Luigi Magnani, il signore della Villa dei Capolavori

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L’ultimo romantico, Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori. La mostra alla Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo nei pressi di Parma. Colori e figure nei  quadri appesi alle pareti di un’antica dimora si legano  insieme  in un ritmo di arcani rimandi  e originano  vibrazioni nell’animo di chi li osserva. Quelle oscillazioni  si traducono, alla velocità di  un battito d’ali,  in accordi musicali  che  vengono tracciati  sul bianco dello spartito della nostra anima  e, come note di una sinfonia,  interpretano  e disegnano le  nostre emozioni. Dal colore nascono sensazioni  che a loro  volta creano una musica dentro di noi. Si può leggere cosi: L’ultimo romantico, Luigi Magnani, il signore della villa dei capolavori,  il  titolo della mostra che si apre oggi alla Fondazione Magnani - Rocca, a pochi chilometri da Parma, nella verde campagna di Mamiano di Traversetolo. La dimora raccoglie le opere di un grande collezionista nato nel primo decennio del Novecento  e che nella sua parabola esistenziale ha cercato e ha amato il senso del bello nell’arte figurativa, nella musica e nella letteratura. Scrittore, musicologo e  con grosse disponibilità finanziarie, alla stessa maniera di Beethoven che egli adorava e  che componeva catturato dal demone dell’ispirazione, egli cercava nelle opere d’arte un’armonia di suoni, misurata sull’accordo  di linee e di colori.  Viaggiare fra le opere da lui riunite nella Fondazione istituita nel 1977, arredata con pezzi del primo Ottocento che possono gareggiare con una residenza napoleonica, e aperta  al pubblico negli anni Novanta, è precipitare quasi con leggerezza dentro la Bellezza. Nella collezione permanente si possono ammirare, fra i tanti capolavori, la grande tela con La famiglia dell’Infant don  Louis, fratello cadetto del re Carlo III di Spagna,  eseguita negli anni 1783-1784 dal pittore Francisco  Goya, l’Enigma della Partenza di Giorgio De Chirico del 1914 o le atmosfere che annunciano l’alba nel dipinto Falaises à Pourville (Soil Levant) dell’impressionista Claude Monet. Larassegna riunisce accanto alle opere appartenute a  Magnani,  ritratti e autoritratti, provenienti da altri importanti musei   e che raffigurano  letterati, filosofi, studiosi, musicisti,  musicologi e artisti che erano stati suoi ospiti  nella villa di Mamiano  o che aveva conosciuto durante la sua permanenza a Roma.  Diventa un’occasione speciale per veder ripopolate e animate le stanze della signorile dimora con i tanti personaggi appartenuti al  mondo culturale del Novecento, in particolare  di quel momento storico fra le due guerre mondiali. Siamo curiosi di far conoscenza diretta con quei volti che quadri e fotografie restituiscono a noi  nei loro caratteri.  Sono figure  quali Alberto Burri, Carlo Mattioli, Leonardo Leoncillo, Giacomo Manzù, Renato Guttuso, Milton Gendel, Arturo Tosi, Carlo Carrà, Gino  Severini e Giorgio De Chirico. Egli  conosceva beneanche gli artisti Filippo De Pisis, Fabrizio Clerici, Toti Scialoja, Orfeo Tamburi, Arturo Tosi, Fausto Melotti, i critici d’arte Roberto Longhi, Palma Bucarelli e Cesare Brandi, lo scrittore Mario Praz e quello che sarà di lì a poco, nel 1948, unNobel della Letteratura: Thomas Stearns Eliot.  