Natalia Goncharova, donna e artista rivoluzionaria

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Per la prima volta in Italia viene dedicata un’ampia retrospettiva a Natalia Goncharova, artista rivoluzionaria, esponente di spicco delle prime avanguardie russe del 900’, visibile dal 28 settembre al 12 gennaio 2020 nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze che per l’occasione sono state allestite con la carta da parati che trae ispirazione dalle opere della pittrice. Chi è Natalia Goncharova? Forse non tutti sanno che questa donna forte, come essa stessa ama dipingersi disegnando una mano gigante sproporzionata nel suo Autoritratto con gigli gialli, ha saputo inventare e poi ancora inventare, ma soprattutto lottare con la sua pittura per degli ideali di progresso. Ha tenuto sempre nel suo cuore la Russia, la terra d’origine, innamorata della sua storia e del suo folclore, dei colori accesi, delle tinte degli uomini che la abitavano e del paesaggio che la circondava. Natalia nasce nel governatorato di Tula, nella Russia centrale, nel 1881, dove vive fino all’adolescenza prima di trasferirsi a Mosca. Appartiene ad una famiglia della piccola nobiltà: il padre è il pronipote della moglie bellissima del poeta Alexander Pushkin che perderà la vita in un duello causato dalla presunta infedeltà della compagna, mentre la madre è figlia di un professore di Teologia all’Accademia moscovita. Le foto la ritraggono ragazza nei primi anni del Novecento mentre trascorre le vacanze in campagna con addosso le tipiche vesti russe. La stessa persona che qualche anno più tardi nel 1910 esporrà i primi dipinti di nudi eseguiti in Russia da una donna. Modella su sfondo blu viene sequestrata come la Dea della fertilità e la pittrice accusata di pornografia e d’immoralità. La resa dell’anatomia nel quadro viene ad essere esplicita a differenza di nudi più accademici di pittori contemporanei. Goncharova allora venne assolta dall’accusa di offesa alla pubblica morale. A distanza di più di cento anni quest’immagine, in particolare la parte superiore del dipinto che era stata scelta come trailer per la mostra a Firenze è stata giudicata da Instagram non adeguata perché raffigurava nudità e parti della pelle eccessive. Ora l’immagine è stata sbloccata. Natalia Goncharova con la scelta di dipingere quei nudi rivendicava ieri ed anche oggi gli stessi diritti degli uomini ai quali era lecito. L’esposizione a Palazzo Strozzi s’intitola Natalia Goncharova tra Gaguin, Matisse e Picasso e già nel titolo ha il merito di ricostruire le relazioni e gli influssi che Natalia Goncharova e il compagno Mikhail Larionov, con cui condividerà una vita dedita all’arte, riceveranno e metabolizzeranno a partire dalle loro tradizioni, sia dal contatto con artisti occidentali sia dalla visione dei loro quadri. A Firenze i paesaggi e le nature morte di Cezanne e di Gauguin, le forme di Picasso dialogano in maniera serrata con le invenzioni di Natalia che coglie le novità dell’Occidente con la ferma volontà di conservare la bellezza delle tradizioni russe e del mondo orientale. Il percorso della mostra ospita centotrenta opere provenienti da musei russi e internazionali: la Galleria Tretyakov di Mosca e il Museo Statale di San Pietroburgo, le collezioni della Tate, della National Gallery, dell’Estorick Collection, del Victoria and Albert Museum, del Museo del Novecento di Milano, del Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco e del Mart di Rovereto. Tutto questo permette di ottenere una panoramica su una figura che è stata la prima artista, non solo donna, ad avere dedicata nel 1913 a Mosca una mostra personale che ebbe non solo un vernissage strepitoso, come venne recensito all’epoca, ma venne visitata da dodicimila persone e furono vendute