Il latte dei sogni

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Il latte dei sogni che richiama nell’elemento bianco e dolce una mitica età dell’oro, quando questo nutrimento esisteva in abbondanza assieme al miele e  ci ricorda,  allo stesso tempo il calore materno, è il titolo dedicato  alla Biennale Arte 2022 che apre al pubblico domani 23 aprile, a Venezia, negli spazi del Padiglione Centrale ai Giardini e in quelli delle Corderie, delle Artiglierie e negli spazi esterni delle Gaggiandre e del  Giardino delle Vergini nel Complesso dell’Arsenale. Il latte dei sogni, come ha spiegato la curatrice Cecilia Alemani, durante la conferenza stampa del 20 aprile, è una frase carpita da un libro di favole dell’artista surrealista Leonora Carrington, dove la fantasia e l’immaginazione reinventano il mondo. La trasformazione che muta i corpi e la stessa definizione di ciò che riteniamo comunemente  umano è la lente  per leggere la Biennale Arte 2022, dove creature ed oggetti fantastici, nati dalla mente degli artisti, diventano i compagni  di viaggio, dentro un universo che è fonte di stupore e  che ci conduce, come Alice nel Paese delle Meraviglie attraverso altri mondi possibili. Nel suo studio a New York,  Cecilia Alemani assieme al  suo team di collaboratori ha steso il progetto dell’esposizione e dialogato e  visto,  grazie a zoom, artisti ed opere.  Sono sorti così più interrogativi a cui la Biennale con i suoi “artefici” ha voluto offrire delle risposte. I quesiti principali dibattuti erano: quali sono le nostre responsabilità nei confronti dei nostri simili, delle altre forme di vita e del pianeta che abitiamo? Quali sono le principali differenze che dividono il regno vegetale, animale, umano e il non umano? Come sta cambiando ciò che per antonomasia riteniamo umano? Molte di queste domande interessano anche le scienze, e sono diventate sempre più attuali  anche per la recente pandemia ed i frequenti disastri ambientali, causati dall’inquinamento. La stessa tecnologia ha rivoluzionato il concetto di umanità evidenziandone i vantaggi ed i limiti. In queste riflessioni sono stati importanti gli scritti sul post umano della filosofa Rosi Braidotti. Le opere in mostra alla Biennale esemplificano con espressioni che non ci lasciano indifferenti, ma coinvolgono i nostri sentimenti ed i nostri pensieri, una nuova comunione con la Terra, con l’essere animale e anche con il non organico e rendono visibile la fine possibile dell’antropocentrismo, dove  l’uomo è stato ed è misura di tutte le cose. Partecipano a questo dialogo più di duecento artiste ed artisti che giungono da 58 nazioni e  per centottanta di loro è la prima volta che espongono in questo luogo d’incontro e di confronto tra culture, quale è da molti anni la Biennale di Venezia. Nel suo lungo percorso che compie quest’anno centoventisette anni, la mostra presenta una maggioranza di donne segnando così  un ribaltamento o meglio un ridimensionamento del ruolo maschile nella storia dell’arte e nella cultura in generale. Ogni artista è poi  un mondo di ricchezza inventiva e meriterebbe un discorso speciale per capire le motivazioni della sua arte e apprezzarne in modo ancor più pregnante la  bellezza intrinseca e/o estetica. Le poetiche degli autori si confrontano poi con lavori storici che datano dall’Ottocento fino all’età contemporanea. Cinque capsule storiche o, come potremmo chiamarle, capsule del tempo, negli spazi del Padiglione Centrale e delle Corderie affrontano temi essenziali di questa Biennale 2022 offrendo occasioni di approfondimento e costruendo rimandi e  confronti tra le opere del Passato e quelle attuali degli artisti. Sono opere storiche che provengono da grandi musei e vengono affiancate in accostamenti inusuali. La prima delle cinque capsule La culla delle strega riunisce in una sala sotterranea del Padiglione centrale le realizzazioni di donne delle avanguardie storiche tra cui Leonora Carrington, Claude Cahun, Leonor Fini, Carol Rama, Dorothea Tanning  e Remedios Varo. Nel XX secolo grazie alla diffusione di concezioni psicoanalitiche che rivelano l’influenza dell’inconscio, l’emergere di nuove tecnologie che allentano i confini tra umano e macchina e l’apparire di una Donna Nuova, sulla scia dell’ideale femminista, si spezza il netto dualismo fra maschile e femminile e tra animato e inanimato a favore di un ibridismo e differenti modelli di relazione. Si sovvertono i luoghi comuni della femme fatale e della femme enfant. Appaiono come  marionette, manichini, bambole e maschere, dentro quadri, disegni e sculture nuove immagini della donna e  nuove visioni della sua soggettività. La metamorfosi è lo strumento per eccellenza,  declinato in modi diversi: dalla parodia della donna eroicizzata all’androginia o la riproposizione di antichi miti  come la sfinge, la strega, donne insieme umane ed animali,  macchina e/o mostro. Molte delle creazioni  mettono poi in evidenza i rapporti che legano esseri umani e macchine come nella capsula dedicata all’Arte Programmata  e all’astrazione cinetica degli anni Sessanta, chiamata  Tecnologie dell’Incanto. In Corpo Orbita le relazioni si giocano invece fra corpi e il linguaggio, ispirandosi alla Mostra di Poesia Visiva e Concreta, Materializzazione del linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio nella Biennale Arte del 1978. Nella sezione o capsula, che incontriamo all’inizio delle Corderie, intitolata Una foglia, una zucca, un guscio, una rete, una borsa, una tracolla … un contenitore,  ciò che muove l’invenzione proviene dagli scritti dell’autrice di fantascienza Ursula K. Le Guin  che individua lo sviluppo della civiltà nella costruzione di oggetti utili alla raccolta, al sostentamento e alla cura e non nell’invenzione delle armi. Nella parte finale delle Corderie, La seduzione del cyborg, incontriamo anche le artiste che nel Novecento hanno inventato gli avatar di un futuro post umano e post gender combinando umano ed artificiale, storia e mito, organico e tecnologico. Questa biennale che giunge alla sua 59 edizione come ha specificato, il suo presidente Roberto Cicutto, ci si augura ci possa immergere nel “re-incantesimo del mondo”, forse un sogno, che rappresenta uno degli altri momenti costitutivi della rassegna  che sarà visitabile fino al 27 novembre. I Leoni D’Oro alla carriera quest’anno saranno consegnati, sabato 23 aprile a Ca’ Giustinian,  alla scultrice tedesca Katharina Fritsch e a Cecilia Vicuña, artista, poetessa e attivista cilena.

