L’arte inquieta: paesaggi interiori, mappe, volti

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Sospesa nel vuoto, in bilico fra l’altezza e la caduta, l’arte è capace di farci trattenere il respiro nella comprensione del mistero che la distingue. L’ARTE INQUIETA, L’URGENZA DELLA CREAZIONE, l’esposizione da oggi aperta alla Fondazione Palazzo Magnani, a Reggio Emilia, esprime questo significato sin da una delle prime opere che possiamo qui ammirare: Il Funambolo del pittore tedesco Paul Klee. Ma la metafora si presta, in questo caso, ad un’altra urgenza perché l’Arte Inquieta, come il trapezista sul filo, segna il legame sottile che esiste fra l’arte colta e l’art Brut, fra ragione e follia, fra le diverse componenti dell’essere umano che nella loro fragilità e bellezza, vivono in movimento, a volte in subbuglio, nella testa e nel “cuore”, costruendo così differenti equilibri. Il percorso espositivo avvicina autori che sono dei pilastri fondativi dell’arte moderna ad altri che invece provengono da realtà spesso non contemplate dal mondo dell’arte. Nel primo gruppo incontreremo le creazioni anche di Alberto Giacometti, Jean Dubuffet, Hans Hartung, Anselm Kiefer, Antonio Ligabue, Pietro Ghizzardi, Cesare Zavattini, Maria Lai, Alighiero Boetti, Emilio Isgrò e Carla Accardi. Fra le altre, ci sono opere inedite che provengono dall’Archivio dell’ex Ospedale San Lazzaro del Museo di Storia della Psichiatria di Reggio Emilia. Esso contiene più di 28.000 tra disegni, opere plastiche e pittoriche ed  è una delle maggiori raccolte storiche di realizzazioni artistiche in questo ambito. L’archivio costituisce uno strumento essenziale nella ricerca che lega arte e psichiatria. Prima di approfondire le tematiche  della mostra ritorniamo al termine Art “Brut” che significa  come lo champagne senza aggiunta di zucchero.

L’inventore di questo concetto è stato un artista francese, Jean Dubuffet che era anche commerciante di vini e che nel 1945, dopo il secondo conflitto mondiale che aveva scosso profondamente le coscienze e gli animi, sentì la necessità di andare a cercare i primitivi del XX secolo.  Lo fece attraverso  un viaggio in Svizzera insieme al famoso architetto Le Corbusier e allo scrittore Jean Paulhan: una ricerca all’interno di ospedali psichiatrici, nelle prigioni e nelle campagne isolate. Questa necessità interiore trovava fertile humus nella tradizione francese delle avanguardie e il loro gusto per l’esotismo anche geografico, come ci ricordano i quadri di  Paul Gauguin, e si allarga poi a esplorare, sulla scia dei progressi della psicologia e della nascita della psicoanalisi, i mondi interiori dell’infanzia e della follia. Gli studi degli psichiatri, nei primi anni del Novecento, avevano già fatto emergere il valore estetico delle creazioni dei loro pazienti, soprattutto le loro qualità che le avvicinavano alla corrente pittorica dell’espressionismo. Il volume del medico  tedesco Hans Prinzhorn che illustra la produzione plastica dei malati mentali è stato fonte di  ispirazione sia per Paul Klee sia per Marx Ernst e la generazione surrealista.

Diventava in quel momento “vitale” lo scavo nella profondità dell’animo umano, anche in persone e aspetti meno studiati. Emergeva una sensibilità che avvicinava, come proprio la rassegna nella città emiliana fa comprendere, sia gli artisti riconosciuti sia le persone con sofferenze fisiche e mentali, come ad esempio Gino Sandri. Di lui possiamo citare Visione, i tanti ritratti o L’ottimo burocrate piemontese, non lontano da pose e sguardi di pittori quali Emil Nolde, Max Pechstein e Werner Neuhaus. Tutti restituiscono concetti strappati all’intuizione o alla preveggenza, al genio e alla follia, mentre si interrogano sul mistero della vita e su di noi che oggi camminiamo increduli sulla superficie terrestre o orbitiamo nel cielo. Ognuno  di loro ci consegna un lembo di verità, sia nella Grande femme di Alberto Giacometti, o  nelle ombre luminose di materia di Zoran Mušič  o se si vuole, nella Vergine pazza di Lorenzo Viani che fanno da contrappunto musicale alle opere dello “sconosciuto” L.B. che sembrano rileggere l’irlandese Bacon, o all’opera Dal Pavimento in su di Emilio Isgrò. La mostra si libra su un tappeto di idee, linee e colori  per farci guardare dall’alto un panorama di identità frastagliate. Ci proietta tuttavia anche in spazi a noi vicini come quando il regista e pittore Cesare Zavattini dipinge l’amico Antonio Ligabue e ci conduce dentro quel Po, fra le sue brume e nebbie.  Lì scopriamo  il  dialogo magico fra il regista e i suoi ovali, le donne bionde e more di Pietro Ghizzardi che si preparava i colori direttamente dalla terra e  Ligabue, davanti allo specchio, intento a dipingere il suo volto più carismatico. La rassegna si forma cosi nella contrapposizione e accostamento di mappe, tracciati e percorsi di luoghi e di anime.

