Un pensiero alle tre vittime della sparatoria di Milano

da internet

La morte richiede silenzio, compostezza e preghiere.

E' il dolore di chi resta, è rielaborazione intima di un'assenza, è momento personale in cui si sperimentano i limiti dell'uomo e la provvisoria incertezza della vita.

E' anche situazione in cui si conosce ed apprezza la mano protesa della comunità, che sostiene, allevia e rinfranca.

Per contra, non deve essere pubblicizzazione a fini mediatici o, peggio ancora, strumentalizzazione sociale e politica.

Fa, pertanto, male percepire il poco rispetto con cui sono stati trattati i tre morti di Milano, utilizzati per sostenere ed affermare battaglie di categoria che ben poco hanno a che vedere col dramma consumatosi in via Freguglia.

Vero che c'è anche tanto altro oltre al pianto delle famiglie ed allo sgomento per un fatto di sangue inaspettato e sorprendente quanto a luogo di accadimento e modalità di verificazione.

Ma questo tanto altro sono le riflessioni – postume, ahimè – sulla sicurezza dei Tribunali, accompagnate dalle denunce – tardive, anch'esse – di una prassi pare invalsa un po' ovunque per cui è sufficiente accedere al Palazzo di Giustizia di turno mediamente ben vestiti, con valigetta di pelle e, talvolta, tesserino gelosamente custodito in portafoglio, per sentirsi salutare con un gioioso “buongiorno avvocato”. Anche se non è così ovunque: l'esperienza professionale impone di ricordare realtà dove i controlli sono rigorosi ed estesi anche agli avvocati laddove, per caso, abbiano dimenticato di recare seco il tesserino di riconoscimento.

Resta, poi, la dimensione inconoscibile ed irrazionale dell'uomo che oggi, purtroppo, si unisce sempre più a fragilità ed incapacità di affrontare ragionevolmente le difficoltà quotidiane che, se percepite troppo pesanti, causano crisi psichiche, come, appunto, è avvenuto in questo caso, che pare riconducibile al un raptus di un uomo arrabbiato col mondo, che viveva una difficile situazione personale, evidentemente incapace di affrontarla. Ed allora, sorgono riflessioni sulla difficoltà di chiedere e, corrispettivamente, fornire aiuto in contesti di disagio emotivo.

Non si tratta, quindi, di ingigantire gli effetti della crisi economica o di invocare riabilitazione sociale della categoria dei Giudici o, piuttosto, di lamentare la poca considerazione per quella forense.

Siamo davvero certi che quel fatto sia avvenuto proprio a ragione del contesto e non sarebbe potuto accadere in altro luogo o situazione?

A ben vedere le polemiche, come sempre, poco aiutano.

Di tutta questa (triste) storia si spera che, tra qualche giorno, quando si sarà dissolto il polverone, restino solo il ricordo di un Giudice noto per la sua competenza in materia che, in quel momento, stava responsabilmente amministrando la giustizia e di un avvocato coscienzioso, che ha scelto il bene morale e l'interesse alla verità presentandosi in aula come testimone, animato da una visione deontologica della professione.

Avv. Giosetta Pianezze