Patrizia Lazzarin, 22 aprile 2022

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Open-End, l’universo figurativo di Marlene Dumas

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“Vorrei che i miei dipinti somigliassero a poesie. Le poesie sono frasi che si sono tolte i vestiti. … è scrittura che respira e salta e lascia spazi aperti, consentendoci di leggere tra le righe.” Questa sintesi di arte e pensiero compare nei  brevi racconti che accompagnano le opere in mostra da domenica 27 marzo a Palazzo Grassi  dell’artista di origini sudafricane, Marlene Dumas che da molti anni vive e lavora ad Amsterdam. OPEN- END ne è il titolo che  racchiude il senso profondo delle sue creazioni che sono a volte una celebrazione dell’erotismo e della vitalità, mentre in altre  sono toccate dalla malinconia e dalla percezione della vita che si assottiglia sempre più, come la sabbia che scivola dentro la clessidra del tempo. Caroline Bourgeois, Conservatrice presso Pinault Collection e curatrice della mostra lo spiega:  “In mezzo a queste due parole, Open - End che si leggono come fossero una, si trovano tutte le tensioni, le irresolutezze, il potenziale del linguaggio che Marlene Dumas evoca in modo poetico, poiché lei è anche poetessa. Come se solo la poesia, espressa attraverso la pittura o la parola, potesse far condividere quelle possibilità che sono vita (open) e morte (end) nello stesso tempo”. Lei scrive un romanzo per immagini che si alimenta  di storie d’amore, arricchite di erotismo, toccate  dalla percezione del tradimento e capaci di mostrare le  tensioni fra lo spirito e il corpo. La narrazione  mette in scena corpi giovani ed anziani e non tralascia lo sgomento dell’alienazione e la sofferenza del lutto. Il luogo scelto per Marlene sembra quello giusto. Lo sciabordio delle onde che a Venezia agitano la superficie apparentemente calma  della laguna diventano la cartina al tornasole di queste oscillazioni della vita in Marlene Dumas, che sembra muoversi e tornare sui grandi temi dell’inizio e della fine dell’esistenza. La memoria è l’altro motivo che diventa preponderante  nella sua ricerca. Elisabeth Lebovici, storica e critica d’arte, ci accompagna con il suo articolo, nel catalogo pubblicato da Marsilio Editori e Palazzo Grassi, dentro questo iter mentale che diventa poi artistico. “Se le figure ritornano, è perché erano già venute... Questo è un modo di procedere abituale per Marlene Dumas e per la generazione di pittori e fotografi che lavorano su e da immagini e testi stampati. Queste fonti interagiscono con i ritagli di giornali e riviste, con scene cinematografiche da Dreyer a Pasolini, con riproduzioni di opere, con le Polaroid che l’artista ha scattato allo strip club Casa Rosso, con le lettere che ha ricevuto e i meandri delle sue letture.” Esse si raccolgono in faldoni di materiali di epoche diverse  che diventano  una biblioteca di un sapere visivo da cui lei può in ogni occasione attingere. Nell’ambito delle grandi rassegne monografiche dedicate ai grandi artisti contemporanei, l’esposizione riservata a Marlene Dumas a Palazzo Grassi è la prima a lei dedicata di queste dimensioni in Italia e sarà visibile fino all’otto gennaio del 2023.  