Il quaderno della vita

Il quaderno della vita

Il quaderno della vita:  un quaderno a righe per chi ama correre e con i margini,  per non schiantarsi contro il bordo della pagina,  a quadretti per gli insicuri alla ricerca di forme e di certezze,  un quaderno a pagine bianche per chi non vuole barriere…

   Una sera di molti anni fa il mare di fronte a S.Giuliano d'Albaro era costellato di tante, piccole, luci di lampare che illuminavano i legni della barca e l'acqua intorno. C'era il caldo di un'estate che a Genova si prolunga fino a intralciare l'arrivo dell'autunno e la bonaccia, che zittiva il brontolio indisciplinato dell'acqua sugli scogli. Albaro è la collina di Genova, da lassù i Fieschi e i Doria, le famiglie che detenevano il potere, potevano guardare dall'alto le mura della città e l'ingresso di Porta Soprana illuminato da fuochi.

Quella sera,  chiunque fosse sceso per una crosa verso S.Giuliano, avrebbe di certo sentito una musica lontana e l'eco di una danza nell'aria e avrebbe rivolto lo sguardo verso un illuminato palazzotto, all'interno del quale Eleonora, moglie di Fiesco, era appena uscita dal ballo sbattendo rumorosamente la porta. Togliendosi la maschera che portava in viso, si era buttata su una sedia: diciottenne pallida e diafana, anche stavolta era vestita di nero. Rosa e Arabella, le sue cameriere, erano subito accorse, sconvolte: una civetta nota in tutta la città, una certa Giulia, aveva mostrato occhi suadenti al marito che, per tutta risposta, aveva baciato a lungo il suo braccio nudo. Del resto il Fiesco, conte di Lavagna, era un ventitreenne bello e amabilmente maestoso, dotato di una cortigiana arrendevolezza. Giulia invece, alta e formosa, superba e un po'  civetta, aveva un modo bizzarro di essere bella, una di quelle bellezze abbaglianti ma non seducenti, l'espressione del viso ironica e gli occhi maligni.

Giulia era consapevole dell'allettante lusinga che i suoi occhi potevano sprigionare e sapeva anche che il Fiesco ne avrebbe inteso il significato; avrebbe senza dubbio potuto rifiutare l'offerta e non baciare il suo braccio, ma l'avrebbe inteso. Chi invia un segno, sia questo un gesto o una parola, vive in esso, e Giulia viveva nei suoi sguardi e nelle sue parole.

"Conte buonasera…"

Il Fiesco, destinatario di quel segno, colpito da esso, si muoveva intontito, irrigidito come uomo in estasi, come se il mondo ai suoi occhi non esistesse più e lui, insieme a Giulia, nuotasse leggero nell'aria. Scaraventato in aria dalle parole, fluttuante nell'aria come un foglio di carta leggero, strappato al quaderno della vita: un quaderno a righe per chi ama correre e con i margini, per non schiantarsi contro il bordo della pagina, a quadretti per gli insicuri alla ricerca di forme e di certezze, un quaderno a pagine bianche per chi non vuole barriere. Se siamo nelle nostre parole, la nostra vita è in questo quaderno.

"Prendete la cosa per ciò che è effettivamente!... una galanteria." disse Rosa. "Galanteria?" - ribatté inviperita Eleonora - "E l'insistente occhieggiare di lei? E da parte di lui l'ansioso seguire le sue tracce? Eh, bimba mia, che non hai ancora amato, non venire a farmi distinzioni tra amore e galanteria!". Rosa si trovò a questo punto a cercar di dover rimediare alla situazione: "Tanto meglio, madonna! Perdere un marito vuol dire trovare dieci cicisbei." Il rimedio è peggiore del male e in questo caso  il linguaggio si rivela una medicina inefficace: Rosa non riesce ad attenuare la collera di Eleonora facendo slittare il significato di "amore" in quello di "galanteria" e neppure risulterà consolatoria la prospettiva di acquisire "dieci cicisbei". Infatti, il grado di irritazione di Eleonora aumentò: "Perdere? Chi parla di perdere? Un breve sussulto di sensualità e io già avrei perduto Fiesco, mio marito? Vattene, vipera! Non venirmi più davanti! Uno scherzo innocente, ecco... sì, una galanteria… Non è così, mia affettuosa Arabella?". "Sì, certamente è così." rispose quest'ultima. Arabella finisce così per confermare ad Eleonora che si tratta di una semplice "galanteria", la stessa spiegazione che quest'ultima aveva poco prima rifiutato a Rosa.