In altri casi sono i documenti e le lettere a rivelarci relazioni come quelle con Bernard Berenson o con Margherita, la sorella della regina Elisabetta.  Luigi Magnani ebbe poi un rapporto speciale con  Giorgio Morandi, ricambiato allo stesso modo dalla stima del pittore bolognese che  aveva appeso  sulle pareti della villa parmense più di cinquanta delle sue opere. Chiacchierate culturali mescolate alla buona cucina allietavano quei luoghi dove erano familiari Eugenio Montale, il critico d’arte Francesco Arcangeli e lo scrittore Giuseppe Ungaretti. Alcune opere raccontano le suggestioni e gli incanti di un’arte che diventa quasi ragione di vita come attraverso le superfici morbide e levigate delLa ninfa nel deserto di Lorenzo Bartolini, o nei rossi e nei blu delle vesti della Madonna delLa sacra conversazione di  Tiziano  o ancora nella classicità senza tempo della Tersicore di Antonio Canova. Il gusto  del Magnani che guardava alla lezione racchiusa nell’antico  e ai messaggi della modernità sono testimoniate dalla qualità delle opere di pittori che da Gentile da Fabriano a Filippo Lippi, da Carpaccio, Durer, Rubens e Van Dick giungono a Renoir, Cezanne, Matisse fino a Burri dando cosi forma concreta alla collezione permanente che possiamo oggi ammirare.  Non amava essere definito un collezionista come riporta anche Stefano Roffi,    uno dei curatori della mostra assieme a Mauro Carrera: dico soltanto che studio, che leggo, che scrivo e improvvisamente non c’è chi non voglia regalarmi quest’immagine di mezzo-antiquario, che non mi corrisponde. Magnani fu un intenditore e un mecenate, che s’incantava solo ai valori della vera pittura, commenta lo stesso curatore. La rassegna esibisce il pianoforte appartenuto all’antico proprietario e anche un’arpa, ma mette insieme anche altri strumenti musicali che giungono da differenti istituzioni museali. Quegli oggetti che riempivano lo spazio mentale di Luigi Magnani, le serate a Villa Nibby a Roma e a Mamiano di Traversetolo e  che ritroviamo,  nel misurare  un tempo, costruito sull’equilibrio  degli spazi di colore, nelle opere che aveva inseguito e cercato. Violini appaiono  ne l’Odalisque di Henri Matisse, strumenti musicali come soggetti ideali nella Natura morta con strumenti musicali di Gino Severini, in quella famosa  di Giorgio Morandinel Citaredo e la Tromba sulla spiaggia di Filippo de Pisis, nella  Natura morta con pianoforte di Renato Guttuso e nei tre Orfeo di Giacomo Manzù: opere a volte  da lui commissionate ai suoi amici artisti. A volte le creazioni tanto inseguite non davano buoni esiti   come con  il ritratto di Giovan Battista Moroni proveniente dal Palazzo omonimo  di Bergamo e che  ora possiamo invece ritrovare nell’occasione della mostra. Il serico tessuto  rosato   che vira al rosso  veste il  giovane uomo e lo stesso colore  sembra spandersi sulle sue gote, e anche al contrario, in un movimento inverso: i  toni  risaltano   di luce accesa a cui fanno da contralto, insieme,  le sfumature grigie e marmoree del fondale e l’ombrosità del paesaggio.  Qui come in uno spartito   le note acute fanno risaltare quelle basse e costruiscono significati.  La mostra  rimarrà aperta fino al  13 dicembre 2020.

