A Venezia i tesori dei Moghul e dei Maharaja

Cpppa del vino del Moghul a Palazzo Ducale di Venezia

Un dossier prezioso è la mostra che si è aperta il nove settembre a Palazzo Ducale   per la comprensione delle relazioni di Venezia con i paesi dell’Asia e del Mediterraneo.  La città lagunare è stata chiamata a  ragione la porta  d’Oriente. Le esposizioni nel palazzo dei Dogi: Venezia e l’Islam nel 2007  e Venezia e l’Egitto nel 2011  che  avevano preceduto la rassegna odierna Tesori dei Moghul  e dei Maharaja    avevano già fatto conoscere l’esistenza una  lunga  e lontana amicizia  della Repubblica marinara con l’Oriente, come ha sottolineato la direttrice della Fondazione dei Musei Civici, Gabriella Belli.  Palazzo Ducale, antica sede del potere è sembrata cosi il luogo ideale per ospitare,  per la prima volta in Italia, le  gemme e i gioielli della Collezione Al Thani, una delle più stupefacenti raccolte esistenti al mondo di preziosi indiani o d’ispirazione indiana degli ultimi cinque secoli. Gioielli dai significati profondi che alla bellezza uniscono la storia e i miti di uno spazio temporale racchiuso fra l’epoca  degli imperatori Moghul (1526-1858): i discendenti di Tamerlano,  del  Raj britannico (1858-1947)  e quella contemporanea. Venezia  dunque,  dopo  Londra e   Parigi,  è la città  che ha l’onore di   essere   lo scrigno  che accoglie e dove possiamo ammirare i  duecentosettanta gioielli dello Sceicco Hamad bin Abdullah  Al Thani.  Opere d’arte dove la vista del taglio  e dell’incastonatura  di verdi smeraldi, rossi rubini e spinelli, bianchissime perle e diamanti lucenti ci lasciano letteralmente a bocca aperta. L’India è  una terra nota da sempre per la presenza di favolose ricchezze: il Kashmir era il luogo dove si potevano trovare i zaffiri delle più svariate tonalità,  il Badakhshan offriva gli spinelli, pietre preziose simili ai rubini, nel Deccan vi erano  magnifici diamanti e nel Golfo Persico si potevano raccogliere le perle. Già Marco Polo ci raccontava di favolosi tesori. Sulle gemme esposte in mostra troviamo incisi i nomi dei monarchi,  cosa abituale  sulle pietre più preziose che finivano così per diventare delle testimonianze del valore di una dinastia.  Questa mostra attraverso le sue  articolate sezioni ci svela un mondo. Alcune gemme vantano poi  una provenienza illustre. Arcot II è uno dei diamanti regalati da  un nobile musulmano alla regina Carlotta moglie del re Giorgio III (1738-1820) e poi incastonato nella corona di Giorgio IV, mentre l’Occhio dell’idolo è considerato il diamante blu tagliato più grande del mondo. Splendidi sono   gli smeraldi, molto apprezzati dai sovrani islamici dell’India poichè il verde era il colore preferito di Maometto. I poteri salvifici e protettivi  delle pietre preziose sono  tenuti    in considerazione ancora oggi in India  e antichi trattati li descrivono con dovizia di particolari. Ogni gemma per gli induisti ha un significato che si collega all’universo e alle sue leggi. Molte persone indossano preziosi che allontanano sfortune e malattie e altri che aiutano a raggiungere la felicità e la ricchezza ritenendoli permeati da una forza vitale e positiva sulle vicende dell’uomo.  Ai sovrani dell’impero Moghul venivano destinate le pietre più grandi e pregiate estratte nel territorio a cui si aggiungevano quelle provenienti dagli ambasciatori che le portavano in dono e quelle degli acquisti effettuati dai mercanti europei. Molti pezzi nella rassegna rivelano il gusto artistico della dinastia Moghul e il dialogo del mondo indiano  con il continente europeo. Possiamo osservare entrambi questi aspetti: da un lato l’applicazione di tecniche autoctone come quella Kundan, dove le gemme venivano posizionate senza adoperare griffe visibili e conservando, per quanto possibile, le dimensioni originali della pietra e dall’altro l’utilizzo da parte degli orafi indiani di tecniche quali la smaltatura conosciuta in Oriente grazie all’arrivo degli artisti delle corti rinascimentali europee. Tra gli oggetti realizzati con una decorazione di smalti policromi e con la tecnica kundan spiccano il portapenne e calamaio del 1575 -1600 originario del Deccan, un esemplare che veniva donato  dai sovrani ai cortigiani più anziani come segno di distinzione. Fra le chicche della collezione Al Thani vediamo la più antica giada Moghul datata: essa risale al 1607-08. Si tratta della Coppa da vino dell’imperatore Jahangir. Questo oggetto di valore inestimabile che contiene un’iscrizione in versi in lingua persiana è interessante perché realizzato  con un materiale: la giada che veniva ritenuta capace di svelare la presenza del veleno e favorire la vittoria. Questo pezzo raro racconta ancora quindi sulla storia e sui valori del mondo indiano dove smeraldi, perle, rubini, zaffiri, giacinti, topazi, occhi di gatto e coralli possedevano proprietà benefiche e rappresentavano l’universo in miniatura come nel gioiello –talismano per eccellenza il navaratna. Il  dialogo che si era creato a partire dal Rinascimento fra la cultura indiana e quella europea è continuato  nelle epoche successive. Le opere nate dallo scambio culturale fra Oriente e Occidente costituiscono una sezione di grande rilievo della collezione Al- Thani che possiamo osservare in mostra a Palazzo Ducale. Fra queste le spille di Cartier: ricordiamo quella disegnata per l’Esposizione Internazionale di Arti decorative e industriali  moderne di Parigi nel 1925 o sempre di Cartier la collana di rubini di Nawaganar.