La presenza  di autori come Alighiero Boetti, Anselm Kiefer e  Maria Lai che ha legato con un nastro lungo 27 km le case del suo paese alla montagna più alta di Ulassai, illustrano la potenza immaginifica  e la poetica che le opere in mostra presentano. Incontriamo l’opera di Carlo Zinelli, il maggiore esponente dell’Art Brut in Italia, con il ritmo delle sue figure che ritornano e si nascondono, e dall’archivio di San Lazzaro le carte di Giuseppe Righi con architetture fantastiche che ci rammentano Ferdinand Cheval, il postino francese e costruttore ottocentesco del Palais Ideal, nel sud della Francia. L’archivio contiene anche le cartografie di Federico Saracini, il conte di Belfort, come si proclamava in omaggio alla sua storia familiare. Esse sono mappe politiche e filosofiche che sanno relazionarsi con il linguaggio delle avanguardie. Decine e decine di musei e di  collezionisti hanno collaborato al progetto di mostra che comprende 140 opere. La curatela scientifica è stata affidata a Giorgio Bedoni, psichiatra e docente all’Accademia di Brera a Milano, a Johann Feilacher, direttore del Museo Guggin di Vienna e a Claudio Spadoni, noto storico dell’arte. “Identità inquieta” si incontra con il territorio attraverso un cartellone di iniziative culturali, eventi ed appuntamenti promosso dal Comune di Reggio Emilia, Fondazione Palazzo Magnani e Farmacie Comunali Riunite con il fine di interrogarsi sull’identità sociale, educativa e culturale della città e di ascoltare le richieste che giungono dagli ambienti e contesti più fragili. L’esposizione che sarà visibile fino al 12 marzo 2023, sarà carbon neutral. La Fondazione Magnani si è prefissata a cominciare da essa di compensare interamente le tonnellate di CO2 riversate nell’atmosfera per le attività culturali realizzate.

                                                                               Patrizia Lazzarin

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Valdés, le forme del tempo, una damigella intrigante...