Oltre cento opere provenienti dalla Collezione Pinault, da musei internazionali e da collezioni private esemplificano in maniera efficace la sua produzione pittorica con una scelta di dipinti ed opere che tracciano il suo percorso artistico dal 1984 fino ad oggi e comprendono anche art work inediti. Nelle opere  di Dumas della fine degli anni Novanta, come in Ragazza Turca (Turkish Girl), Miss Pompadour che occhieggia alle amanti ideali di Francois Boucher, e ancora in modo più palese in Dita (Fingers) e in D-rection, i corpi  sono visibili ai nostri occhi senza pudore con in genitali in mostra, in modo non velato. Hubert Damisch, filosofo francese specializzato in storia dell’arte ed estetica, affermò “che la bellezza è radicata nell’eccitazione sessuale. Nei nudi maschili e femminili di Dumas, il potere suggestivo delle immagini e la natura esplicita della pornografia sono accostate l’una all’altra in maniera inconsueta.” I ritratti a griglia realizzati da metà degli anni Novanta riflettono il clima dell’apartheid del Sudafrica, dove l’artista aveva vissuto.  Gli individui venivano distinti per etnia, razza ed aspetto e la griglia appare così un modo per creare categorie che dividono le persone e fomentano le ostilità. Sono molte le donne che lei ha scelto come soggetti,  anche molto famose come Marilyn Monroe che lei raffigura morta, in contrasto con i tanti ritratti di Andy Warhol che la immortalano diva senza tempo. La sua è un’immagine triste che sembra all’artista l’emblema della fine del sogno americano. Una lettura diversa come il volto di Dora Maar, che appare forte e non piangente. La brava fotografa e compagna per lungo tempo di Picasso era stata da lui lasciata e lo spagnolo l’aveva ripresa in una posa che la vedeva emotivamente a pezzi. Vicinanza e intimità sono i caratteri della Dora Maar di Marlene che si ispira ad una foto del 1936 di Man Ray. Lips (Labbra) del 2018  è un piccolo dipinto  che è quasi  un gioiello nella sua delicatezza. L’opera che  tocca un soggetto coniugato in varie versioni dall’artista fu dipinto bagnato su bagnato in un’unica seduta. Le labbra rosa porpora brillano su una pelle trasparente e di un verde sottile. Potremmo stare ore ed ore ad analizzare temi ed aspetti del mondo figurativo di Marlene Dumas che è così variegato, affascinante ed avvincente. Fra gli ultimi suoi quadri Pasolini del 2012. Del  tanto discusso poeta, romanziere, regista ed intellettuale politico era  attratta dal suo modus operandi: «il suo sensuale uso della luce e del buio, l’“irrealismo” narrativo dei suoi film. Il modo in cui i suoi personaggi appaiono e scompaiono. Il fatto che non si fida di se stesso». Giungiamo quasi ad oggi, al 2020, con il grande olio su tela: Il giocattolo del bambino povero. Qui Dumas si lascia ispirare dall’allegoria politica di Baudelaire nel diciannovesimo poema in prosa de Lo spleen di Parigi: Il giocattolo del bambino povero «Voglio dare l’idea di un divertimento innocente. Sono così rari gli svaghi non colpevoli!”… ma per Marlene è anche l’occasione per dichiarare la sua ammirazione per i fumettisti contemporanei, per le caricature cupe  di Honoré Daumier e la satira  di James Ensor.

Patrizia Lazzarin , 27 marzo 2022

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Questi scritti, quando verranno bruciati

