Educare alla memoria

Educare alla memoria

Educare alla prevenzione dei crimini contro l’umanità. La proposta di istituire una Giornata della Memoria da celebrare nelle scuole d'Europa è frutto del lavoro compiuto dal Consiglio d'Europa nell'ambito dell'insegnamento della storia del XX secolo. Lo studio del Novecento deve necessariamente affrontare anche la questione della promozione dei diritti umani e della democrazia. Infatti, i crimini contro l'umanità sono da considerare, insieme alle due guerre mondiali, alle dittature ed al pericolo latente di un'apocalisse nucleare, una delle tragiche caratteristiche della storia d'Europa nel XX secolo. Il Consiglio d'Europa ha proposto un'operazione di stimolo della memoria, per tener vivo il ricordo di quei crimini: una rivisitazione storica non fine a se stessa, ma finalizzata per comprendere la necessità di promuovere il rispetto dei diritti umani, la tolleranza ed il dialogo. Sulla base di questo lavoro, ed in occasione della Conferenza ministeriale di Cracovia nel 2000 e del Seminario ministeriale di Strasburgo nell’ottobre del 2002, i ministri della pubblica istruzione degli Stati membri del Consiglio d'Europa hanno deciso di istituire, in stretta collaborazione con il Consiglio d'Europa, una “Giornata della memoria”, da celebrare in tutti gli istituti scolastici degli Stati membri a partire dal 2003 e secondo le modalità e priorità stabilite dai singoli paesi.

In qualità di Stato membro del Consiglio d'Europa, la Svizzera ha partecipato alle due conferenze ministeriali, approvando la decisione di organizzare una “Giornata della memoria”. La data stabilita è quella del 27 gennaio, nel ricordo del giorno in cui avvenne la liberazione degli sventurati prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz da parte dei soldati dell'Armata Rossa nel 1945. Nelle scuole svizzere, questa giornata è stata celebrata per la prima volta il 27 gennaio 2004. Una celebrazione che ha lo scopo di rinnovare la memoria su queste pagine particolarmente dolorose della storia d'Europa e di suscitare una riflessione su antisemitismo, antirazzismo e sul significato della tolleranza e del rispetto dei diritti umani.

La Germania, la Francia, la Svezia e la Repubblica Ceca hanno a loro volta deciso di organizzare, il 27 gennaio, la Giornata commemorativa della liberazione dei prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe dell'Armata Rossa. Per il suo valore simbolico, tale data è risultata la più adatta per ricordare la tragedia dell'Olocausto e sensibilizzare sui crimini contro l'umanità. Alcuni paesi hanno scelto una data differente, relativa a un isodio della loro storia nazionale. L’Italia rimembra l’Olocausto il 27 Gennaio, una data significativa proposta all’inizio è stata quella del 16 Ottobrein memoria della deportazione dei romani dal ghetto ebraico nel ‘43. l'Austria ricorda l'Olocausto il 5 maggio, giorno della liberazione del campo di concentramento di Mauthausen.Bulgaria, Ungheria, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Romania, Slovacchia, Serbia, l’ex repubblica Jugoslava di Macedonia hanno istituito il giorno della memoria della Shoah in concomitanza di eventi storici avvenuti nei rispettivi paesi durante il periodo dell’Olocausto. Ad esempio, l’Ungheria commemora il 16 Aprile, data in cui fu creato il primo ghetto a Munkas, mentre la Lituania ha scelto il 23 Settembre in memoria dello sterminio degli Ebrei nel ghetto di Vilnius nel 1943. I contenuti di una tale Giornata variano a seconda dei paesi. In alcuni, l'accento è posto sull'accoglienza prestata ai rifugiati e sugli sforzi della popolazione intesi a proteggere gli ebrei dallo sterminio (Andorra, Bulgaria, Finlandia, Grecia e Turchia). In altri, la Giornata diventa anche un momento di riflessione più generale, sulla tolleranza, sui diritti umani e sulla lotta contro il razzismo (Belgio e Francia). In Germania, l'insegnamento sull'Olocausto costituisce materia obbligatoria, che supera ampiamente i limiti imposti da una sola giornata commemorativa. Da parte sua, il Consiglio d'Europa ha così denominato il programma “Educare alla memoria. Educare alla prevenzione dei crimini contro l’umanità”.

Nei lager sono morte almeno 15 milioni di persone, di cui tra i cinque e i sei milioni erano ebrei, 500mila rom e sinti, almeno duecentomila disabili, diecimila omosessuali, 2.500 preti cattolici e altrettanti testimoni di Geova (perseguitati soprattutto per il rifiuto di prestare servizio militare), 109 pastori protestanti e 22 popi ortodossi. E poi prigionieri di guerra russi e polacchi, civili slavi e dissidenti. È l’Olocausto, la strage che ha travolto milioni di persone di nazionalità e religioni diverse.

I massacri che per dodici anni hanno percorso il continente finiscono ufficialmente il 27 gennaio 1945, quando le truppe sovietiche entrano ad Auschwitz trovando l’impensabile, o forse quello che non si era mai voluto vedere: duecentomila prigionieri ancora in vita e le tracce di 1,5 milioni di morti. Nel 2005 le Nazioni Unite hanno deciso di dedicare il 27 gennaio al ricordo dell’Olocausto e di tutte le sue vittime. Gli ebrei ne avevano già fatto una memoria di popolo celebrando la shoah, la catastrofe. Solo più recentemente anche i rom hanno strutturato una loro memoria collettiva nel porajimos, la devastazione.

Sono passati poco più di dieci anni dalla sua istituzione, eppure già si parla di logorio del giorno della memoria, lo si considera un esercizio retorico e già liso. Ma in tempi di antisemitismo e antigitanismo, di razzismo e di crisi della convivenza, in tempi in cui i testimoni viventi stanno scomparendo, il giorno della memoria non è solo una parentesi di retorica buonista: è un’occasione per interrogarsi sulle radici e sul futuro delle società europee.

Il problema è che si sta consumando ben altro: le forme, i contenuti, i linguaggi della memoria, con le sue giornate più o meno rituali. Altre memorie premono fino a confondere quel rapporto tra l’unicità della shoah e il diritto di altri stermini e genocidi a essere ugualmente ricordati.

Più ancora della conoscenza storica, la memoria impone una relazione vissuta fra il passato ricordato e il presente che ricorda. La commemorazione smette di essere un rituale e diventa memoria vissuta se quello che ci raccontiamo del passato serve a orientare il nostro agire nel presente. Il ricordo della Shoah rischia di restare relegato a un passato autoconcluso se non insegna niente a un’Europa che oggi rischia di andare in pezzi per l’incapacità di accogliere migranti e profughi. Una giornata della memoria dovrebbe servire anche a farci ricordare che l’Europa che oggi respinge i migranti è la stessa Europa che ha inventato e messo in pratica il genocidio organizzato. Non è stata la nostra barbarie, è stata la nostra cultura che ha prodotto e produce tutto questo.

Isabella De Leonardis