Un piano per salvare la scuola

Il ministro dell'Istruzione Azzolina sta per presentare una proposta sulla chiusura dell'anno scolastico e la valutazione finale degli studenti, inclusi esami di maturità e di terza media. Si sta ragionando su due scenari base, che dipendono dalla data che il governo, sentiti gli esperti sanitari, indicherà per un rientro in aula in piena sicurezza.
La prima ipotesi è il rientro entro il 17 maggio. In questo caso, l'anno si concluderebbe in maniera diciamo "regolare" e la maturità si svolgerebbe in forma leggera, con scritti e orale, ma con commissioni formate dai soli docenti della scuola e un presidente esterno. Più o meno, com'è ora in terza media.
L'altra ipotesi è che in aula si torni soltanto a settembre. In tal caso l'orientamento sarebbe di non bocciare nessuno, rimandando alla prima parte dell'anno scolastico il recupero dei debiti. La maturità si farebbe senza le prove scritte e con un solo esteso colloquio orale, in modalità da stabilire secondo l'evoluzione del contagio.
Concentrarsi troppo sull'esame di maturità a me sembra un falso problema: nonostante la retorica, è una verifica che ha ormai poca utilità e viene superata da oltre il 99% dei candidati. Per il coronavirus, in altri Paesi hanno cancellato o sospeso esami ben più affidabili, come l'International Baccalaureate, il Sat negli Stati Uniti e il Gaokao in Cina: in piena emergenza non vi è motivo per cui non si possa sopperire con i normali scrutini, svolti dai docenti, mantenendo il valore legale del titolo.
In ogni caso, vedo questioni più sostanziali. Certo, il Ministero si muove su un crinale stretto: da un lato, finché non riapriranno le scuole non potremo dire di essere tornati alla normalità, anche lavorativa, dovendo badare ai figli in casa; dall'altro, scuole e università possono essere focolai di riprese del contagio. Non possiamo escludere che in autunno debbano rimanere chiuse "a scacchiera", in certe aree e in certe settimane, seguendo lo svolgimento dell'epidemia.
Di fronte alla possibile intermittenza delle attività scolastiche che potrebbe essere lunga, la priorità è evitare una caduta generalizzata negli apprendimenti degli studenti. Dal primo momento, la scelta del Ministero è stata di puntare sulla didattica a distanza. In una nota recente, venivano date indicazioni chiare e condivisibili su come condurre questo tipo di insegnamento, richiamando i docenti all'obbligo di continuare il loro lavoro anche online e sottolineando che una scuola seria richiede la valutazione degli studenti, per assicurarsi che continuino a progredire. In particolare, alle secondarie.
Stupisce un po' che ora il Ministero, su pressione sindacale, si stia adeguando all'idea di un "liberi tutti" che priverebbe i ragazzi di ogni incentivo ad affrontare seriamente i mesi che verranno. Né convince la scelta di non proseguire l'attività didattica, anche online, oltre metà giugno, recuperando parte del tempo perso.
Preoccupa, infine, che qualcuno nel mondo della scuola voglia cogliere l'occasione per eliminare - anziché posporre - risorse preziose, come i test Invalsi, strumento diagnostico utile in primo luogo alle scuole, o l'alternanza scuola-lavoro.
Concentriamoci piuttosto su come evitare che la didattica a distanza escluda gli studenti più fragili e meno avvantaggiati, aggravando i divari storici nella nostra scuola; come formare i docenti a insegnare online in modo efficace, anziché replicare con la web conference il modello tradizionale della lezione frontale; come, infine, riuscire a mantenere una relazione non solo didattica con gli studenti chiusi nelle loro case e privati delle normali relazioni sociali con i loro compagni.

Andrea Gavosto* – La Stampa – 3 aprile 2020
*Direttore della Fondazione Giovanni Agnelli

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Niente sei politico, ma resta il nodo valutazioni