Le nostre parole non si portano dietro un significato come se questo fosse dato loro in prestito una volta per tutte. Rosa dice che quello tra Giulia e il Fiesco non é amore ma una galanteria? Ma… l'insistente occhieggiare di lei? Eleonora non è d'accordo, non può essere una semplice galanteria o forse sì, forse lo era, vero Arabella? Le parole fluttuano, trascinate dalla corrente del nostro pensiero, come su una dolce ile flottante, come la lettera di un'insegna al neon difettosa, che s'accende e si spegne. Ci capita di dover voltar pagina, per cercare nuove parole, che tuttavia non si assomiglieranno mai. Ogni parola è differente, siamo: differenti. Eleonora ha scrittura nervosa che riflette il suo carattere, il tratto della sua penna salta oltre i margini delle pagine del suo quaderno, Rosa e Arabella hanno invece una scrittura più timida, le vocali "a" e "o" contratte in piccoli, invisibili, cerchi.

"I miei domestici! Il postiglione!" Giulia uscì irritata dalla festa e Fiesco la inseguì, affannosamente: "Contessa dove volete andare? Che intendete fare? Capisco come sia stato imperdonabile il comportamento di mia moglie, andarsene così... buttando a terra la sedia e voltando la schiena a lei che sedeva a tavola…". Giulia abbozzò allora un sorriso compiaciuto: "E' forse colpa mia se il conte suo marito ha gli occhi?". "La grave colpa della vostra bellezza - rispose il conte - è che io non abbia occhi che per voi. Il mio amore è un eroe abbastanza ardito da rompere le barriere della gerarchia e da spiccare il volo verso il sole accecante della vostra maestà". "Niente complimenti, conte; tutte le bugie avanzano sulle stampelle zoppicando. La sua lingua infatti mi porta in cielo, mentre il suo cuore continua a palpitare per un'altra donna" rispose Giulia. A questo punto il Fiesco si strappò di dosso il ritratto di Eleonora che portava appeso ad un nastro azzurro e lo porse a Giulia dicendo: "Sarebbe meglio dire, madonna, che il mio cuore batte di malavoglia e non desidera che disfarsene; ponete su questa la vostra immagine e vi sarà facile distruggere l'idolo".  Giulia si nascose subito in seno l'immagine, molto lieta di questo fatto, e subito gli porse al collo la propria, cosa che fece infuocare l'animo del conte: " Giulia mi ama! Giulia! Non invidio più nessun immortale! Questa notte è una festa degna degli dei e la gioia deve celebrare il suo capolavoro. Il nettare scorra sui pavimenti, la musica svegli la mezzanotte dal suo plumbeo sonno, mille lampade accese offuschino il sole del mattino… Sia gioia universale e la bacchica danza faccia rovinare sotto il suo turbine il regno dei morti!".

Nel palazzo del Fiesco, chi quella sera avesse aperto la tenda centrale del salone avrebbe visto una gran sala illuminata e molte maschere danzanti. L'euforia del Fiesco nasce dalle parole di Giulia, le parole che portano in cielo. Sono le parole che si incidono in noi, che sentiamo sulla pelle, quelle dal gusto persistente, dal retrogusto insistente, le parole che amiamo, da cui non ci stacchiamo, che porteremo con noi in bauli pieni di quaderni, i quaderni della vita.

Ci sono tre anime nelle parole del Fiesco di Eleonora, in questa loro storia  tormentata: tre modi di essere, dolorosamente, nella vita e nella parola.

La prima anima unisce e divide, la fragilità dell'unione tra Eleonora e il Fiesco Eleonora è la stessa di due parole unite dal "senso comune": sulle nostre labbra ogni parola appare diversa. Ci disperiamo sempre per questo, vorremmo ogni volta ritrovarci in un mondo condiviso. Si battono i pugni sul tavolo, si strappano i capelli: perché non ci capiamo?

La seconda anima avvicina e allontana. Eleonora si avvicina ad Arabella solo perché ha confermato la supposizione secondo la quale il comportamento del marito altro non sarebbe che una banale galanteria: ci si incontra intorno al significato di una semplice parola, come intorno ad un tavolo, ci si stringe le mani.

La terza anima concorda e discorda. Il procedere in accordo può portare gioia, felicità, al contrario i disaccordi sono fatti di sofferenza. Nel primo caso le  parole saranno appassionate, come quelle che colpiscono e fanno volare il povero Fiesco.

Sono le parole che si incidono in noi,  che sentiamo sulla pelle,  quelle dal gusto persistente,  dal retrogusto insistente,  le parole che amiamo, da cui non ci stacchiamo,  che porteremo con noi, in baùli pieni di quaderni, i quaderni della vita…

Agistino Roncallo, insegnante e scrittore