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Una preziosa Menina, damigella d’onore, alta sette metri e del peso di undici tonnellate si eleva negli spazi di una rotatoria di Alcobendas a 15 km da Madrid. L’immagine ci conduce  direttamente a Las Meninas, uno dei quadri più belli e anche intriganti  del pittore spagnolo del Seicento: Velasquez. Il dipinto dal contenuto enigmatico  è stato riproposto con diverse interpretazioni da artisti famosi quali Monet,  Dalì e soprattutto Picasso che si è cimentato su questo soggetto ben cinquantotto volte. L’opera che possiamo vedere nella città di Alcobendas è  frutto della creatività di  Manolo Valdés, anch’egli spagnolo, nato alla fine degli anni Quaranta del Novecento, le cui  grandi sculture  in legno ed in bronzo troviamo in centri come Parigi, Monaco di Baviera, Valencia, Montecarlo, Pietrasanta, Bilbao, Biarritz, Hong-Kong, Singapore e New York, dove all’Orto Botanico dal 2013, sono esposte tredici sue teste giganti. Estremamente espressivi sono anche altri tre pezzi che raffigurano dei volti in dialogo e che possiamo vedere all’Aeroporto di Madrid, animati  dalle parole  dello scrittore peruviano Mario Vargas Llosa. La premessa fatta può essere utile   per far conoscere solo alcuni dei fatti che testimoniano il successo di Manolo Valdés nel mondo.  Ecco dunque  che l’antologica che si è aperta a Palazzo Cipolla a Roma nel mese di ottobre e che ha  la curatela di Gabriele Simongini costituisce un episodio  significativo perché ci permette di osservare  la varietà di opere di questo artista che dai suoi esordi ha saputo instaurare un dialogo con l’arte del passato, dal mondo greco alla contemporaneità della Pop Art e dell’Informale,  per  svelare dentro la traccia  che l’altro, sia esso pittore  o scultore aveva lasciato nell’opera, altri segni ed altre forme  che contenessero gli innesti  di  una nuova creatività. La rassegna Manolo Valdés. Le forme del tempo, molto voluta dal Prof. Avv. Francesco Maria Emanuele che è il presidente della Fondazione Terzo Pilastro-Internazionale che l’ha sostenuto in questo obiettivo,  è  stata realizzata da POEMA in collaborazione con la Galleria Contini di Venezia e con il supporto organizzativo di Comediarting e Arthemisia. Nella mostra saranno ammirabili circa settanta opere che provengono direttamente dallo studio dell’artista e da collezioni private e che comprendono quadri e sculture che ci spiegano come egli abbia saputo reinventare, con spirito ludico e visionario, molti nomi assai noti della Storia dell’arte. Sculture realizzate con diversi materiali: dal legno al marmo, dal bronzo all’alabastro, dal ferro all’acciaio e all’ottone. Dei materiali si è servito anche per tradurre nuovi significati che tenessero conto del passaggio del tempo: quei  buchi e lacerazioni che testimoniano che tutto questo non è stato indolore... Lo rivelano proprio le sue parole: dal XVII secolo ad oggi sono successe molte cose e quelle cose si rispecchiano anche nei miei quadri. Sicuramente non potrei fare una testa che nel Seicento fu dipinta a grandezza naturale e farla diventare alta due metri senza che il Pop mi avesse insegnato a farlo. Con il Pop ho imparato che quelle grandi scale avevano un impatto ma anche altri mi hanno insegnato altre cose. Il tuffo nel passato di Manolo tocca le profondità oceaniche per risalire, per ritornare a vedere il mondo con altri occhi e offrircene una visione dai contorni forti. Il dialogo si svolge ininterrotto fra passato e presente, senza schemi che ne irrigidiscano la comunicazione e la comprensione. Mi sono abituato a guardare il mondo attraverso gli occhi della cultura. Per farla breve osservo, apprezzo e provo simpatia per una mela dipinta da Cézanne. Mi piace il cielo se assomiglia ad un Friedrich e amo i girasoli grazie a Van Gogh.  Il suo estro attinge oltre al già citato Velasquez a Rubens, a El Greco, a Ribera, Leger, Matisse fino a  Roy Lichtenstein. Le sue idee si originano anche dall’ambiente che lo circonda come nel bronzo dipinto Mariposas azules del 2016, dove una testa è coperta da una  corona  di farfalle.  Egli racconta: un giorno passeggiando per Central Park vidi un gruppo di farfalle che era atterrato sopra una scultura e nacque l’idea del copricapo. La mostra di Roma che rimarrà aperta fino al 10 gennaio evidenzia la variegata produzione di Valdés, a cominciare dai dipinti su tela di iuta degli anni 1984-1989 che traggono spunto dalla pittura tradizionale spagnola come Caballero antiguo del 1984, El Conde Dunque de Olivares del 1989 oppure il dipinto dell’Infanta Margarita del 1993, dove la figura diventa quasi altorilievo e apre l’approdo di Valdés verso la scultura. Ci sono poi i ritratti all’italiana che si calano nel Rinascimento delle corti e l’opera intitolata Perfil con imagenes de Sonia Delaunay I del 1997, il ritratto di una pittrice ucraina, naturalizzata francese, esponente del Movimento del Cubismo orfico sviluppatosi nel primo decennio del Novecento. Le teste di Matisse e i suoi nudi sono i punti di partenza per altre invenzioni dal 1995 ad oggi, mentre i dipinti con foglie e vasi o altre nature morte si ricollegano a Eduard Manet, al Pop Contemporaneo, come nei semplici e grossi coni gelato, o si allungano fino a comprendere le visioni del mondo greco-romano.  Ci deliziano le sculture in legno come la Reina Mariana del 1982, la Libreria in 4 moduli del 1996 e le sculture in bronzo, materia di cui Valdés ha sperimentato le potenzialità in composizioni diverse: dalle meninas alle dame a cavallo, fino alle maschere e ai giochi formali sulla scia dei disegni di Alberto Giacometti. Grazie a  percorsi tematici conosciamo l’attività dell’artista soprattutto negli ultimi dieci anni: attraverso i ritratti, le nature morte, le maschere africane e le variazioni musicali su Matisse ci caliamo nella sua visione e implicita critica alla Storia dell’arte.

Patrizia Lazzarin – 26 ottobre 2020
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Donne nella fotografia: Inge Morath

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Inge Morath, austriaca naturalizzata cittadina americana, è stata una delle prime collaboratrici della Magnum Photos, una delle più grandi agenzie  fotografiche del mondo.