Patrizia Lazzarin, 12 settembre 2020

 

 

 

 

 

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Monet e gli impressionsti a Bologna a Palazzo Albergati

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Palazzo Albergati, nel centro  di Bologna, ospita dal 29 agosto la mostra Monet e gli Impressionisti, che come ha  spiegato  il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, svolge una funzione quasi unica   nella situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo,  anche per il valore del progetto e diventa espressione del grado raggiunto  dal turismo culturale nella città.  Essa che chiuderà il 14 febbraio 2021 è stata realizzata in collaborazione fra il Gruppo Arthemisia ed il Musèe Marmottan Monet ed ha la curatela di  Marianne Mathieu, direttrice scientifica del Museo di Parigi. Dentro la mostra le ninfee rosa e azzurre, i glicini viola, i paesaggi innevati dove si stagliano  le scarne braccia degli alberi e le  scogliere che si gettano nell’acqua, mentre la schiuma delle onde si solidifica in pennellate corpose e  restituisce segmenti di luce, ci affascinano con un’arte che ha saputo raccontare la modernità di un’epoca. Mentre attraversiamo  le sale dell’esposizione siamo incuriositi da queste epifanie di colore che sembrano colare dai quadri e rivestire intere pareti. Il senso di sorpresa ci coglie fin dall’inizio poiché questa è la prima occasione che il Musèe Marmottan Monet,  presta un corpo di opere consistente  e che racchiudono ognuna di esse una vicenda, non solo artistica, ma anche privata. Ci tramandano “brani” poco, o non noti, della vita della grande famiglia degli Impressionisti. Il Musèe Marmottan aprì i battenti nel 1934 per desiderio di Paul, l’ultimo discendente della ricca e influente famiglia Marmottan, che aveva pensato di legare la sua dimora ad un ente culturale per garantirne cosi,  dopo la  sua morte, l’apertura al pubblico e favorire anche un’adeguata tutela a quella galleria di pittura antica, per molti aspetti straordinaria. Sono tuttavia le donazioni di opere di Victorine e Eugène Donop de Monchy nel 1940 che, regalando undici tele che portano la firma di Claude Monet, Berthe Morisot, Pierre Auguste Renoir, Alfred Sisley e Camillo Pissarro, danno inizio alle collezioni Impressioniste del museo. E questo  è comprensibile in mostra, nel ritratto giovanile che Renoir fa alla giovane  Victorine su commissione del padre di essa: un segno di quelle relazioni, amicizie  ed ammirazione che animano  mecenati ed artisti della nuova corrente pittorica. Nel lascito di Victorine ci sono due capolavori di Claude Monet che possiamo ammirare in tutta la forza della loro novità e della loro  bellezza: Il treno nella neve. La locomotiva, un dipinto del 1875 e Il Ponte dell’Europa. Stazione di Saint - Lazare del 1877. Nella prima opera, la Locomotiva sul bianco di una neve che  percepiamo  nella  solidità di un manto ghiacciato, con i suoi fumi scurisce  il cielo e restituisce i colori  di una giornata d’inverno dove tuttavia una macchia di colore  simile a un drappo rosso e quei fari gialli che si staccano sulle superfici scure della macchina, sanno riaccendere con una virgolettata di colore l’intera immagine. Ancora lunghe scie di fumo  nella Stazione di Saint - Lazare che, nelle tonalità del grigio e bianco, si condensano in nuvole leggere che non appesantiscono, ma diventano lo scenario consueto dell’effervescenza della vita moderna, mentre salgono a coprire con le sfumature più chiare le superfici eleganti color avorio dei palazzi cittadini. Nel 1966 il museo ricevette il lascito dell’ultimo figlio di Monet, Michel: più di cento opere, tra cui  grandi quadri con ninfee, diventando così la più grande collezione esistente al mondo dell’artista francese e assumendo  il nome attuale: Musèe Marmottan Monet. Dagli anni  Novanta l’istituzione accoglie anche la prima raccolta di quadri della più famosa pittrice francese impressionista: Berthe Morisot, cognata  e  grande amica di quel celebre Edouard Manet, per cui posò anche come modella fino al matrimonio con il fratello Eugene. Quel frammento di quadro con Berthe distesa, dipinto da Edouard, visibile a Palazzo Albergati, in quel gioco di neri e marroni, dove spicca il colorito chiaro del volto della pittrice e il tratto deciso dei lineamenti, racconta della loro amicizia vissuta anche  nelle sale del Louvre mentre si esercitavano sui quadri di artisti noti. Espressione  dell’amicizia fra pittori è quel ritratto di Julie, la figlia di Berthe, dipinto da Renoir, dove lo sguardo che sfugge  gli occhi dello spettatore non  riesce a celare però la soavità e l’intensità di un volto  che è avvolto in una nuvola vaporosa di capelli  che mutano,  in  toni luminosi, dal rosso al nero. Il pennello di Berthe esprime  la sua delicata sensibilità come nell’opera Donna con  il ventaglio dove, con una ridotta gamma cromatica, che si arricchisce solo nelle piante sul tavolino dietro la modella, riesce a restituirci la consistenza a volte vitrea, a volte morbida degli oggetti e degli indumenti. Molte tele della pittrice ritraggono la figlia Julie spesso in compagnia della cugina Jeannie  come Sul Melo: qui è visibile una pennellata fluida e chiara che sembra congiungere le linee dei movimenti dei corpi a quelle delle piante. Nella pastorella sdraiata, che raffigura un’amica di Julie, la tavolozza nelle striature del colore, azzurro e viola e i tocchi di arancio e bianco disegnano una scena di Arcadia contemporanea, ma soprattutto l’opera incanta  perché la luce sembra costruire le immagini. Luce e acqua, bianco ed azzurro nel Porto di Nizza, sempre della stessa autrice, dove trionfa la tecnica impressionista. Un piccolo quadro che racchiude nella stessa misura bellezza e concentrazione di visione è il  Bosco sulla  Côte de Grâce, Honfleur di Camille Corot. In mostra sono ammirabili, infatti,  quadri che erano appartenuti al lascito di Annie Rouart, nuora di Julie, che possedeva  opere di maestri come Corot o di amici di famiglia come gli impressionisti. Possiamo ammirare anche opere di Paul Signac, acquistate da Claude Monet. Di Monet  cogliamo l’immersione nei colori della natura tra gli spazi di Argenteuil e Giverny e la sua attrazione per la cultura giapponese di cui  reca testimonianza la sua ultima opera dipinta che chiude la mostra: Le rose. Qui i fiori fluttuano nell’azzurro recando con se la leggerezza e i colori della vita. La rassegna Monet e gli Impressionisti rimarrà aperta  per i visitatori tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00.