trentuno delle sue opere per 5000 rubli, come racconta, nel catalogo edito da Marsilio, Evgenia Iliukhina del Tate Modern di Londra. Il creatore dei Balletti Russi, Serge Diaghilev, per cui Natalia progetterà i costumi di varie opere dirà di lei: questa donna trascina tutta Mosca e tutta San Pietroburgo dietro di sé; non si imita solo la sua opera ma anche la sua personalità. Goncharova non fu solo pittrice, grafica, illustratrice, ma anche costumista, scenografa, decoratrice, attrice cinematografica e performing artist gia all’inizio del Novecento. Fu una donna d’avanguardia: la sua passione la porto a studiare per i balletti di Diaghilev i mosaici ravennati e i trecentisti toscani per Liturgie e per Triana il flamenco e le atmosfere e l’abbigliamento spagnolo. Queste opere, a differenza di Le Coq d’or e Oiseau de feu che le diedero la fama e che affascinarono i parigini perché il mondo russo viene interpretato in chiave moderna, non andarono in scena per i costi elevati. Le ispirazioni ricevute si tradurranno tuttavia in opere da cavalletto, come possiamo vedere in mostra, con Le donne spagnole, dove si leggono gli influssi delle icone russe anche se i colori sono smorzati: bianchi, marroni, neri, mentre le forme mostrano una frammentazione di matrice cubista. Ludovica Sebregondi curatrice della rassegna ha spiegato durante la conferenza stampa come Natalia Goncharova abbia avuto un ruolo trainante nelle avanguardie e sia riuscita unire la tradizione popolare e russa alla modernità. La studiosa ha poi raccontato di come l’esposizione si articoli in sezioni che fanno focus su tappe e temi importanti del suo percorso artistico come la Grande Guerra quando il suo compagno Larionov verrà gravemente ferito o la Religione. In questo campo ancora per prima, come donna, dimostrerà con le sue opere contro la tradizione ortodossa che voleva che solo gli uomini potessero eseguire icone, perché solo loro creati ad immagine di Dio, che tutti, le donne comprese, non avessero limiti né alla loro volontà né alla loro mente. Alcuni dei suoi lavori come gli Evangelisti vennero sequestrati anche perché raffigurati con stile moderno così da essere giudicati delle parodie. Per questo venne accusata di blasfemia e poi per fortuna assolta. Una vita intensa appare la vita di Natalia Goncharova, ma vissuta con compostezza. Una figura forte, come si diceva, che rivendica l’originalità dell’arte russa anche nei confronti del Futurismo che criticò anche per l’esaltazione della guerra e per il maschilismo. Nei primi anni dieci del Novecento lei e Larionov inventano il Raggismo che crea le forme dal gioco dei riflessi luminosi prodotti dagli oggetti. I raggi dei quadri catturano l’attenzione mettendo in secondo piano la riconoscibilità di ciò che viene rappresentato muovendosi in questo modo nella direzione di una progressiva astrazione. In comune con il Futurismo c’è l’idea del movimento, manca invece l’indiscussa esaltazione del progresso e della modernità di cui i movimenti russi d’avanguardia vedono i limiti. Dall’energia e dagli studi sulla trasformazione della materia Goncharova soprattutto procede, in maniera originale, nel suo percorso verso l’astrazione. Arturo Galansino, Direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi ha spiegato sempre durante la conferenza stampa come questa mostra su Natalia sia dopo Marina Abramovic una seconda occasione per celebrare in questo palazzo un’altra donna che ha unito in modo anticonformista e spesso provocatorio culture diverse. L’esposizione che si apre al pubblico il 28 settembre a Firenze ha avuto prima luogo a Londra e dopo sarà ospitata a Helsinki in Finlandia con l’obiettivo di fare conoscere un’artista ancora poco nota per il suoi meriti nella storia dell’arte e nel mondo della cultura.