Focus sulla qualità della fotografia che diventa tocco di poesia e  ritratto delle persone che hanno vissuto  epoche storiche e luoghi diversi: esseri umani  colti nella bellezza di un momento fugace e intenso. La mostra che è in corso a Ca’ dei Carraresi  a Treviso rivela una fotografa nota alle cronache solo in parte  e soprattutto  per    aver sostituito nel cuore  dello scrittore americano Arthur Miller, la famosa  attrice Marilyn Monroe, icona  che è entrata in tutte le case   grazie alle immagini della  Pop Art di Andy Wahrol. Inge Morath, nata a Graz da due genitori scienziati, diventerà  una delle prime collaboratrici dell’agenzia Magnum Photos che ha annoverato fra i suoi fondatori in primis Robert Capa ed Henry - Cartier Bresson. In  questi ultimi anni l’attenzione rivolta alle fotografe artiste sia in letteratura sia nelle rassegne d’arte è cresciuta in modo significativo. In contemporanea e in città non molto distanti possiamo  visitare  tre mostre che raccontano delle pioniere in  questo genere. Dopo Treviso,  alle Scuderie del Castello Visconteo a Pavia è visibile  l’esposizione  su Vivian Mayer, la bambinaia statunitense esponente della Street  Photography che andava a “raccattare”  nei suoi scatti e ad immortalare la povera gente e le cose buttate per recuperarne la bellezza interiore. Foto poetiche che hanno lasciato un segno.   La rassegna  che è visitabile alla Casa dei Tre Oci a Venezia fa  luce invece su una fotografa combattiva: Letizia Battaglia  che ha scandagliato gli intrecci mafia – società a Palermo. Donne che sono cadute, sventrate sul campo di battaglia, nello svolgimento del  loro lavoro di fotografe come Gerda Taro, la cui vicenda autobiografica si legge anche nel libro che ha ricevuto il premio Strega lo scorso anno: La ragazza con la Leica di Helena Janeczek. Ognuna di queste figure citate ci riporta un pezzo di storia in parte dimenticata, in parte soprattutto non vista. Inge Morath era una grande viaggiatrice, come diceva anche il marito Miller. Parlava in maniera fluida  la lingua tedesca, inglese, francese,  spagnola,  rumena,  russa e il mandarino cinese. Ogni suo viaggio era preceduto da una preparazione accurata sulla storia,  le tradizioni e  la cultura dei paesi che avrebbe visitato. L’umanesimo che plasma la fotografia del secondo dopoguerra traspare negli scatti e nelle parole di Inge: Ho amato la gente. Mi hanno permesso di fotografarli, ma anche loro volevano che li ascoltassi per dirmi quello che sapevano. Così abbiamo raccontato la loro storia insieme. Nelle immagini scattate compaiono persone note che hanno riempito il jet set internazionale della cultura e dello spettacolo: il pittore Pablo Picasso, il drammaturgo  Harold Pinter, il poeta Pablo Neruda, il  Nobel  per la letteratura tedesca Heinrich Boll, la scrittrice britannica  Doris Lessing, le autrici statunitensi  Anaïs Nin ed Erica Jong, il compositore russo Igor’ Stravinskij, l’attrice inglese Audrey Hepburn, la stilista Gloria Vanderbilt e gli scultori Louise Bourgeois e Alberto Giacometti.  Alcuni dei suoi scatti hanno regalato l’immortalità. La mostra fa luce anche sulle amicizie di Inge e sui luoghi che  negli anni del dopoguerra non erano,  per ragioni diverse,  facilmente visitabili come la Russia, la Romania, l’Iran o la Cina. In Spagna Inge si recò per la prima volta con Henry -Cartier Bresson nel 1951, ma ci ritornerà più volte ritraendo, oltre alla quasi irraggiungibile sorella di Picasso: Lola,  anche Mercedes Formica, l’avvocata che si batteva per i diritti delle donne durante la dittatura franchista. Da questo viaggio come da molti altri sono nati dei volumi che sono stati pubblicati e che raccolgono testimonianze incredibili della realtà sociale ed economica del secondo dopoguerra. Non solo infatti i nomi noti sono colti dall’obiettivo di Inge, ma anche le persone  che affollano le vie principali delle città e  le fabbriche, o che colorano di umanità  i luoghi: i bambini  nelle piazze a Venezia,  la  vecchia venditrice  di sogni all’angolo di un palazzo in una cittadina spagnola, il ragazzo di  una  povera falegnameria in  Cina, la gente che  lava i vetri sui grattacieli di New York o le due giovani in pantaloncini corti  che camminano serene, con la bici a mano, sulle strade della cittadina belga di Enghien, negli anni Cinquanta. Brani di vita vissuta che ritorna attuale, estremamente vitale nel sapore conservato intatto. Uomini giovani o vecchi  che sembrano con noi camminare nel viaggio straordinario della vita.  Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Italia così lontane e così vicine nel tempo. Morath negli anni 60’ collabora con uno dei disegnatori più significativi del XX secolo: Saul Steinberg. Il frutto di questa intesa saranno le Maschere di Steinberg negli scatti di Inge: un’ironia lieve che fa sorridere in modo amabile, ma gli sguardi intelligenti o opachi di mille esseri umani o semplicemente il loro essere  è  certamente la più bella eredità che la fotografa ci ha donato.

Patrizia Lazzarin, 11 aprile 2019

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