Patrizia Lazzarin, 29 agosto 2020

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Ulissefest - La festa del viaggio

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In questo periodo storico parlare di viaggi, ritornare  a muoversi alla ricerca di noi e  degli altri esseri umani, in luoghi che spesso la nostra mente accarezza nell’immaginazione, può risuonare  di echi profondi e di desideri solo in parte svelati alla nostra coscienza. UlisseFest che si apre il 28 agosto  a Rimini,  già nel nome  si riallaccia al significato intrinseco di un viaggiatore simbolo del peregrinare fra mari e terre: quell’Ulisse che abbiamo seguito  leggendolo sui banchi di scuola, nel suo lungo percorso di ritorno ad Itaca. La cittadina della Romagna ospiterà la IV edizione del Lonely Planet UlisseFest, organizzato dalla casa editrice EDT nei giorni dal 28 al 30 agosto ed esso sarà un’occasione per ragionare sul Mondo. I luoghi di cui si parlerà sono da sempre affascinanti: dalla Patagonia, alla Mongolia, dai paesi nordici all’Africa, con punti di osservazione attenti a coglierne le peculiarità. Saranno film, documentari, libri, interviste, spettacoli, musiche e cibi a  farci condividere le atmosfere di spazi   vicini e lontani: la cultura e la bellezza delle terre di Romagna e delle Marche accanto ai racconti e alle esperienze che sono diventate patrimonio comune e/o nuova scoperta. Certamente un argomento estremamente attuale  sarà il tema trattato nella Tavola Rotonda di venerdì 28 agosto al Teatro Galli: Viaggio in Italia, un racconto “lungo” sette regioni italiane, sintesi del lavoro, nei mesi scorsi, di Loney Planet, sulla fatica  e sulle speranze della ripresa dall’emergenza Covid19, fra soste e ripartenze.  Oltre i confini: l’avventura diventa viaggio nel film che riprende fra le mani la vita e  anche lo  zaino dello scrittore britannico Bruce Chatwin, noto per il libro cult sulla Patagonia. Il regista tedesco Werner Herzog in Nomad – In the footsteps  di Bruce In questo periodo storico parlare di viaggi, ritornare  a muoversi alla ricerca di noi e  degli altri esseri umani, in luoghi che spesso la nostra mente accarezza nell’immaginazione, può risuonare  di echi profondi e di desideri solo in parte svelati alla nostra coscienza. UlisseFest che si apre il 28 agosto  a Rimini,  già nel nome  si riallaccia al significato intrinseco di un viaggiatore simbolo del peregrinare fra mari e terre: quell’Ulisse che abbiamo seguito  leggendolo sui banchi di scuola, nel suo lungo percorso di ritorno ad Itaca. La cittadina della Romagna ospiterà la IV edizione del Lonely Planet UlisseFest, organizzato dalla casa editrice EDT nei giorni dal 28 al 30 agosto ed esso sarà un’occasione per ragionare sul Mondo. I luoghi di cui si parlerà sono da sempre affascinanti: dalla Patagonia, alla Mongolia, dai paesi nordici all’Africa, con punti di osservazione attenti a coglierne le peculiarità. Saranno film, documentari, libri, interviste, spettacoli, musiche e cibi a  farci condividere le atmosfere di spazi   vicini e lontani: la cultura e la bellezza delle terre di Romagna e delle Marche accanto ai racconti e alle esperienze che sono diventate patrimonio comune e/o nuova scoperta. Certamente un argomento estremamente attuale  sarà il tema trattato nella Tavola Rotonda di venerdì 28 agosto al Teatro Galli: Viaggio in Italia, un racconto “lungo” sette regioni italiane, sintesi del lavoro, nei mesi scorsi, di Loney Planet, sulla fatica  e sulle speranze della ripresa dall’emergenza Covid19, fra soste e ripartenze.  