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La “didattica a distanza”, che ha raggiunto ormai il 94% di studenti, come ha ricordato ieri al question time alla Camera la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, è scuola a tutti gli effetti: i ragazzi sono tenuti a collegarsi e alla frequenza on line, gli insegnanti stanno sperimentando le forme più varie di lezione (non solo invio di materiali didattici o assegnazione di compiti, ma sempre più spiegazioni e relazioni “dirette” con la classe virtuale); e c’è anche la «valutazione costante» del lavoro svolto dai ragazzi (questo perché proprio la valutazione, ha ricordato qualche giorno fa una nota del dicastero di Viale Trastevere, «è un dovere dei professori e un diritto che spetta a ogni anno alunno»). Dallo scorso 5 marzo, come si sa, le attività didattiche sono state sospese (ed è ormai certo che lo stop proseguirà oltre il 3 aprile); e ciò ha reso necessario, ha ricordato Azzolina, affidare subito, con provvedimenti normativi, ai presidi l’avvio delle attività di e-learning, proprio per dare una risposta concreta a famiglie e studenti. Insomma, la scuola «è aperta», e la didattica a distanza «non è un periodo di vacanza», è il messaggio del governo; e agli alunni è richiesto, perciò, impegno: la stessa Azzolina, del resto, ha più volte ribadito che non ci sarà «alcun 6 politico» e che la maturità per il mezzo milione di ragazzi coinvolti dovrà essere «un esame serio», seppur tenendo conto delle difficoltà dell’attuale situazione. Per tutti, ha già chiarito il ministero dell’Istruzione, e lo ribadirà oggi Lucia Azzolina nell’informativa al Senato, l’anno scolastico è in ogni caso valido anche se non si raggiungeranno, come ormai sembra scontato, i 200 giorni di lezioni. Anche l’altro requisito, oggi stabilito dalle norme per considerare regolare, ai fini della valutazione finale, l’anno sui banchi, vale a dire la frequenza dei ¾ del monte ore annuale personalizzato non dovrebbe avere conseguenze negative sul percorso degli studenti (si chiarirà, infatti, che si tratta di monte ore effettivamente svolto dall’istituto). Le difficoltà semmai si stanno riscontrando nei divari “tecnologici” dell’Italia; e dal salto in avanti richiesto ai docenti: «Da un 10% circa di professori che hanno già sperimentato lezioni 2.0 si tratta adesso di arrivare al 100% - commenta Laura Virli, dirigente scolastica del liceo Pascal di Pomezia -. In questi giorni sto lavorando molto, assieme ai docenti, sugli aspetti legati alla valutazione. Seppur in questa situazione inedita e complessa dobbiamo far percepire ai ragazzi che la scuola c’è». I voti, del resto, si possono dare «online e anche gli scrutini si potrebbero fare a distanza», aggiunge Antonello Giannelli, a capo dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi. Al momento, non è ancora chiaro quando le classi si potranno ripopolare (l’ipotesi più ottimistica indica inizi-metà maggio; quella estrema, il prossimo 1° settembre). La ministra Azzolina non si è sbilanciata su una data; molto dipenderà dall’andamento del quadro sanitario (certo è che il ritorno a scuola, assicurano dal governo, dovrà avvenire nella massima sicurezza). La fine dell’anno scolastico è fissata a partire dall’8 giugno; e tanto più la riapertura dei plessi si avvicinerà a tale data tanto più sarà necessario intervenire sulla maturità, che prenderà il via il 17 giugno con la prova d’italiano. L’attuale normativa, per accedere alle prove finali, prevede oltre alla frequenza dei già citati ¾ del monte ore annuale personalizzato, la sufficienza in tutte le discipline, condotta compresa, (è ammessa una insufficienza) la partecipazione obbligatoria alle prove Invalsi e lo svolgimento delle ore minime di alternanza scuola-lavoro (almeno 210 ore nell’ultimo triennio degli istituti professionali, 150 nei tecnici, 90 nei licei).

Tra le ipotesi in circolazione c’è il sempre più probabile stop all’obbligatorietà della scuola-lavoro, visto il sostanziale fermo delle attività esterne, in azienda, a oggi bloccate fino al 3 aprile. Anche sull’Invalsi si dovrebbe procedere a slegarlo dall’esame di Stato. Un’altra modifica, molto accreditata, riguarda le commissioni d’esame che potrebbero essere costituite da soli membri interni, più presidente esterno (oggi, i commissari sono tre interni, tre esterni, oltre al presidente esterno). L’attuale fase di emergenza sta impattando anche sui concorsi per assumere oltre 60mila docenti, che non sono stati ancora banditi. La ministra Azzolina punta a farli partire tra fine maggio e inizi di giugno, per immettere in ruolo almeno i precari della selezione straordinaria. Per alcuni, troppo tardi; e con il rischio concreto di trovarsi a settembre con il record di 200mila supplenti.

Claudio Tucci – Il Sole 24 Ore – 26 marzo 2020

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Invalsi, un nemico o un alleato?

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Anche quest’anno siamo arrivati al punto di svolta per tante famiglie: la scelta della scuola superiore per i propri figli. È un po’ come affacciarsi sul loro futuro: quali tecnologie si stanno affermando? Quali saranno le evoluzioni nel mercato del lavoro? Come conciliare le passioni dei propri ragazzi con un’occupazione sicura?          