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Incontrare Anselm Kiefer, l’artista tedesco che ha “rivestito ” le pareti della Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale a Venezia, usando come medium il suo furor creativo è stata una piacevole sorpresa. Qui Kiefer si è messo a confronto con i grandi maestri del Quattrocento e del Cinquecento: Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Tiziano, Veronese e Tintoretto, ossia con gli autori della decorazione del palazzo che celebra i fasti della Repubblica di Venezia. L’artista ha saputo instaurare un dialogo con il presente ed il passato di una città che è stata crocevia di merci, ma soprattutto di idee nelle trame di relazioni fra Occidente ed Oriente. Nello spazio un tempo riservato alla elezione dei Dogi, Kiefer è stato invitato dalla Fondazione dei Musei Civici Veneziani ad allestire un’installazione che ha letteralmente modificato le coordinate temporali e spaziali di quel luogo, per presentarci una realtà nuova che imbeve la mente del visitatore di immagini che hanno il sapore dell’immenso e dello sconosciuto. Uno spaccato di mondo che non si può non credere che non possa essere consegnato all’eternità, nonostante il parere avverso di questo potente inventore. Quei segni e quei colori nelle grandi tele, quasi cavati dal buio: dall’amalgama informe e tenebrosa che impedisce quasi di trovare un senso alle cose, possono diventare lettere di un alfabeto che cerca di spiegare i misteri di cui ci interroghiamo. Sono luci dorate che illuminano quella scala solitaria che ci invita quasi a percorrerla fino in alto a toccare il soffitto o ancora più in alto, a tastare l’immaginario ed il possibile. Possono esse diventare bagliori di un incendio che può bruciare le cupole della Basilica di San Marco, dentro il fumo, salvando solo le emozioni vive della nostra anima, cristallizzandole in lapilli: piccoli frammenti solidi di lava. L’occasione dell’incontro è stata la mostra che si apre oggi per il pubblico e che lo sarà fino al 29 ottobre, e che ieri è stata presentata alla stampa. Le parole contenute nel diario dell’artista e indirizzate alla Direttrice della Fondazione dei Musei Civici di Venezia, Gabriella Belli, ci svelano molte cose di questo uomo che ha una cultura che si arricchisce giornalmente di letture diverse. Il titolo dell’esposizione recita questa frase ed è già un preludio di saggezza filosofica: “Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce”.  L’affermazione è del filosofo veneto del Novecento, Andrea Emo. Racconta Kiefer: Quella che a prima vista sembra una trovata spiritosa, è in effetti molto di più: significa che non c’è niente di eterno sotto il sole. Noi non possiamo fare nulla che abbia valenza di eternità. Eterno è soltanto questo sforzo. E quindi non c’è neanche il capolavoro che sopravvive ai millenni. Da artista, vorrei certamente creare l’opera ma, quando comincio sulla tela bianca, so bene che questo è già la sua negazione. Davanti al mio atelier ci sono una serie di container in cui sono riposti i quadri degli anni sessanta, in attesa della loro resurrezione. Come gli scritti di Andrea Emo consegnati al fuoco virtuale, i miei quadri sono soggetti a un processo di effettivo annientamento: li distruggo per davvero oppure li metto all’aperto, li espongo alle diverse condizioni atmosferiche: il caldo torrido, la pioggia, la neve, allora essi diventano particolari, ossia individuali. Entrare nel processo creativo di Kiefer è un viaggio fra saperi diversi. Egli nacque nel 1945 a Donaueschingen, in Germania e studiò diritto e lingue romanze all’Università di Friburgo prima di dedicarsi interamente all’arte. Arte come gioco, come scoperta. Nelle opere in mostra egli si confronta non solo con la storia, ma anche con la geologia. Nel quadro con i continenti si fa strada la teoria della deriva dei continenti di Alfred Wegener. La storia ritorna nell’opera con le uniformi e in quella con i sommergibili che alludono alla potenza di Venezia sulla terra e sul mare. Quasi come in una visione o in un film di fantascienza i Veneziani possiedono i sottomarini già in quel tempo. Il corpo di San Marco, trafugato secondo la tradizione da Alessandria d’Egitto, ricompare nelle reliquie della bara che vediamo sollevata in alto. Da li il pensiero dell’artista sembra trascinarsi fino a reliquie ancora più significative, come i chiodi della Croce a cui fu inchiodato Gesù. Tutto questo per parlare dell’uomo, dell’essere umano. Siamo giunti all’era umana. Le riflessioni di Kiefer si riallacciano anche al Dio della tradizione ebraica, che fa riferimento al Tzimtzum di Isaac Luria: in cui Dio si ritrae dando uno spazio libero in cui il mondo possa crearsi da sé”. Aggiunge, nella lettera indirizzata alla direttrice: “Vedrai, il nuovo spazio da me creato è una sovrapposizione di tutte le possibili idee, filosofie provenienti dal Nord, dal Sud, dall’Oriente e dall’Occidente”. Modernità e poi, ironia nel quadro con i carrelli della spesa: su ognuno di essi una targhetta di zinco indica che esso appartiene ad un doge. Il lavoro dell’artista è da sempre una profonda esplorazione della storia e del mito accanto a quella della memoria collettiva ed ama esprimersi attraverso la pittura, l’incisione, la fotografia, la scultura e le opere su carta. Catturando un’immagine fotografica di lui accanto alla sua compagna poco fuori della Porta della Carta di Palazzo Ducale si riceve quindi l’impressione di aver colto lo spirito o meglio lo sguardo di un artista che “attraversa” l’arte per scoprire i significati dell’esistenza.

Patrizia Lazzarin, 26 marzo 2022

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