La quinta sezione della mostra raccoglie tanti gioielli realizzati da rinomate maison occidentali  come la piuma di pavone eseguita per un maharaja di Kapurthala per la giovane moglie di origine europea Anita Delgado. Una precisazione utile perché spesso nel mondo indiano i monili preziosi venivano indossati  dagli uomini. Altri oggetti ci tramandano il cerimoniale e gli usi di corte come il diffusore di acqua di rose con cui venivano profumati gli ospiti al termine di un pasto o di una visita come segno di accoglienza e favore. Nell’esposizione sono visibili   collezioni di oggetti del 1700 a smalto verde con gemme incastonate,  adoperati nelle udienze di corte e che ora rappresentano delle   importanti testimonianze dell’antica tradizione indiana. Tanti sono gli ornamenti e i simboli del potere come le spade e i pugnali o il favolosotessuto ricamatoche faceva parte del famoso Baldacchino di perle di Baroda, dove la seta che ricopre la pelle di cervo è letteralmente tappezzata di pietre preziose e perle per un totale di  circa 950.000 piccole gioie. L’esposizione che si protrarrà fino al 3 gennaio 2018 e  che  ha visto la partecipazione di studiosi  come Amin Jaffer e Gian Carlo Calza si chiude con un omaggio all’arte orafa contemporanea mettendo in vetrina gioielli indiani ed europei ispirati alla tradizione indiana. In mostra ammiriamo le opere di Viren Bhagat, accanto a quelle di Cartier e di Jar. Nei manufatti dell’orafo si intrecciano motivi e forme molto antichi con materiali e tecniche moderne. Questa rassegna importante sotto tanti profili vede anche la collaborazione veramente straordinaria di tante persone della Fondazione dei Musei Civici di Venezia e un ringraziamento particolare  è stato fatto  a Bianca Arrivabene dalla direttrice dei Musei Civici veneziani, la dr.ssa Gabriella Belli.

Patrizia Lazzarin, 12 settembre 2017