un problema, visto il rapido invecchiamento della popolazione europea (e in particolare del nostro Paese, il 3° paese più vecchio al mondo, dopo Giappone e Germania) e vista la centralità dell’Italia  nella storia mediterranea (specie nei periodi in cui civiltà diverse convivevano in armonia, come al tempo delle Repubbliche marinare). Oggi, però, non è così: gli Stati Uniti hanno appaltato i loro interessi a potenze locali, la Russia si sta imponendo con la sua presenza militare in Medio Oriente,  e  tre “sultani” decidono le sorti di quest’area geografica (i presidenti di Russia, Turchia, Siria, variamente alleati e nemici).  

Secondo Gad Lerner (conduttore della trasmissione televisiva Operai) la situazione è resa ancora più esplosiva dalla realtà demografica e culturale dell’Africa e del Medio Oriente, per cui la spinta verso il Nord del mondo è inarrestabile: l’età media della popolazione del Nigeria, ad esempio, è di 18 anni e si calcola che, da solo, questo stato tra 20 anni  potrebbe avere una popolazione uguale a quella attuale europea; inoltre, le risorse economiche del Nigeria, come degli altri stati ricchi di risorse energetiche, non vengono reinvestite in loco, ma vanno verso i paesi occidentali; infine, vi è una contraddizione insanabile nei paesi arabi: a Doha,ad esempio, accanto allo skyline dei grattacieli  sono in vigore codici medioevali dell’Islam più oltranzista.

E a proposito di migranti, non bisogna dimenticare, che dal 1979 in Iran si è formata una classe “arrabbiata” di giovani urbanizzati, istruiti, culturalmente aperti all’industrializzazione e all’occidente grazie alle antenne satellitari. Così come fra i 21 milioni di abitanti di Lagos si è formato un “proletariato” giovanile, pronto a cercare altrove miglior fortuna. Forse, ipotizza l’Annunziata, si potrebbe paragonare tale fenomeno a quello della classe media bianca americana, che, impaurita e frustrata dalla crisi economica, ha votato Trump per protesta. Quindi, non solo con le politiche repressive e le crisi economiche, ma anche con la perdita di “identità” si possono spiegare gli inarrestabili flussi migratori .

Che fare, quindi? L’Italia è sulla “linea di faglia” fra cristianesimo e islam a partire dal VII secolo. Gli Stati del Nord tendono a spostare il problema immigrazione verso sud (vd. Calais) con i respingimenti. E all’Italia non resta che spostarli a sua volta più a Sud, verso le coste libiche o addirittura verso gli stati centrali africani, con ipotesi di teste di ponte militari e creazione di “campi d’accoglienza” (secondo Caracciolo, come già con Gheddafi, veri campi di concentramento). In tale direzione, però, rischia di fallire: potrebbe crearsi un fronte libico unificato contro un attacco esterno;  oppure gli accordi con i tanti capi tribù e governi (come di recente il nostro Ministro degli Esteri) potrebbero risultare fallaci, in quanto tali soggetti sarebbero pronti a ricevere finanziamenti europei e allo stesso tempo a ricavare introiti dagli accordi con scafisti e trafficanti di uomini.

 Ebbene, l’Italia, se fosse consapevole del suo ruolo geopolitico all’interno dell’Unione Europea, potrebbe far valere la sua posizione strategica e, invece di pietire aiuti in situazione di subalternità, diventare protagonista di proposte fattive sulla gestione del Mediterraneo.

Clara Manca