Oltre i confini: l’avventura diventa viaggio nel film che riprende fra le mani la vita e  anche lo  zaino dello scrittore britannico Bruce Chatwin, noto per il libro cult sulla Patagonia. Il regista tedesco Werner Herzog in Nomad – In the footsteps  di Bruce Chatwin– ripercorre con lo suo stesso zaino, le vie  che l’amico aveva attraversato toccando e vivendo in villaggi sperduti.  È  l’avventura che diventa viaggio di conoscenza e di sopravvivenza  come nei due cortometraggi  The Frozen Roadche in 24 minuti narra la solitaria avventura, su due ruote del giovanissimo Ben Page nel gelido nord del Canada fino al mare Artico oppure in  Disko  che si muove nelle acque del grande Nord,  sulle tracce del lupo di mare Olivier Dupont Huin. Nel reading e nelle musiche di Massimo  Zamboni  nella stessa giornata di venerdì 28 ritroviamo il fascino ancestrale della Mongolia resa mitica da Gengis Khan e attraversata da Marco Polo. Il viaggio assume  anche sfumature esperienziali e diventa qualcosa da portarsi a casa come un ricordo che ci resta incollato, quasi un souvenir. Si parlerà di questo con Maurizio Cioria, appassionato di spiritualità e sciamanesimo durante una colazione/brunch multietnica. Dei tesori e delle eccellenze fra Appennino ed Adriatico:tra i castelli dell’Emilia, negli  spazi verdi di Modena e Bologna, del bello che si traduce in buon cibo si discuterà nella stessa giornata in piazza Cavour. Dei piaceri del palato, delle Marche che sono salite sul podio della classifica Lonet Planet Best in Travel 2020, grazie alla loro cucina così tipica, ma che amalgama allo stesso tempo gli ingredienti nel confronto  di culture gastronomiche differenti, racconteranno lo chef Moreno Cedroni, il cuoco viaggiatore Lorenzo Biagiarelli e la giornalista Selvaggia Lucarelli. Parigi, i cuochi e les italiens  saranno invece  i protagonisti sabato 29 agosto, al Teatro Galli,  con lo scrittore Enrico Pandiani  che presenterà, in anteprima assoluta,  il suo libro: Il gourmet cena sempre due volte, un giallo gastronomico ambientato  in una delle città del mondo con una fra le più grandi tradizioni culinarie: Parigi. Viaggio nei luoghi, ma soprattutto dentro l’animo umano, dentro la vita del protagonista del romanzo: Il Colibri di Sandro Veronesi, vincitore del premio Strega 2020. Quel Marco Carrera simile  a quel piccolo uccello che sa mettere tutta la sua energia nel restare fermo, nel mantenere intatto  il mondo e il tempo  intorno a lui. Revoluzione il nuovo libro del  musicista Giovanni Allevi, parla di cambiamento, della paura e delle difficoltà che ci fanno sembrare impossibile modificare situazioni che sono infelici. Dove trovare la forza per questo? Le risposte non sono scontate. Incontrerà il pubblico nella prima serata di sabato in piazza Cavour. L’ultima giornata accoglie tante proposte fra cui possiamo ricordare lo spettacolo con voce narrante e musica, con il geologo Mario Tozzi  e il sassofonista Enzo Favata, dentro le origini e la storia del Mediterraneo e il racconto dello scrittore Grammenos Mastrojeni del suo libro Effetto serra effetto guerra che spiega i legami tra ambiente, pace e sicurezza che si intrecciano con il tema della libertà. Dall’Adriatico al Borneo và in scena Emilio Salgari con un evento che insieme ad Anselmo Roveda e Marco Paci ci farà viaggiare dentro la fantasia, affiancando reading e live painting. Impossibile citare tutti, ma i nomi e i momenti per parlare  di viaggi fuori e dentro di noi, per ascoltare suoni ricchi di suggestioni, come nel concerto del 30 agosto con Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, sono  veramente molti. Gli  appuntamenti  di queste tre giornate si possono ricercare visitando il sito www.ulissefest.it, dove compaiono le sedi e gli orari.

Patrizia Lazzarin, 27 agosto 2020

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