Patrizia Lazzarin, 28 settembre 2019

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Gorky a Venezia a Ca' Pesaro

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Quella di Arshile Gorky è certamente una figura cardine dell'arte americana del XX secolo.  A Ca' Pesaro si confrontano arte americana ed arte europea, in una vivace dialettica, nella città di Venezia: storie diverse che s’intrecciano  a cominciare dall’esposizione dell’Armory Show, la prima grande rassegna d’arte che si realizzò nel 1913 a New York e  che  fece conoscere al grande pubblico statunitense  l’arte contemporanea  del continente europeo. ARSHILE GORKY  nato in Armenia nel 1904, ma giunto negli Stati Uniti  a sedici anni, figura  di rilievo dell’Espressionismo Astratto americano accanto al noto  Jackson Pollock, è il protagonista della rassegna che si è aperta a Ca’ Pesaro e che sarà visitabile  fino al 22 settembre. La conoscenza e l’assimilazione di stilemi, contenuti e forme dell’arte europea antica e moderna si condensano nella vicenda umana e artistica del pittore americano. I primi ritratti ed autoritratti respirano la lezione della pittura antica  dei famosi dipinti del Fayyum, nei colori che virano dai gialli ocra ai rossi e ai marroni,  ma elaborano nelle forme gli spunti che nascono dall’osservazione alle opere cubiste  di Pablo Picasso. Sono colori caldi che ritorneranno anche in alcune  sue nature morte o nei dipinti astratti e che ci trasportano come su un tappeto armeno nella   terra dove era nato e  da dove era dovuto fuggire a causa delle persecuzioni che avevano causato la morte dell’amata madre, per fame e stenti. La mostra che si può ammirare nelle sale di Ca’ Pesaro analizza  una delle figure cardine della pittura americana del XX secolo  e ha la direzione artistica di Edith Devaney, curatrice alla Royal Academy of Art di Londra e di Gabriella Belli, storica dell’arte e direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia. L’esposizione ha un doppio significato poichè è la prima retrospettiva  antologica dedicata in Italia a questo artista che segue quella tenutasi nel 2009 nel Museo di Philadelphia e come quest’ultima vuole rilevare o meglio riconoscere in tutto il percorso dell’artista americano la sua vena creativa che alcuni, a torto, avevano giudicato presente solo nell’ultimo decennio della sua carriera. Nelle opere di Arshile Gorky  è facile individuare degli archi temporali dove influenze di altri pittori  ed elaborazioni personali dell’artista producono esiti assai differenti. Il periodo iniziale prende avvio  dalle opere della metà degli anni Venti  e prosegue fino alla fine degli anni Trenta. Il secondo momento interessa gli anni Quaranta fino alla sua morte, avvenuta nel 48’.  Vosdanig Adoian, questo è il  nome di battesimo del pittore che cambierà in  Arshile Gorky, dedicherà tutta la sua vita all’arte, studiando questa materia a scuola e da autodidatta, insegnando, dipingendo nel suo atelier e visitando musei e gallerie. La sua diversità e la sua alterità che gli derivavano dalla sua condizione di esiliato e che a differenza di molti artisti europei che con il secondo conflitto mondiale erano emigrati negli Stati Uniti,  ma poi erano   tornati in Europa, sarà anche il magma interiore che egli poi scioglierà nella sua arte. La lezione  sui quadri di Cezanne, di Ingres e di Mirò lo avvicinerà a un medium in grado di trasportare sulla tela la sua visione del mondo. Accostando alcune nature morte   di Gorky e di  Cezanne, come quella in cui, ad esempio,  compare il Teschio si notano le differenti pennellate: più scure, più dense quelle del primo  che mutano anche il senso di costruzione e la  profondità dello spazio. Il pittore americano molto discusso anche dai contemporanei  era apprezzato  dall’artista e studioso John Graham, il mentore dei pittori dell’Espressionismo Astratto americano che nel suo libro System and Dialectic of Art, trattando il tema dell’Avanguardia, si chiedeva cos’è un’opera d’arte. Concludeva che essa è l’immediata, disadorna testimonianza di una Reazione intelletto- emotiva dell’artista … La pittura di Gorky si modifica dopo l’incontro con i pittori surrealisti e inizia un percorso di astrazione visibile anche nei disegni come Nightime ed Enigma e nostalgia. I disegni numerosissimi sono fondamentali per comprendere il suo interrogarsi sui soggetti  che diventano biomorfici rendendo leggibili pulsioni ed emozioni. Forme di vita fluttuanti che disegnano un universo di significati nuovi. Un mondo che è mutato nel grande sconvolgimento  seguito agli avvenimenti storici di quel periodo  come fu la seconda guerra mondiale. Le ultime opere sono infatti un vocabolario di forme fantastiche: The Liver is the Cock’s Comb (1944), One Year the Milkweed (1944) e Dark Green Painting (1948 circa). Quando si svolgerà la Biennale del 1948, Arshile Gorky si era da poco suicidato. Si delineava   allora in maniera più chiara quella disputa fra artisti  astratti  e  realisti che era iniziata a metà degli anni Trenta e di cui il segretario generale della manifestazione di allora,  Rodolfo Pallucchini, nella presentazione al catalogo della mostra, si interrogava sugli esiti possibili e futuri. La XXV  Biennale veneziana del 1950 consacrerà l’astrattismo americano  di Jackson Pollock, Willem de Kooning e Arshile Gorky, in grado di rappresentare con più rispondenza e precisione i nuovi tempi in confronto alle vecchie correnti come il surrealismo. La prima emozione che si riceve da una tela di Gorky”, sosteneva Scialoja, “è quella di un colore tutto offerto, tutto affiorato. Potremmo dire che  la sua pittura è la musica di un’anima che osserva la natura e la sua bellezza, ma ne vede anche l’implicita tragicità. Questa retrospettiva realizzata in stretta collaborazione con The Arshile Gorky Foundation e i membri della famiglia più stretti include opere che raramente sono state esposte e illumina zone buie della nostra storia dell’arte andando ad esplorare le relazioni artistiche  fra l’Europa e l’America.

Patrizia Lazzarin, 8 maggio 2019

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