                Qualunque strada si scelga, ci si imbatte però in un problema della scuola italiana, che emerge dai recenti risultati delle indagini Ocse Pisa e Invalsi sulle competenze di lettura dei nostri studenti: dal rapporto Ocse-Pisa risulta che solo uno studente su 20 distingue tra fatti e opinioni e dai test Invalsi il 35% degli studenti di terza media non capisce un testo; il 35% dei maturandi non è in grado di comprendere un testo di media difficoltà. Una riflessione ulteriore va fatta sulla distribuzione geografica degli esiti, di cui molto si è parlato sulla stampa per il divario fra Nord e Sud. Si tratta di risultati differenti sia per macro-regioni che per singole realtà regionali. Quelli negativi del Sud Italia sono strettamente correlati ad una serie di fattori che segnalano un disagio sociale: assenza di asili nido pubblici, bassa partecipazione dei bambini alla scuola dell’infanzia, minor numero di diplomati e di lettori, minor partecipazione alla formazione continua (già di per sé scarsa dovunque). Bisogna aggiungere che ci troviamo in presenza di Sud “diversi”, come nel caso positivo della Puglia, e che esiti differentisi sono registrati anche  fra centro e periferia urbana o fra paesi in montagna e centri urbani.

Non dobbiamo comunque dimenticare che il processo di formazione linguistica degli italiani   è abbastanza recente e nemmeno del tutto completato; per tale ragione, lo Stato avrebbe dovuto sostenere tale processo mettendo al centro la scuola (cosa che non è avvenuta sia a livello di selezione che di formazione - iniziale e in servizio - della classe insegnante). Piuttosto, sono allarmanti alcuni aspetti che emergono dalle indagini: la confusione tra fatti e opinioni, la difficoltà di stabilire una gerarchia fra le informazioni o di fare ragionamenti, insieme ad un uso poco consapevole e poco complesso della lingua. Da qui si deve partire per intervenire sul campo.

Dato tutto questo, indipendentemente dal tipo di scuola frequentata dai nostri ragazzi, quale è il ruolo dell’Invalsi e delle sue prove?  Perché tale valutazione è necessaria?

La risposta è semplice: per migliorare la scuola e non per etichettarla con giudizi più o meno negativi, restituendo agli insegnanti il risultato del loro operato. La finalità delle rilevazioni Invalsi è proprio quella di stabilire livelli di competenza omogenei, onde evitare, ad esempio, che la sufficienza venga raggiunta con livelli di preparazione minimi (come si suol dire, con una ‘infarinatura’…). A tale proposito va ribadito un concetto: il compito di insegnare a leggere   vale per i docenti di tutte le discipline. Basti pensare a ciò che significa comprendere un quesito di matematica, con le rappresentazioni grafiche (es. le “torte”), l’utilizzo di codici speciali, l’uso di parole del lessico quotidiano con significati speciali.

Che cosa fare dei dati Invalsi?

Per arrivare dalla valutazione al miglioramento si deve intervenire su quelle variabili che incidono sulla comprensione, invece di basarsi solo sul punteggio innescando così la competizione fra insegnanti e scuole e delegittimando il voto d’aula.

Che fare per migliorare? In primo luogo, condurre una riflessione sulle pratiche didattiche usate in classe per determinare gli apprendimenti; fare un progetto di intervento che tenga conto delle priorità, degli strumenti didattici (libri di testo compresi), del coordinamento fra docenti. Inoltre, per valutare uno studente si deve tener conto di una pluralità di valutazioni su abilità cognitive e non cognitive.

Una sintesi degli interventi didattici volti a migliorare la comprensione può essere la seguente: aiutare gli studenti “a capire di non capire”, facendo veder loro dei modelli, mostrando come si fa; con una attenzione (non valutativa) allo sforzo del lettore/trice; attraverso una comunicazione empatica, che dimostri di capire, ma anche di sostenere le difficoltà incontrate dal ragazzo. E, infine: abituarli ad esercitare il pensiero critico.

Per tutto questo, se comprendere ciò che si legge è un diritto di cittadinanza, per partecipare e agire nella vita sociale, evitiamo di considerare l’Invalsi come una materia in più da preparare, ma semplicemente come uno strumento di misurazione, simile ad un termometro che misura la febbre e ci dice se siamo ammalati, per poi poterci curare!

Clara Manca, 19 gennaio 2020

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